✕

La nascita del centrodestra e del bipolarismo perfetto: così Berlusconi nel '94 cambiò la politica italiana

Ascolta l'audio

Con la nascita di Forza Italia, il partito aziendal-padronale, il Cavaliere segna la fine della Prima repubblica
4 minuti di lettura

Silvio Berlusconi e la politica s'incontrano per la prima volta in un giorno d'autunno a Casalecchio di Reno, un piccolo comune dell'Appennino. A Roma si sta preparando il ballottaggio per eleggere il sindaco e i protagonisti sono due: Francesco Rutelli e, a sorpresa, il giovane segretario del Movimento Sociale, Gianfranco Fini. "Se fossi romano, voterei Fini" afferma Berlusconi con una breve frase destinata a cambiare nel profondo lo scenario italiano.

Crollava in quel momento il muro che a destra escludeva l'allora partito neofascista, non solo dal governo, ma anche dal circuito culturale e mediatico che definiva gli "impresentabili" della politica. Si chiamava "arco costituzionale" e aveva conosciuto solo un'eccezione significativa: il governo Tambroni del 1960, non a caso un'esperienza drammatica ed effimera nella storia repubblicana.

Con quella semplice frase Berlusconi manda in briciole molto più che un argine. Dopo …

Silvio Berlusconi e la politica s'incontrano per la prima volta in un giorno d'autunno a Casalecchio di Reno, un piccolo comune dell'Appennino. A Roma si sta preparando il ballottaggio per eleggere il sindaco e i protagonisti sono due: Francesco Rutelli e, a sorpresa, il giovane segretario del Movimento Sociale, Gianfranco Fini. "Se fossi romano, voterei Fini" afferma Berlusconi con una breve frase destinata a cambiare nel profondo lo scenario italiano.

Crollava in quel momento il muro che a destra escludeva l'allora partito neofascista, non solo dal governo, ma anche dal circuito culturale e mediatico che definiva gli "impresentabili" della politica. Si chiamava "arco costituzionale" e aveva conosciuto solo un'eccezione significativa: il governo Tambroni del 1960, non a caso un'esperienza drammatica ed effimera nella storia repubblicana.

Con quella semplice frase Berlusconi manda in briciole molto più che un argine. Dopo anni di astuta navigazione tra la Dc in declino e il Psi di Craxi, egli pone la prima pietra del nuovo centro-destra che nel 1994 farà perno su Forza Italia, il partito aziendal-padronale in procinto d'essere fondato sfruttando la rete della Fininvest, e si allargherà a un incrocio di alleanze: il Msi, come si è detto, nel centro-sud, la Lega di Umberto Bossi al nord, più i democristiani moderati di Buttiglione e Casini.

È un sapiente gioco a incastro reso possibile dal peso economico del suo architetto, dal possesso di un imponente "network" televisivo, nonché, è evidente, da una personalità spregiudicata e carismatica. Berlusconi non ha messo in atto una fusione fredda; al contrario, ha colto uno stato d'animo reale che ribolliva nel Paese, via via che la marea di Tangentopoli travolgeva quel che restava della Prima Repubblica. L'invenzione di Berlusconi offre una zattera di salvataggio all'Italia che per decenni si era affidata alla Dc e alle forze socialiste e laiche riunite in tempi recenti sotto l'ombrello del pentapartito.

Dietro le insegne del nuovo centro-destra si ritrova in quel fatidico '94 una quota maggioritaria del Paese, quella che s'identifica con la società più produttiva, quindi soprattutto il nord di Lombardia e Veneto, capace di sconfiggere senza troppe difficoltà l'opzione di sinistra guidata da Occhetto. Gioca il timore del salto nel buio, il richiamo al 18 aprile 1948 evocato da Berlusconi con abilità, insieme allo sconcerto per il dilagare dell'offensiva giudiziaria che diffonde l'idea di un obiettivo politico nascosto tra le pieghe delle inchieste e degli arresti. Ma tutto questo forse non sarebbe bastato.

Nell'operazione di Berlusconi c'è dell'altro. Senza dubbio l'adesione all'alleanza occidentale e il rapporto con gli Stati Uniti. E soprattutto l'essere riuscito ad allargare il patto politico interno verso due forze antitetiche tra loro sul piano politico e persino territoriale, come la Lega e il Msi. Il successo, benché di corto respiro, di quell'intesa asimmetrica segna un passaggio di sistema. Non nasce allora la Seconda Repubblica - che in effetti rimarrà sempre indistinta e incompiuta - però si esaurisce la Prima. Si apre la strada a un bipolarismo imperfetto (condizionato da leggi elettorali inadeguate) di cui l'imprenditore delle televisioni sarà a buon titolo il padre, pur fra l'iniziale incredulità e lo scetticismo degli avversari e anche di molti amici.

La sostanza del "berlusconismo", attitudine e costume politico che segnerà fra alterne fortune più di vent'anni della vicenda nazionale, è racchiusa in quell'intuizione originaria. Con un elemento in più che avrebbe potuto cambiare la storia del centro-destra e invece ne segnalò tutte le contraddizioni, fino a provocarne il sostanziale fallimento rispetto alle ambizioni iniziali. Il fondatore di Forza Italia volle sottolineare la volontà di innescare una "rivoluzione liberale". Il richiamo, sia pure solo retorico, a Piero Gobetti sembrava abbastanza improprio sulla bocca di un monopolista, o meglio, duopolista della televisione. La concezione "liberale" per lui si rivelerà sempre funzionale a precisi interessi commerciali e aziendali, più che a un bene generale. Prova ne sia che il richiamo generico alla "rivoluzione liberale" si ripeterà come un mantra negli anni successivi: sempre uguale nella formula, compresa l'enfasi, sempre come se fossimo eternamente al primo giorno del "berlusconismo".

Tuttavia anche in questo caso la novità contribuì a creare un'aspettativa, facendo lievitare Forza Italia come grande prodotto di "marketing", in grado di proiettare una tradizione politica nella società del presente, per sua natura carente di memoria storica. Berlusconi convinse gli italiani che il suo sogno era realizzare "un partito liberale di massa", il che è quasi un controsenso, ma all'epoca sembrò un'ottima idea. Solo che rimase più o meno allo stadio della velleità. Gli intellettuali che ebbero un ruolo nella Forza Italia del 1994 erano numerosi e convinti di imprimere al centro-destra, o almeno al partito berlusconiano, una netta curvatura in senso anti-statalista. E dunque immaginavano un coerente piano di liberalizzazioni e la fine di tutti i "lacci e laccioli" che a loro avviso imprigionavano l'economia e l'impresa. Fine quindi del corporativismo che sotto il mantello della concertazione concedeva alle forze sindacali, in numerose circostanze, un decisivo potere di "veto".

Poteva piacere o meno questa ricetta un po' "thatcheriana" e alle sinistre di sicuro non piaceva. Però aveva il dono della chiarezza. Da un lato Berlusconi offriva un porto sicuro ai reduci del pentapartito, dall'altro li sfidava con una promessa di assoluta discontinuità nel confronto con i decenni precedenti. Né la Dc né il Psi e nemmeno i partiti laici avevano mai sperimentato la via liberale così come l'immaginava Berlusconi, con una punta trasparente di liberismo (ma non scomodiamo Einaudi contrapposto a Croce). Il gruppo di intellettuali con cui il ricostruttore del centro-destra volle arricchire le sue liste serviva a rendere credibile il programma liberale (anche per distinguersi dalla destra di Fini, notoriamente statalista, e dai leghisti di Bossi, molto ambigui sul punto).

Ecco allora i nomi di Giuliano Urbani, co-fondatore di Forza Italia, Lucio Colletti, Piero Melograni, Vittorio Mathieu, Antonio Martino, Giulio Tremonti, Giorgio Rebuffa, Saverio Vertone e alcuni altri. Quasi tutti furono disillusi. Il progetto, benché reiterato negli anni, non si realizzò mai. Fu sostituito da una serie di colpi di scena (rifondazioni, cambi di nome, "predellini") secondo uno schema tattico nel quale Berlusconi si rivelò maestro. Con ciò coltivava la sua immagine e parlava all'Italia profonda, la quale lo ricambiò per anni e anni.

Ma lo sbocco liberale del centro-destra rinvigorito dal "berlusconismo" è rimasta un'utopia a cui nemmeno il protagonista di quella lunga pagina ha mai creduto veramente. Più che altro un suggestivo gioco di parole. E il centro-destra ha proseguito il suo cammino, fra crisi e spaccature ricorrenti, ma spesso con risultati elettorali buoni e talvolta ottimi.

È cambiato come è cambiata l'Italia, il centro-destra, per certi aspetti si è radicalizzato. Alla fine Berlusconi ha seminato, ma non è mai andato oltre quell'intuizione iniziale. Schiacciato e condizionato dai suoi conflitti di interessi, ha interpretato un certo mondo, ma lo ha anche profondamente deluso. E chi ha raccolto i frutti nel settembre 2022 è stata Giorgia Meloni, certo non una liberale, figlia anch'essa di una storia complicata e poco in sintonia con il codice repubblicano del dopoguerra. Abbastanza abile, tuttavia, da farsi capire da quell'Italia profonda che Berlusconi ha illuso, sedotto e poi, in definitiva, ha abbandonato a se stessa.