✕

Vendola sulla Gpa: "La mia famiglia è un arcipelago, il nostro affetto non è una minaccia per gli altri"

L'ex leader di Sel: "Capisco il dissenso che viene da destra e frammenti di femminismo novecentesco. Ma non capisco l'acido muriatico sulle nostre vite"
3 minuti di lettura

Mi capita spesso, di notte, di andare nella stanza del mio bambino: a passi felpati, in penombra, vado a spiarne il sonno, a controllarne il respiro, a rimboccargli la coperta, a fargli una carezza. Così fa anche mio marito. Tanti genitori lo fanno. A volte m’incanto e mi commuovo pensando alla bellezza dei suoi occhi sempre allegri, delle sue domande a raffica, delle sue prodezze da funambolo, del suo continuo stupirsi del mondo, del suo amore nativo per ogni essere vivente: e guai a schiacciare una formica! Era così buffo quando, ormai quattro anni fa, faceva con noi le prove della sua prima esibizione pubblica: portare tra le mani l’anello di nozze di Brittney, la ragazza nel cui ovulo era stata concepita la sua esistenza. Vestito da paggetto all’ultimo momento si è tirato indietro, troppa gente a quella festa e lui si è intimidito. E il giorno dopo era pazzo di felicità in quel grande giardino nella casa di Sharlene, nel quartie…

Mi capita spesso, di notte, di andare nella stanza del mio bambino: a passi felpati, in penombra, vado a spiarne il sonno, a controllarne il respiro, a rimboccargli la coperta, a fargli una carezza. Così fa anche mio marito. Tanti genitori lo fanno. A volte m’incanto e mi commuovo pensando alla bellezza dei suoi occhi sempre allegri, delle sue domande a raffica, delle sue prodezze da funambolo, del suo continuo stupirsi del mondo, del suo amore nativo per ogni essere vivente: e guai a schiacciare una formica! Era così buffo quando, ormai quattro anni fa, faceva con noi le prove della sua prima esibizione pubblica: portare tra le mani l’anello di nozze di Brittney, la ragazza nel cui ovulo era stata concepita la sua esistenza. Vestito da paggetto all’ultimo momento si è tirato indietro, troppa gente a quella festa e lui si è intimidito. E il giorno dopo era pazzo di felicità in quel grande giardino nella casa di Sharlene, nel quartiere residenziale di Sacramento, insieme ai tre figli di quella mamma che lo ha portato in pancia.

Mi piace appartenere ad una famiglia che somiglia ad un arcipelago, così popolosa e speciale, che abita in diverse parti del mappamondo, si scambia video e foto, tiene viva una relazione affettiva che non credo rappresenti una minaccia per la società. La famiglia, al di là dell’iconografia che la sacralizza, è una esperienza sociale le cui forme e i cui valori sono segnati dalla cultura specifica di ogni tempo e di ogni luogo, ed è assai vasto e assai vario il repertorio storico dei tipi di famiglia che sono esistiti, già a partire dalla preistoria. Oggi vengono censite e studiate le famiglie nella pluralità della loro costituzione: non esiste la famiglia se non come icona o ideologia. Appunto, ci sono le famiglie. Nucleari, allargate, monoparentali, omogenitoriali, una fenomenologia cangiante fatta di reti protettive e solidali tutte meritevoli di ascolto e di accoglienza. E capita talvolta che nel recinto blindato di “famiglie tradizionali” piuttosto che l’amore vada in scena il degrado e la sopraffazione: questo per dire che ciò che conta, sempre, è la qualità e la ricchezza delle relazioni.

Chi vorrebbe discriminare oggi, usando l’ustione dello stigma morale per un genitore o per un figlio, dovrebbe ricordare le puntate precedenti della storia delle discriminazioni: contro le donne rese prigioniere del patriarcato, contro le ragazze madri la cui maternità illecita veniva punita con la sottrazione del figlio e il sequestro a vita nei monasteri-lager, contro i figli del peccato considerati illegittimi e privati dei diritti dei loro fratelli legittimi, contro gli omosessuali puniti con ogni sorta di atrocità nel nome della morale. È un elenco lunghissimo. E troppo spesso il diritto ha accompagnato e non corretto lo storto, ha cioè legittimato la violenza istituzionale esercitata da un giudice-boia o da un padre-padrone, sempre nel nome del Dio della normalità: che è un dio blasfemo e falso, soprattutto quando viene invocato per sopprimere una diversità, cioè il multiverso che irrompe nell’universo. Leggo le parole della destra al potere, ma anche di frammenti di sinistra e di femminismo novecentesco, e resto ammutolito dalla loro biblica perentorietà. Capisco il dissenso, ovviamente. Ma non capisco l’acido muriatico sulle nostre vite.  

Un figlio sognato, desiderato, scelto, può mai essere un delitto, anzi un crimine universale? E una donna, non ricattata dalla povertà, non condizionata da alcuna ipoteca, non potrà mai e in nessun caso decidere liberamente di mettere al mondo un figlio non suo? Lo Stato è proprietario del suo corpo? Lei non può scegliere? Pure se lo fa per altruismo il suo sarà un gesto di complicità con un crimine? Un crimine? Non il frutto di uno stupro. Non il bottino di un commercio clandestino. Ma questo bambino sereno che cresce, consapevole della sua storia e della sua “specialità”, figlio voluto in un’epoca che i figli li fa sempre meno, è lui il vostro assillo, la vostra soglia morale? Non è crimine universale il genocidio, né la strage, né l’omicidio, né la tortura, né la produzione e il commercio di armi, né la guerra, né il turismo sessuale, né la pedofilia. Dare la vita è un delitto mentre toglierla è un accidente o un effetto collaterale?

Lo chiederei anche al sommo giudice, costituzionale o di cassazione, anche a lui rammentando i peccati di omissione o di compromissione della suprema giurisprudenza: ma so bene, e lo dico con assoluto rispetto, che anche quel giudice interpreta il mondo con le sue lenti e che le lenti si appannano al fiato dei pregiudizi, cioè del giudizio di cose conosciute con incompleta cognizione di causa.    

Ci sono più cose tra cielo e terra, direbbe il poeta, di quante non ce ne siano nelle prescrizioni delle polizie morali. E c’è sempre qualcosa del vivente che sfugge ai codici ideologici e giuridici che cercano di incasellare, di normare, di dare una legittimazione alla vita viva. La vita che semina tracce di umano, che cova passioni, che reclama luce e calore, che corre e inciampa e si rialza, che costruisce l’inimitabile e caleidoscopica singolarità dei vissuti, che accoglie la grande storia che pure la contiene e la plasma, che impara sbagliando o inventando: ecco, questa vita multiforme e cangiante, quando non rompe il vincolo di umanità che la lega a tutte le altre vite, merita perlomeno l’ascolto, e non un racconto deformato come nei talk di regime, dove per la prima e ultima volta ascolterete sermoni contro quella mercificazione della vita che invece difenderanno per tutto il resto, subito dopo la pubblicità. Sarò sincero, è da quando ero ragazzino che lotto contro le parole che semplificano, che insozzano, che feriscono, che crocifiggono. Per questo abbiamo inventato il Pride, l’orgoglio scagliato contro la vergogna e il senso di colpa, la luce della libertà contro il buio dell’ignoranza e dell’intolleranza, la nominazione dei nostri desideri contro l’innominabilità a cui ci avevano per secoli condannati. Per questo non ricambieremo gli odiatori seriali offrendo loro il nostro risentimento. Solo e semplicemente continueremo ad avere cura delle parole, perché le parole costruiscono il mondo. E difenderemo con le unghie e con i denti noi stessi, i nostri sentimenti, i nostri diritti. E i nostri figli.