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Un polo per produrre serie, film e docu Rai. Così il revisionismo occupa la tv di Stato

La sede della Rai a Roma 

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Il progetto meloniano: unificare le strutture che si occupano di fiction, cinema e corti, per sostituire l’immaginario di destra a quello di sinistra  
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ROMA - Il disegno era chiaro sin dal principio. Alcuni teorici, a partire dal meloniano Giampaolo Rossi, l'avevano esplicitato in tempi non sospetti: per conquistare l'egemonia culturale - finora, a loro dire, appannaggio della sinistra - non si può prescindere dalla Rai. L'occupazione di ogni ganglio catodico come premessa per sterzare a destra il discorso pubblico. Deformando non solo l'informazione, ma in prospettiva anche gli altri prodotti: fiction, film e documentari, da ideare e realizzare secondo una logica revisionista più in sintonia con la maggioranza politica della nazione.

Sono alcuni passaggi-chiave a svelare il progetto finale. Tutti maschi alla cloche dei telegiornali. Il ritorno di Miss Italia in prima serata su RaiUno, dove dopo un decennio si rivedranno ragazze in costume da bagno a contendersi il titolo di reginetta di bellezza. La nascita di un grande polo statale dell'audiovisivo per "cucinare" in casa il meglio del r…

ROMA - Il disegno era chiaro sin dal principio. Alcuni teorici, a partire dal meloniano Giampaolo Rossi, l'avevano esplicitato in tempi non sospetti: per conquistare l'egemonia culturale - finora, a loro dire, appannaggio della sinistra - non si può prescindere dalla Rai. L'occupazione di ogni ganglio catodico come premessa per sterzare a destra il discorso pubblico. Deformando non solo l'informazione, ma in prospettiva anche gli altri prodotti: fiction, film e documentari, da ideare e realizzare secondo una logica revisionista più in sintonia con la maggioranza politica della nazione.

Sono alcuni passaggi-chiave a svelare il progetto finale. Tutti maschi alla cloche dei telegiornali. Il ritorno di Miss Italia in prima serata su RaiUno, dove dopo un decennio si rivedranno ragazze in costume da bagno a contendersi il titolo di reginetta di bellezza. La nascita di un grande polo statale dell'audiovisivo per "cucinare" in casa il meglio del repertorio sovranista.

Ecco, se si potesse riassumere in uno schema "il nuovo storytelling" su cui "è arrivato il momento di concentrarsi", ha annunciato l'ad Roberto Sergio nella sua fluviale lettera ai dipendenti, ebbene sarebbe proprio questo. L'alfa e l'omega della visione che i patrioti intendono imporre al Servizio pubblico. Dove, tanto per cominciare, sono gli uomini a occuparsi delle cose serie - dei notiziari da orientare, dei varietà che misurano il sentiment del Paese, dei talk per esaltare le gesta del governo - e le donne lì di contorno, a fare scenografia. Del resto, basta riguardare qualche vecchia puntata di Camper, la trasmissione estiva sulla rete ammiraglia curata dal fresco capo del Day Time quand'era vice, Angelo Mellone, per capire qual è l'approdo: una selva di inviate in top ombelicale sguinzagliate sulle spiagge italiane a intervistare playboy di riviera inclini a vantare le loro conquiste femminili. Uno l'anno scorso ne enumerò addirittura 5.246 e scoppiò il putiferio.

Non è una postazione banale quella assegnata all'intellettuale organico a Fratelli d'Italia: il Day Time sovrintende i programmi di infotainment più seguiti e popolari - dedicati al territorio e al cibo come Linea Verde e Linea Blu, o di svariata umanità come Oggi è un altro giorno e Bella ma' - in grado di impattare parecchio sull'opinione pubblica. È qui che si costruisce la nuova narrazione che i seguaci di Giorgia Meloni intendono diffondere, servendosi della tv. E pure nel comparto dedicato agli Approfondimenti, affidato a un altro fedelissimo, Paolo Corsini: un lungo trascorso a RaiParlamento dove ancora ricordano la camicia nera indossata in redazione ogni 25 aprile. Toccherà a lui gestire i talk, facendo via via piazza pulita di conduttori liberali e progressisti alla Lucia Annunziata per rimpiazzarli con figure-megafono del verbo conservatore.

Tanto per rendere l'idea: al Tg1 avremo un direttore, Gian Marco Chiocci, che quando guidava il quotidiano il Tempo titolò a mo' di provocazione (ma neanche tanto) "Mussolini uomo dell'anno". E alla testa delle trasmissioni dove si discute di politica, un giornalista che festeggia la Liberazione in divisa fascista. In attesa della "madre di tutte le riforme" architettata dal dg Rossi, storico panzer della premier per sfondare le linee nemiche in Viale Mazzini: l'unificazione delle diverse strutture e società controllate che si occupano di fiction, cinema e documentari in un grande centro dell'audiovisivo pubblico, capitanato dall'ennesimo confratello, per creare - attraverso serie, film e cortometraggi - un immaginario di destra capace di sostituire quello di sinistra. A colpi di copioni sempre cari a quel mondo: foibe, futurismo e terrorismo rosso.

Non subito, però. Non son cose che si improvvisano, queste. Intanto per un altro anno, e fino alla scadenza dell'attuale Cda che ancora conserva residui draghiani, si faranno le prove generali. Dopodiché, dall'estate 2024, allorché verrà eletto un board più allineato, si avvierà una "sostituzione etnica" più radicale. Non è un caso se per il momento i direttori di RaiFiction e RaiCinema, considerati espressione dei partiti di opposizione, non sono stati toccati. La destra al governo scorge un orizzonte lungo davanti a sé. E quella in Rai marcia di conserva: per "cambiare lo storytelling" c'è bisogno di tempo. E loro sono convinti di averne abbastanza per portare a compimento la restaurazione. Che, come scrisse già Pasolini, è in realtà una rivoluzione.