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Marina Berlusconi e Veronica Lario, una figlia per amica e una moglie spina nel fianco: le due donne di Berlusconi

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L'erede non si accontenterà dell'Italia del dolce necrologio, all'ex moglie non basteranno i pensieri puliti del giorno del lutto
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Marina Berlusconi e Veronica Laurio, una figlia per amica e una moglie per nemica. La morte è una grande purificatrice, ma Marina, l'erede, non si accontenterà dell'Italia del dolce necrologio. Vuole quello che non otterrà: il famoso cambio d'epoca, e cioè che "la verità storica cominci finalmente ad essere letta senza le lenti deformanti del pregiudizio e dell'odio". Tanto più che al padre, di cui è stata la più devota degli ammiratori, era già capitato, negli ultimi dieci anni, di sembrare moribondo e di misurare da vivo il rispetto e la commozione del giornalismo dei coccodrilli. 

Anche Veronica non si accontenterà dei pensieri puliti del giorno del lutto. Sono suoi tre dei cinque figli, Barbara, Eleonora e Luigi, e 8 dei nipoti che in tutto, compresi i pronipoti, sono 17. E nelle foto di famiglia si possono riconoscere due mondi e due stili che, anche se non si fronteggiano,…

Marina Berlusconi e Veronica Laurio, una figlia per amica e una moglie per nemica. La morte è una grande purificatrice, ma Marina, l'erede, non si accontenterà dell'Italia del dolce necrologio. Vuole quello che non otterrà: il famoso cambio d'epoca, e cioè che "la verità storica cominci finalmente ad essere letta senza le lenti deformanti del pregiudizio e dell'odio". Tanto più che al padre, di cui è stata la più devota degli ammiratori, era già capitato, negli ultimi dieci anni, di sembrare moribondo e di misurare da vivo il rispetto e la commozione del giornalismo dei coccodrilli. 

Anche Veronica non si accontenterà dei pensieri puliti del giorno del lutto. Sono suoi tre dei cinque figli, Barbara, Eleonora e Luigi, e 8 dei nipoti che in tutto, compresi i pronipoti, sono 17. E nelle foto di famiglia si possono riconoscere due mondi e due stili che, anche se non si fronteggiano, anche se si mescolano, non si somigliano tra loro se non nel fatto che ciascuno somiglia a lui, al nonno morto. Alcuni diventeranno donne e uomini adesso, accanto a una bara, nel funerale-manicomio che sarà ovviamente berlusconiano e dove tutti esigeranno ottime poltrone accanto alla famiglia, ma sempre con l'approvazione o almeno con la comprensione di Marina, che sino a ieri era la First Daughter e ora è la First e basta, con sempre accanto il fratello amatissimo, Piersilvio, che è per Marina quel che Paolina era per Napoleone.

E Veronica? Dove sarò Veronica? Da genitori e nonni separati, Veronica e Silvio li hanno amati davvero: "lui è fatto così, è impossibile fargli cambiare idee, ma è un buon padre, adora i suoi ragazzi". E si erano tanto amati anche tra loro, quando lui mandava 100 rose rosse alla sola donna che riuscì - "una tra mille ce la fa" canta Morandi - ad elevarsi al rango di First Lady: "E' la compagna migliore che un uomo potrebbe desiderare: ha una grande forza di carattere, è affabile e discreta".

Marina e Veronica, dunque. La figlia padrona e la ex moglie sono le sole che, nel mondo più maschilista d'Italia, avevano già rotto il soffitto di cristallo quando la metafora non voleva ancora dire nulla. Di tutte quelle altre che, solo messe insieme, divennero la sua cintura esplosiva, Berlusconi, dal momento in cui gli hanno chiuso gli occhi, si è portato via i nomi, i visi, le forme, lasciando dietro di sé la lunga scia di un "profumo di donna" che, come un odore di lavanda, ne riempirà per sempre la memoria. Anche Marta Fascina, l'ultima badante sessuale, l'ultima lupa che chissà cosa gli ha fatto firmare, padrona del partito, padrona della vita, padrona di tutto, come nella canzone di De Andrè, "per sentirsi dire micio, bello e bamboccione". Si stagliano, invece, nella memoria del Paese il cipiglio, il fascino e l'intelligenza combattive dell'erede che guida la carovana e della ex moglie che da tempo non ne fa più parte e vive nella dignità del riserbo e del silenzio.

Marina, che da adulta sempre più somiglia al padre giovanetto, quello che ancora non improntava l'epoca nella politica, nella vita, nell'impresa e nelle leggende d'amore, è la primogenita alla quale sino alla fine facevano rapporto i medici dell'eccellenza italiana. Zangrillo, che sinora era stato il rimedio a tutto, il rifugio, la casa e la cura,  sia la Penelope di Berlusconi e sia la sua pietrosa Itaca, parlava al mondo con i comunicati, - "è affetto da infezione polmonare e leucemia mielomonocitica fu il primo " e solo a lei riferiva i dettagli più crudeli del corpo  che per trent'anni era stato il corpo della politica:  la fatica, gli spasimi e le crisi che sotto il mantello di porpora della retorica certificata da Marina arrivavano infine ai giornalisti che su ogni segnalazione lavoravano di fantasia.

 Ebbene, potete giurarci che la figlia guardiana continuerà a difenderlo come qualsiasi padre sogna di essere difeso da una figlia. Con la tenacia e la passione che tutti le riconosciamo, Marina ha già negato che, guardandolo troppo da vicino, vede male il padre per il quale stravede. "Il desiderio che mi anima è esattamente l'opposto: quello - lo sostengo senza alcuna velleità e presunzione - di dare il mio piccolo, piccolissimo contributo perché verità e storia non camminino più su strade divergenti... E certi giudizi politici mi pare inizino a riscoprire un poco di obiettività. Mi pare che, a fronte di un desolante presente, anche molti avversari inizino a rendersi conto dei meriti di chi da più di vent'anni si impegna per cercare di migliorare le cose in questo Paese. Dopo tanti veleni, sarebbe un bel passo avanti".

E però se da vivo se lo portava sulle spalle come Enea portò Anchise, adesso che è morto, la figlia rischia di diventare più occhiuta e tenace di prima: non la custode, ma la prigione della sua memoria. E' capitato spesso alle figlie femmine dei grandi italiani con qualità smodate di fare al padre questo torto d'amore. Marina potrebbe sfuggire alla trappola che, come un destino e come una banalità, l'attende? Ha, nientemeno, la Fininvest e la Mondadori e, indirizzando gli studi su papà Silvio, potrebbe avvicinarci alla verità oppure correggendo, premiando e rettificando potrebbe allontanarci dalla verità di quell'uomo che da oggi appartiene alla storia d'Italia e non più a lei e alla famiglia Berlusconi.

In fondo, se ci pensate, è la capofamiglia di una famiglia che non è esagerata, non è vero. Cinque figli e 17 nipoti non sono grandi numeri nelle dinastie del capitalismo, specie se li si confronta con i numeri della cassa di casa che, calcolati al ribasso, sono quattromila milioni. Non è una famiglia arcobaleno, ed è italianissima, persino arcitaliana: la famiglia come bandiera, la famiglia come impresa, non società per azioni ma società per parenti. Ebbene, non c'è una sola grande famiglia del capitalismo italiano che, dopo i lutti, non abbia affidato i sentimenti e i risentimenti agli avvocati e alla carte giudiziarie. E si può dunque dire che la  fine è nota: da un lato ci sarà una guerra tra storici d'Italia e dall'altro un guerra tra avvocati d'Italia. 

Marina e Veronica dunque, con la figlia che vuol cambiare la storia che la ex moglie cambiò nel gennaio del 2007, quando scrisse a Repubblica una lettera  di denunzia che era anche una lettera d' amore, persino letteratura d' amore, del raffinato genere di Milena a Kafka o di Lili Brik a Majakovsij, sicuramente amore ferito e probabilmente amore già finito, ma non del tipo "l'ira delle donne", la collera, le Erinni, Medea, Filumena Marturano, il dramma della gelosia da ricomporre con un bacio. La signora Berlusconi, chiedendo rispetto per sé, lo chiedeva anche per lui. E fu l'ultimo e anche il più serio tentativo di salvarlo da se stesso: "Ho cercato di aiutare mio marito, ho implorato coloro che gli stanno accanto di fare altrettanto, come si farebbe con una persona che sta bene. E' stato tutto inutile. Credevo avessero capito, mi sono sbagliata".

Veronica difendeva in sé stessa anche Berlusconi perché era ancora berlusconiana, anche se di un berlusconismo ingentilito. Pure Marina ingentilisce il padre. Ma è la presenza dominante mentre l'altra è l'assenza che incombe più di una presenza e non solo perché è accucciata nelle sembianze e dunque nell'educazione, nei pensieri, nelle fantasie, negli animi e, infine, negli interessi dei tanti che affollano quelle foto di famiglia. E' anche la donna alla quale più che alla sinistra, allo spread, a Merkel, a Sarkozy e a tutti i diavoli rossi del mondo, Berlusconi attribuì la fine dei suoi governi, la fine di un'epoca, e proprio a partire da quella lettera a Repubblica.

Qualche notte prima, durante la cerimonia per la consegna dei Telegatti, Berlusconi aveva detto a Mara Carfagna di essere pronto a sposarla subito, se non fosse già stato sposato. "A mio marito e all'uomo pubblico - scrisse Veronica - chiedo pubbliche scuse non avendone ricevute privatamente e chiedo se debba considerarmi la metà di niente". E ancora: "Devo dare alle mie figlie l'esempio di una donna che sa tutelare la propria dignità. E voglio aiutare mio figlio a mettere il rispetto per le donne tra i suoi valori fondamentali".

Cominciò così l'epopea di Noemi, di Ruby e delle Olgettine fino alle belle badanti e alla finta moglie Marta Fascina, appunto, sposata "per finta" che nel mondo di Berlusconi voleva dire "per davvvero". Le Olgettine divennero una sigla, un toponimo, le impiegate di concetto del famigerato bunga bunga che nell'intero mondo ancora ci rappresenta come una bandiera forse più di Sofia Loren e di Monica Bellucci, e proprio perché - diciamo la verità - nella nostra memoria le Olgettine sono tutte uguali: chi ne ha vista una le ha viste e subito dimenticate tutte. Indistinguibili, dunque, perché tutte costrette dentro un burqa italiano, tutte briffate - ricordate? - dalla favorita Nicole Minetti. E Fellini lo girebbe così il funerale: la processione sino al mausoleo di Arcore di tutte le sue donne finte e dunque vere, tutte vestite di bianco e con la stessa faccia, diecimila donne che sono tutte la stessa donna, benedette da loro due, la figlia e la moglie, quelle vere e dunque finte.

A Veronica Lario vennero assegnati un milione e quattrocentomila euro al mese, ma la Cassazione dopo alcuni anni le tolse il vitalizio e le impose di restituire sessanta milioni a Berlusconi. E' vero che sono dispute tra ricchi, anzi tra ricchissimi e forse quella montagna di danaro sporca la favola etica della donna tradita che i giornali di gossip dell'ex marito trattarono con la volgarità dei paparazzi che la inseguivano per mostrare quanto era ingrassata e quanto tramontava in quella donna bella e orgogliosa e quanto quegli occhi intensamente espressivi erano diventati segretamente dolenti: informazione, gossip o macchina del fango? Ma la legge, che andava rispettata, aveva una sua equità: "All'ex moglie che sta bene economicamente, l'ex marito, anche se ricco, non deve nulla". E però il peso dei simboli divenne più forte della legge. Berlusconi risarcito da Veronica fu davvero un esito che l'Italia non si aspettava. Nel Paese del familismo, più di tutte le assoluzioni e prescrizioni, quella sentenza della Cassazione, che puniva la moglie tradita e ribelle, sugellò per sempre il mito dell'impunità. Come disse Veronica: "Silvio in tribunale la spunta sempre". E l'amore? A Veronica l'ultima parola: "C'è chi crede che possa durare tutta la vita; chi crede che con il tempo diventi qualcos'altro; e chi pensa che sia un contenitore dentro al quale sono state costruite delle realtà e degli affetti importanti, superiori a quell'incantamento iniziale che il tempo e l'abitudine appannano: una famiglia, dei figli, un rapporto privilegiato tra due persone".