Meloni domani in Tunisia, sotto la lente le emergenze migranti e terrorismo. La mossa della premier: i fondi del Fmi in cambio di riforme e diritti
di Tommaso CiriacoROMA - Può una presidente del Consiglio sovranista mostrarsi troppo pressante con un altro Stato per spingerlo ad accettare condizioni stringenti su riforme e diritti, in cambio di un ingente prestito del Fondo monetario internazionale? Non può, o comunque: preferisce non far passare in pubblico questo messaggio. È con questo spirito che Giorgia Meloni approderà domani a Tunisi. Ufficiosamente, però, inviterà le istituzioni tunisine ad ammorbidire la propria posizione. Perché, spiegherà, "serve un segnale" per far cadere il veto della Casa Bianca ed evitare una crisi economica dagli esiti devastanti.
Si tratta di una visita lampo. Prima l'incontro con il Presidente tunisino Kais Saied, poi con la premier Najla Bouden Ramadan. A loro, la leader prometterà il massimo impegno per ottenere l'erogazione di 1,9 miliardi da parte del Fmi. E rilancerà un'idea italiana, elaborata da Antonio…
ROMA - Può una presidente del Consiglio sovranista mostrarsi troppo pressante con un altro Stato per spingerlo ad accettare condizioni stringenti su riforme e diritti, in cambio di un ingente prestito del Fondo monetario internazionale? Non può, o comunque: preferisce non far passare in pubblico questo messaggio. È con questo spirito che Giorgia Meloni approderà domani a Tunisi. Ufficiosamente, però, inviterà le istituzioni tunisine ad ammorbidire la propria posizione. Perché, spiegherà, "serve un segnale" per far cadere il veto della Casa Bianca ed evitare una crisi economica dagli esiti devastanti.
Si tratta di una visita lampo. Prima l'incontro con il Presidente tunisino Kais Saied, poi con la premier Najla Bouden Ramadan. A loro, la leader prometterà il massimo impegno per ottenere l'erogazione di 1,9 miliardi da parte del Fmi. E rilancerà un'idea italiana, elaborata da Antonio Tajani: due trance di finanziamenti - una subito, un'altra a percorso ultimato - per garantire respiro a casse vuote e nello stesso tempo diluire nel tempo l'impatto delle attese riforme.
Una cosa è certa: Meloni spiegherà pubblicamente di non voler ingerire in questioni interne. Ma in realtà chiederà risposte a Saied, perché queste risposte saranno portate da Tajani la prossima settimana negli Stati Uniti. "È giusto che il Fondo monetario internazionale inizi a erogare soldi - ha sostenuto ieri il titolare della Farnesina - ma nello stesso tempo bisogna fare le riforme. Con Blinken affronteremo sicuramente la questione della Tunisia, ma anche con la signora Georgieva".
La verità è che Roma si dibatte con ansia per gestire una situazione potenzialmente esplosiva: una crisi finanziaria grave, stravolgimenti sociali e politici, ondate migratorie incontrollabili. Una nuova Libia, dopo la Libia. Un'emergenza che Meloni deve evitare, perché la farebbe fallire su un dossier caro alla destra.
L'emergenza si gioca su due terreni delicatissimi: migrazioni e terrorismo. Le intelligence occidentali - e quella italiana in particolare - mettono in guardia da mesi con proiezioni da incubo. Dal primo gennaio al primo giugno del 2022 erano giunti sulle coste italiane 19.692 migranti, mentre nello stesso periodo del 2023 si è toccata quota 50.405, con un incremento del 155,97%. In realtà, negli ultimi due mesi il trend è rallentato, visto che fino a febbraio la curva era in ascesa addirittura del 350%. E sempre in questi mesi sono stati effettuati circa ventunomila salvataggi da parte della Guardia costiera tunisina. Ma i dati sono e restano comunque molto preoccupanti, soprattutto per Roma. Lo sono anche per il rischio che il Paese nordafricano diventi punto di partenza per terroristi. In questa chiave, nel governo c'è piena consapevolezza che proprio la Tunisia fu il Paese del Maghreb che fornì più foreign fighters all'Isis. E poi pesa la difficoltà di gestire il rapporto con Saied, deciso a lasciarsi mani libere su riforme e diritti. Nelle interlocuzioni dei mesi scorsi con Tajani e con il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi il presidente tunisino è stato chiaro: ad insistere con i paletti delle riforme otterrete soltanto il risultato di far volgere il nostro sguardo verso la Cina. Pechino, infatti, ha già una presenza sul territorio, intende costruire porti e potrebbe replicare lo schema già adottato in altre realtà: sostenere economicamente nazioni deboli, conquistarne il debito, costringerle infine nella propria orbita di influenza.
Meloni vuole evitare questo scenario. Lo ha spiegato anche a Joe Biden, a margine del G7 in Giappone. L'ha ripetuto alla direttrice del Fmi, Kristalina Georgieva. Anche perché nell'attesa di sbloccare il prestito da 1,9 miliardi di dollari, il 'rossò di Tunisi è cresciuto di ulteriori 1,5 miliardi. Resta il fatto che è molto difficile giocare di sponda con Bruxelles. Alla visita doveva prendere parte anche Ursula von der Leyen, ma alla fine Meloni ha deciso di volare in proprio. Che sia stata una richiesta esplicita di Saied, poco incline a mostrarsi soggetto a pressioni esterne, oppure una decisione figlia di un certo disinteresse di Bruxelles, la sostanza non cambia: Roma deve gestire quasi da sola la vicenda tunisina, che potrebbe diventare un enorme problema europeo a causa dei movimenti secondari.
Alla luce di queste riflessioni, Meloni continuerà comunque a pressare la Commissione proponendo investimenti comunitari nel Paese nordafricano. E intanto lavora a una nuova fornitura italiana di motovedette per la Guardia costiera tunisina.