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Meloni alla Masseria di Vespa: "Schlein dice che siamo autoritari? Così continua a perdere". Poi sfida l'Ue: "Non firmo il Mes senza avere garanzie"

Dopo aver votato l’accordo sui migranti la premier bilancia il rapporto con i sovranisti europei: "Ungheria e Polonia sono democrazie giovani, vanno accompagnate"
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MANDURIA (Taranto) - Ha voltato le spalle al blocco di Visegrad. Ha votato un accordo sui migranti a cui i Paesi dell'Est cari alla destra italiana si sono opposti sdegnati. E adesso Giorgia Meloni cerca di bilanciare, almeno a parole. Picchia su Bruxelles. Lascia intendere di non voler sottoscrivere il Mes. Difende le "giovani democrazie" a cui il mondo contesta violazioni dello Stato di diritto, ma che alla premier sembrano soprattutto vittime di scelte "politiche" di chi vuole ostacolare gli esecutivi che si oppongono al "mainstream".

La presidente del Consiglio si esercita in questo nuovo equilibrismo tra i vigneti della masseria Li Reni. E lo fa dialogando con Bruno Vespa, a cui spesso chiede consigli e a cui a un certo punto si rivolge con un affettuoso "Bruno".

Fa caldo, nel cuore della Puglia. Meloni dorme nella masseria assieme alla figlia Ginevra e al compagno Andrea Giambruno, a un passo da una vasca scavata nella roccia. …

MANDURIA (Taranto) - Ha voltato le spalle al blocco di Visegrad. Ha votato un accordo sui migranti a cui i Paesi dell'Est cari alla destra italiana si sono opposti sdegnati. E adesso Giorgia Meloni cerca di bilanciare, almeno a parole. Picchia su Bruxelles. Lascia intendere di non voler sottoscrivere il Mes. Difende le "giovani democrazie" a cui il mondo contesta violazioni dello Stato di diritto, ma che alla premier sembrano soprattutto vittime di scelte "politiche" di chi vuole ostacolare gli esecutivi che si oppongono al "mainstream".

La presidente del Consiglio si esercita in questo nuovo equilibrismo tra i vigneti della masseria Li Reni. E lo fa dialogando con Bruno Vespa, a cui spesso chiede consigli e a cui a un certo punto si rivolge con un affettuoso "Bruno".

Fa caldo, nel cuore della Puglia. Meloni dorme nella masseria assieme alla figlia Ginevra e al compagno Andrea Giambruno, a un passo da una vasca scavata nella roccia. In prima fila, gli sponsor si spellano le mani per applaudirla, al ritmo suggerito dalla segretaria presidenziale Patrizia Scurti. C'è feeling, anche perché la sera prima si erano ritrovati tutti - manager e premier - sotto le stelle. Era stata Meloni ad accendersi una sigaretta e a proporre di mettersi in cerchio con le sedie. Ne era uscita una seduta informale sul Pnrr. Un'occasione per sondare le preoccupazioni delle aziende. Con la presidente del Consiglio dura, molto dura contro l'Europa (e pure con i predecessori a Palazzo Chigi, dunque Giuseppe Conte e Mario Draghi).

Oggi però c'è da ricucire con il blocco sovranista di Visegrad, che sono sponda storica della leader di Fratelli d'Italia. E che, in particolare nel caso della Polonia e della Repubblica Ceca, portano voti fondamentali ai Conservatori in vista delle Europee del 2024, decisivi per provare a realizzare il piano meloniano di un accordo tra l'Ecr e il Ppe. "Polonia e Ungheria sono democrazie più giovani della nostra. C'è un lavoro che va fatto per rafforzare quelle democrazie e accompagnarle. E sono pronta a farlo, perché l'Europa non è un club di serie A e B". Per la leader, non esiste un tema di violazioni degli standard Ue. "È possibile che lo stato di diritto sia un modo per colpire governi distonici rispetto al mainstream". Italia compresa, aggiunge.

Sembra quasi tracciare due campi: da una parte i governi di destra, dall'altra Bruxelles. Lo si capisce quando parla di Mes e Patto di Stabilità, con toni aspri che ignorano i richiami delle istituzioni europee a ratificare il Salva Stati. "Non ho cambiato idea sul Mes, è uno stigma che ora rischia di tenere bloccate delle risorse in un momento in cui invece le stiamo tutti cercando. Quando mi si dirà qual è il quadro complessivo sul Patto di Stabilità e depositi bancari, dirò cosa penso del Salva Stati. Ratificarlo senza capire il meccanismo che ne segue sarebbe stupido". E a proposito di Patto di stabilità, la sfida è rivolta ancora una volta a Bruxelles: "La proposta della Commissione non mi convince".

Questa è la linea, insomma. E si accompagna allo scontro politico interno che Meloni sembra ricercare sempre più spesso con Elly Schlein. La premier ritiene che le accuse di autoritarismo mosse dalle opposizioni siano infondate. E prova addirittura a ribaltarle. "Voglio tranquillizzare Schlein, il centrodestra da sempre difende la libertà. Se il nuovo corso del Pd è andare dritti con la strategia che li ha portati alla sconfitta elettorale... posso anche essere contenta...". Ricorda il caso delle proteste per la presentazione del libro di Eugenia Roccella al Salone del libro di Torino e insiste: "Mi colpisce che la segretaria del Pd dia lezioni sulla lotta all'autoritarismo e dica che siamo allergici al dissenso. Se la segretaria del Pd non distingue il dissenso dalla censura, allora sì che abbiamo un problema di autoritarismo". Mica come le democrazie giovani di Visegrad.

 

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