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La passione di Meloni per Fiammella: breve storia del tormentone post fascista che la destra non riesce a mollare

Il logo di Fiammella, la fiamma irriverente che negli anni Novanta era all'ingresso della sezione Msi di Colle Oppio  
La storia infinita: fiamma e Duce, fiamma e imbarazzi, fiamma e nostalgia. In mezzo, la mossa di Berlusconi che a sorpresa la riaccende proprio quando sembrava potesse spegnersi
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Giorgia e Fiammella: questa storia può iniziare così. Corre l'anno 1993, Giorgia Meloni ha appena iniziato a frequentare la sede di Colle Oppio dopo gli attentati a Falcone e Borsellino, dopo le bombe della mafia nelle grandi città. Sulla porta blindata della sezione c'è disegnata una fiamma irriverente e stilizzata: sorride e fa la linguaccia. Fiammella, appunto. L'ha usata nei suoi manifesti Fabio Rampelli, il primo maestro politico della futura premier, per diventare consigliere comunale. Qualche anno dopo, siamo già nel 1998, Meloni verrà eletta al consiglio provinciale. Anche in quel caso, non mancheranno i manifesti irriverenti: alcuni la ritraggono con il ciuccio e le lentiggini mentre contesta Oscar Luigi Scalfaro. Inizia la cavalcata. Sempre con la fiammella in mano.

È una storia infinita, direbbero a destra: fiamma e Duce, fiamma e postfascismo, fiamma e imbarazzi, fiamma e nostalgia. Fiamma amata, stilizzata…

Giorgia e Fiammella: questa storia può iniziare così. Corre l'anno 1993, Giorgia Meloni ha appena iniziato a frequentare la sede di Colle Oppio dopo gli attentati a Falcone e Borsellino, dopo le bombe della mafia nelle grandi città. Sulla porta blindata della sezione c'è disegnata una fiamma irriverente e stilizzata: sorride e fa la linguaccia. Fiammella, appunto. L'ha usata nei suoi manifesti Fabio Rampelli, il primo maestro politico della futura premier, per diventare consigliere comunale. Qualche anno dopo, siamo già nel 1998, Meloni verrà eletta al consiglio provinciale. Anche in quel caso, non mancheranno i manifesti irriverenti: alcuni la ritraggono con il ciuccio e le lentiggini mentre contesta Oscar Luigi Scalfaro. Inizia la cavalcata. Sempre con la fiammella in mano.

È una storia infinita, direbbero a destra: fiamma e Duce, fiamma e postfascismo, fiamma e imbarazzi, fiamma e nostalgia. Fiamma amata, stilizzata, difesa. Abbandonata per interesse più che convinzione, messa nel freezer per qualche anno, riscoperta per interesse (di nuovo). Dal Msi ad An, fino a Fratelli d'Italia. Saltando il periodo del Pdl e di Futuro e libertà. Con mille storie dietro a raccontare di questo eterno tormentone. Una è quella di Fiammella e Giorgia.

Un'altra ci riporta a Trieste, negli anni Settanta.

C'è un giornalista e inviato di guerra, che è anche militante del Fronte della Gioventù: Almerigo Grilz. Si inventa una fiamma diversa, a forma di triangolo. Un po' per modernizzare il simbolo, un po' per spirito eterodosso. Sembra un'eresia, si apre un dibattito interno a quel mondo. Chi conosce la storia della destra ricorda che quel simbolo corre a un'elezione triestina, ma l'esperimento elettorale non funziona. Se ne continua a parlare per un po', anche fuori dal Friuli: è un'idea un po' futurista, un po' modernista, ma alla fine vince la tradizione.

La fiamma torna a dividere nel 1998. C'è la convention di Verona. Andrea Ronchi e Gianfranco Fini si inventano un logo-simbolo, quello della Coccinella. Fanno produrre migliaia di spillette per i delegati. Puntini neri su sfondo rosso. Atmosfera soft, sembra quasi il preludio di una trasformazione che manderà in soffitta la fiamma. Poi all'assise veneta si presenta Silvio Berlusconi. Porta con sé qualche camion di tomi del Libro nero del comunismo. Regala cinquemila copie ai delegati. Le spillette finiscono nel cestino. La fiamma non si tocca più. Il dilemma torna l'anno dopo, nel 1999. Alleanza nazionale fa cartello alle Europee con Mario Segni. È lo sfortunato Elefantino. Anche in quel caso, dibattito tra colonnelli, ma alla fine la fiamma non si tocca. E nel logo finisce sotto il piccolo pachiderma. 

Non si tocca, anche se c'è chi avrebbe voluta toccarla. Uno è Adolfo Urso, che in più occasioni prova a convincere i colleghi che è il momento di archiviare il simbolo che la storia missina lega al fuoco che arde sulla tomba del Duce, mentre altri sostengono derivi direttamente dal simbolo degli arditi della prima guerra mondiale. Anche della voglia di Rampelli di smitizzare il simbolo si è detto. Ma, paradosso, chi in An proveniva da storie diverse ha sempre difeso quel simbolo: lo fece pubblicamente Pietro Armani, che veniva dai repubblicani, lo fece Gustavo Selva. 

Poi, alla vigilia delle elezioni del 2008, la fiamma si spegne. Siamo all'inizio di febbraio, Fini ha appena perso sua madre. Un mattino riunisce i colonnelli e annuncia: allora, è deciso, faremo la lista unica del centrodestra con Berlusconi. Nessuno si oppone. E soprattutto, nessuno pensa alla fiamma. 

Il Pdl si spacca due anni dopo, nasce (senza fiamma) Futuro e libertà. E poi si spacca ancora nel 2012, da destra: arriva Fratelli d'Italia. Non c'è la fiamma, anche perché nessuno la vuole e soprattutto perché nessuno può possederla: è affidata alla Fondazione Alleanza nazionale. Il tema però torna d'attualità prima delle Europee del 2014. Alcuni ex colonnelli come Storace, Alemanno, Nania e Landolfi pensano di rispolverare il simbolo di An, fiamma compresa. Fratelli d'Italia non può permetterselo, viaggia ancora su percentuali basse e rischia di non superare il quorum, ci manca solo che qualcuno si metta a fare concorrenza. Ignazio La Russa, che da sempre attribuisce alla fiamma tra l'1 e il 2% dei voti, convince Maurizio Gasparri e Altero Matteoli (entrambi in Forza Italia) a sostenere la sua proposta nel consiglio della Fondazione: da quel momento, FdI potrà usare - in tutto o in parte - il vecchio simbolo di An. Torna la fiamma: non Fiammella, ma quella vera, quella del Movimento sociale. Compare al fianco di Meloni, nel logo. E da quel momento non uscirà più di scena.