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Flick: “Camere esautorate? Il Parlamento può essere complice dell’esecutivo”

Giovanni Maria Flick  

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L'ex presidente della Consulta interviene sul dossier pubblicato nei giorni scorsi da Repubblica su decreti e fiducie che "svuotano" Montecitorio e Palazzo Madama
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La premier Meloni accelera sulla sua riforma costituzionale preferita, il premierato. Giusto mentre un Parlamento ormai "vittima" del governo, vero artefice e patron delle leggi, perde sempre più potere. Anche lei professor Flick la vede in questo modo?

"Non credo che il Parlamento possa definirsi 'vittima' del governo perché le leggi le votano le Camere, che detengono tuttora il potere legislativo. Altro discorso è ritenere invece che possa consolidarsi tra governo e Parlamento, una linea politica di delegittimazione di quest'ultimo che però passa sempre attraverso il voto delle Camere e, quindi, richiede comunque il loro consenso".

Il governo Meloni però punta tutto sulla riforma costituzionale e al contempo lascia andare in rovina l'attuale sistema bicamerale.

"Non sono d'accordo. Perché accanto alla riforma costituzionale verso il presidenzialismo, o in subordine il premierato rafforzato, il…

La premier Meloni accelera sulla sua riforma costituzionale preferita, il premierato. Giusto mentre un Parlamento ormai "vittima" del governo, vero artefice e patron delle leggi, perde sempre più potere. Anche lei professor Flick la vede in questo modo?

"Non credo che il Parlamento possa definirsi 'vittima' del governo perché le leggi le votano le Camere, che detengono tuttora il potere legislativo. Altro discorso è ritenere invece che possa consolidarsi tra governo e Parlamento, una linea politica di delegittimazione di quest'ultimo che però passa sempre attraverso il voto delle Camere e, quindi, richiede comunque il loro consenso".

Il governo Meloni però punta tutto sulla riforma costituzionale e al contempo lascia andare in rovina l'attuale sistema bicamerale.

"Non sono d'accordo. Perché accanto alla riforma costituzionale verso il presidenzialismo, o in subordine il premierato rafforzato, il governo vuole anche l'aumento dell'autonomia delle singole Regioni attraverso una legge ordinaria che attua la già maldestra riforma del Titolo V della Costituzione approvata nel Duemila da una maggioranza ben diversa da quella attuale. Piuttosto mi verrebbe da dire che la situazione si complica perché in questo momento abbiamo più maggioranze e più opposizioni".

Scusi ma in che senso?

"Nel senso che nella maggioranza mi pare si delinei una frattura tra chi propone la riforma del presidenzialismo e chi invece, per legge ordinaria, vuole, come ha fatto il governo, una riforma del rapporto tra Stato unitario e autonomie regionali con il potenziamento di queste ultime a richiesta delle singole Regioni. In entrambi i casi, in ultima analisi, chi deve decidere comunque è sempre il Parlamento, a meno che coltivi pulsioni autodistruttive o suicide. Non sarebbe il caso, prima di tutto, di approvare una legge elettorale seria?".

Beh, se davvero la riforma delle autonomie dovesse essere quella su cui preme il ministro Calderoli, di certo i poteri del Parlamento sarebbero ben minori rispetto a oggi.

"Non c'è dubbio, ma negli ultimi tempi, con le diverse maggioranze che vi sono state, prima e dopo il cambio tra esse, il Parlamento come ha esercitato questi poteri? Penso, da ultimo, alla riduzione del numero dei parlamentari in cui l'opposizione, dopo essersi opposta ripetutamente a una riforma costituzionale, all'ultimo miglio ha votato a favore. La mia opinione è che il Parlamento sembra voler sopravvivere a ogni costo anche davanti alla progressiva e pesante erosione dei suoi compiti".

Vede? Si delinea una strategia in cui già oggi il governo esautora le Camere.

"No, no, è un governo che, non diversamente da quelli degli ultimi vent'anni, chiede al Parlamento di rinunziare di fatto ad alcuni suoi poteri fondamentali, e le Camere acconsentono. Primi tra tutti i poteri che derivano dal carattere 'parlamentare', e non presidenziale, della nostra Repubblica. E, secondo tra tutti, il problema dell'equilibrio tra unità e solidarietà della Repubblica e valorizzazione delle autonomie".  

Tutto questo, se passasse il premierato, si risolverebbe nella definitiva sconfitta del Parlamento.

"Oggi esiste ancora una democrazia pluralista nella quale si ritiene necessario prima parlare e poi decidere, anche perché nel Parlamento c'è una - o più - opposizioni che hanno il diritto di interloquire e di obiettare, anche se poi prevale la maggioranza, purché nel rispetto dei principi fondamentali della nostra Carta. L'accoppiata tra riforma presidenziale e nuovi poterei delle Regioni appare contraddittoria perché esalta contemporaneamente la centralità dello Stato e la valorizzazione delle autonomie".

Dunque una riforma va contro l'altra?

"Il dubbio è che quest'accoppiata risponda piuttosto all'esigenza di accontentare almeno in parte differenti orientamenti politici all'interno di una maggioranza divisa; oppure, machiavellicamente, sia un modo per neutralizzare sia l'una che l'altra prospettiva. Vale sempre la vecchia regola: cercare di accontentare tutti, mentre tutti rimangono scontenti".

È un fatto che già oggi leggi e decreti omnibus dominano la scena. Testi del governo in cui c'è di tutto, le materie più varie, e che una volta arrivati in Parlamento possono solo peggiorare.

"In primo luogo non generalizzerei, perché diverse volte il Parlamento interviene, modifica e riequilibra. Aggiungo però che i decreti possono essere solo o decreti legge o decreti legislativi delegati. La Costituzione è molto chiara sui rispettivi limiti, sui requisiti e sul rispetto dei medesimi da parte del Parlamento. La Consulta deve verificare che ve ne siano i presupposti".

Se la sentirebbe di dire che i decreti cosiddetti "omnibus" vanno soppressi definitivamente? Se ne sta approvando uno proprio in questi giorni.

"Non sarei così tranchant di fronte a situazioni che richiedano proroghe o correzioni. Il problema è che non venga a mancare il pieno controllo del Parlamento sulla funzione legislativa. Troppo spesso purtroppo nella convalida dei decreti è lo stesso Parlamento a consentire proposte ed emendamenti che non hanno nulla a che vedere con i presupposti di straordinaria necessità e urgenza imposti dalla Carta. Così come troppo spesso le Camere largheggiano nelle deleghe al governo che devono avere principi, criteri direttivi, tempi e di oggetti". 

Le sembra opportuno che, proprio con un un emendamento a un decreto, si è pensato di modificare i poteri della Corte dei conti? Via il cosiddetto "controllo concorrente" e conferma dello scudo erariale, cioè via libera agli amministratori pubblici liberati dalla minaccia del dolo.

"In primo luogo mi sembra poco elegante intervenire modificando le regole durante la partita dopo che la Corte dei Conti ha verificato certe situazioni critiche, come il ritardo nell'attuare le opere del Pnrr. Qualcuno deve garantire l'informazione del Parlamento e la trasparenza, e pare che non sia in grado di farlo al momento la struttura designata a questo fine, il Regis. In secondo luogo mi lascia perplesso la proroga di qualsiasi forma di scudo, sia esso penale o erariale".

Dall'inizio della legislatura si contano già ben 28 decreti. Non sono troppi? Si sta sopprimendo l'autonomia legislativa del Parlamento?

"Con alcune tecniche, come il voto di fiducia, oppure un testo di un unico articolo magari con mille commi, o ancora emendamenti in sede di conversione del tutto estranei, si può arrivare al monocameralismo di fatto. Una Camera occupa quasi interamente i 60 giorni previsti per convertire il decreto lasciando all'altra solo l'alternativa tra approvare il testo così com'è oppure mandare tutto per aria"