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Sacchi, Gullit, Van Basten, Capello e Ancelotti: un Milan da capogiro che ha portato Berlusconi cinque volte sul tetto d'Europa

Tante le Champions League vinte alla guida del club rossonero. Una storia di calcio straordinaria con 29 titoli conquistati in 31 anni e uno sport trascinato nell'era degli smisurati incassi televisivi e degli ingaggi iperbolici
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Se c’è un’impresa che ha garantito a Silvio Berlusconi l’immortalità agognata, è la firma sul ciclo più vincente della storia del calcio: 29 titoli nazionali e internazionali in 31 anni da proprietario del Milan, dal 24 marzo 1986 al 13 aprile 2017. La sua fama di Re Mida era tale per i successi imprenditoriali e politici, ma aveva raggiunto dimensione mondiale soprattutto grazie allo sport più popolare e ai primi 21 anni straordinari di demiurgo: 27 titoli messi in fila come perle di una collana da fare ammirare agli altri e da rimirare in proprio. D’altronde su chi fosse stato il più bravo del reame lo specchio non mentiva e nessuno dubitava che l’acquisto nel settembre 2018 del Monza in serie C, caldeggiato dal brianzolo doc Adriano Galliani, si sarebbe rivelato l’estrema conferma del tocco d’oro perpetuo: presto il brianzolo acquisito, uso alle passeggiate nel parco di Arcore con vista sulle luci d…

Se c’è un’impresa che ha garantito a Silvio Berlusconi l’immortalità agognata, è la firma sul ciclo più vincente della storia del calcio: 29 titoli nazionali e internazionali in 31 anni da proprietario del Milan, dal 24 marzo 1986 al 13 aprile 2017. La sua fama di Re Mida era tale per i successi imprenditoriali e politici, ma aveva raggiunto dimensione mondiale soprattutto grazie allo sport più popolare e ai primi 21 anni straordinari di demiurgo: 27 titoli messi in fila come perle di una collana da fare ammirare agli altri e da rimirare in proprio. D’altronde su chi fosse stato il più bravo del reame lo specchio non mentiva e nessuno dubitava che l’acquisto nel settembre 2018 del Monza in serie C, caldeggiato dal brianzolo doc Adriano Galliani, si sarebbe rivelato l’estrema conferma del tocco d’oro perpetuo: presto il brianzolo acquisito, uso alle passeggiate nel parco di Arcore con vista sulle luci dello stadio Brianteo, si sarebbe portato a casa la serie A, fuor di metafora. Ovviamente è stato così. E le vicine luci dello stadio di provincia, accendendosi sulle imprese di una squadra dal nucleo molto italiano  (chiodo fisso), capace di scalare la classifica di un campionato molto straniero partendo dall’emblematica vittoria sulla Juventus, hanno rafforzato il noto dogma: per Berlusconi nulla era impossibile e in effetti il Monza, passato dalla polvere di stelle di Balotelli e Boateng alla concretezza del capitano monzese Pessina, oggi sembra una credibile miniatura dei successi d’antan.

Berlusconi e Galliani in tribuna a Monza (ansa)

Un pallone rossonero, il pianeta di Berlusconi

L’impensabile derby col Milan è assurto a duello simbolico di un’autentica parabola esistenziale, perché il pallone tinto di rossonero è stato il pianeta di Berlusconi. Presso il numeroso popolo dei tifosi, etnia sovranazionale e politicamente trasversale, rimarrà l’anticipatore per definizione. A posteriori aveva aggiustato l’addio di sei anni fa al Milan, all’atto della cessione all’oscuro cinese Yonghong Li: l’aveva illustrato come inevitabile mossa per assicurare alla squadra un futuro all’altezza di una storia fatta di straordinari e costosi campioni, che ormai neppure lui si poteva più permettere, di fronte alla concorrenza selvaggia degli sceicchi arabi, degli oligarchi russi, dei miliardari dell’Estremo Oriente e dei fondi internazionali. Di quella discussa trattativa la narrazione più indulgente e intimista suggeriva una lettura alla Garcia Marquez. Il patriarca entrato nell’autunno confessava appunto agli intimi che non era tanto questione di soldi, quanto di ciclo della vita: avvertiva l’affievolirsi delle forze e sentiva che l’abbandono della sua creatura prediletta equivaleva al suo stesso tramonto umano.

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Un Milan a sua immagine e somiglianza

Di sicuro la parabola di Berlusconi è coincisa con quella del Milan. L’imprenditore-politico – visionario e spregiudicato, precursore e narcisista, despota e paterno – si identifica col padrone-demiurgo della squadra di calcio, plasmata a sua immagine e somiglianza. E l’ascesa e il declino del club sotto la sua guida sono sovrapponibili al lungo e analogo percorso dell’uomo, dallo zenit al crepuscolo. Il ciclo milanista è durato più di quello da leader del centro-destra e il calcio ha spesso rappresentato il terreno di sperimentazione del politico, nonché il rifugio autoassolutorio da tutti i peccati: il tifoso perdona volentieri chi gli fa vincere scudetti e coppe. Il curriculum è da questo punto di vista a prova di qualunque confronto, con l’eccezione del presidente madridista Santiago Bernabeu, al quale è intitolato lo stadio del Real e sulle cui orme si muove l’attuale successore Florentino Perez, che ha tentato la scissione della Superlega anche per pagare il prestito della costosa ristrutturazione del Bernabeu, inguainato dentro un involucro a forma di astronave. I templi del pallone sono i simulacri di chi ne indirizza le traiettorie e non a caso, faceto fino a un certo punto, talvolta Berlusconi si doleva dell’irriconoscenza del Comune di Milano, che non aveva mai provveduto a cambiare, intitolandolo a lui vivente, il nome dello stadio di San Siro, identificato col “semplice” fuoriclasse concittadino Peppino Meazza. Dal teatro dei suoi trionfi restava stregato, al punto da caldeggiarne la sopravvivenza, lui che pure sull’edilizia aveva eretto la propria fortuna: “Volevano distruggere San Siro, che è nella storia del calcio, del Milan e anche nella mia”.

Berlusconi con Maradona (fotogramma)

La rivoluzione del calcio in tv

Quando parlava di storia, alludeva ai trofei, ma soprattutto alla rivoluzione filosofica. Fu subito indelebile l’impronta dell'allora quasi cinquantenne re delle televisioni private, che nel 1986 prese il Milan sull’orlo del baratro e lo sollevò in cima al mondo, trascinando quel calcio rustico nell’era degli smisurati incassi televisivi e degli ingaggi iperbolici. La storia racconta di un’intuizione figlia del pragmatismo e ammantata dal sogno. Il visionario teorizzò che il moltiplicarsi delle dirette televisive delle partite avrebbe attirato gli sponsor, che avrebbero finanziato i club, che avrebbero stipendiato i migliori campioni, che avrebbero fatto impazzire la gente, dentro gli stadi ma preferibilmente davanti alla tivù, a chiudere il cerchio. La Champions League, il maxi-torneo europeo per club, è nata da ?ì. È in seguito diventata il più lungo e formidabile spettacolo-business universale, ma è in fondo conseguenza dell’originaria idea della Superlega, che già nel 1988, ben prima delle attuali vicende, frullava nella testa di un audace impresario del calcio e della tivù: Berlusconi, naturalmente. 

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Il quale, sapendo che l’unico vero esperanto è il calcio televisivo (e pure il web moltiplicatore di infiniti tifosi), ha sempre saputo anche che la propria immarcescibile popolarità, da Capo Nord alla Terra del Fuoco, era dovuta alla lingua universale parlata dal Milan: la squadra dei Palloni d’oro. Quelli condotti alla meta raggiunta in precedenza dal solo, accantonato Gianni Rivera: Gullit, Van Basten, Weah, Shevchenko, Kakà. E quelli acquistati: Papin, Baggio, Ronaldo, Rivaldo, Ronaldinho. La galleria degli altri grandi campioni ne contempla di storici: Donadoni, Savicevic, Boban, Albertini, Pirlo, Inzaghi, Nesta, Gattuso, Seedorf, Rui Costa, e l’elenco è incompleto.

Berlusconi festeggia la conquista dello scudetto del 1988 (fotogramma)

L'arrivo di Sacchi, la rottura con la tradizione

I primi due fuoriclasse, Franco Baresi e Paolo Maldini, Berlusconi se li era trovati già in casa, però fece in modo che non avessero mai la tentazione di andarsene. Tutto cominciò con Nils Liedholm in panchina, ma fu il passaggio repentino dal santone svedese al giovane iconoclasta Arrigo Sacchi a rappresentare il manifesto di una filosofia calcistica rivoluzionaria: la rottura con la tradizione. Il semisconosciuto Sacchi forniva con le sue nuove idee tattiche la base del progetto: vincere ovunque, dando spettacolo, e seppellire le abitudini e le convinzioni più radicate nel pubblico italiano, come quella che in trasferta fosse sufficiente pareggiare e difendersi. L’immediato successo della rivoluzione nacque anche da un mercato economicamente impossibile per la concorrenza e dall’acquisto di grandi calciatori, in particolare del trio olandese Gullit-Van Basten-Rijkaard.

 

Si alimentò subito il suddetto mito del Re Mida, del quale rappresentò il caposaldo la successiva scelta di Fabio Capello. Allenatore e uomo d’azienda promosso secondo modalità diffuse nella holding Fininvest, il pragmatico Capello gestì con metodi assai diversi dall’utopista Sacchi una squadra già vincente, aumentando il numero dei trionfi. Per gli agiografi era il segno che gli uomini potevano cambiare, ma che tutto stava nella capacità di sceglierli. E che la superiorità del Milan andava attribuita al padrone, entrato nel frattempo in politica, con annessa moltiplicazione del potere e della retorica sportiva e con delega a Galliani sul governo della squadra e della campagna acquisti, mentre Ariedo Braida, ex centravanti e poi direttore sportivo del Monza della prima era di Galliani stesso, si rivelò l’uomo delle intuizioni sul mercato. Il dogma dell’infallibilità di Berlusconi nell’assunzione dei collaboratori – ma quando non gli piacevano più era implacabile, vedi Zaccheroni nonostante uno scudetto - trovò linfa col terzo artefice dello straordinario ciclo milanista: il profilo di Carlo Ancelotti, gestore saggio di uno spogliatoio infarcito di primedonne, si distingueva da quelli di Sacchi e Capello e ne costituiva la sintesi ideale. In quel periodo il deus ex machina godeva della massima immunità calcistica: Milanello era sede di estemporanei comizi politici e perfino il silenzio preelettorale del sabato di vigilia del voto diventava una barriera scavalcabile.

Berlusconi con Marco Van Basten (fotogramma)

L'ultimo sussulto, lo scudetto con Allegri

Proprio dalla defenestrazione di Ancelotti cominciò il declino, malgrado il sussulto del triennio di Allegri con scudetto e ben al di là della controversa istituzione del duopolio di amministratori delegati, Galliani e la figlia Barbara, che avrebbe comunque varato il passaggio nella nuova sede Casa Milan e nell'era digitale. L’ultimo quinquennio fu malinconico, tra discorsi motivazionali alla squadra – consuetudine trasferita al Monza - e video su Facebook come quello incentrato sulla figurina di un giovane e improbabile Silvio in maglia rossonera per un presunto provino. Riaffioravano perfide le leggende del passato, dal presunto tifo infantile per l’Inter alla mitica Edilnord, la squadra che Berlusconi allenò in gioventù e il cui trofeo, una Coppa Disciplina, troneggia sulla libreria dello storico ufficio di via Rovani, accanto a due Telegatti. Lui si doleva dei sarcasmi, tacciando i miscredenti di irriconoscenza. Alla fase crepuscolare, dopo la trattativa naufragata con l’ingegnere tailandese Taechaubol (mister Bee) e la cessione al misterioso Yonghong (mister Li, poi debitore insolvente del fondo americano Elliott, proprietario del club fino al discusso passaggio dell'agosto 2022 all'altro fondo americano RedBird), appartiene la nostalgia: i tentativi di consigli telefonici agli allenatori del Milan e l’idea frustrata di tornare negli spogliatoi di San Siro per impartire come una volta la benedizione prepartita alla squadra, che sarebbe poi tornata a vincere il campionato senza di lui.

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Ma alla fine aveva ragione Berlusconi: il tocco d’oro non si era mica esaurito. A poco a poco le partite del Monza, da surrogato, si erano trasformate nell’estrema celebrazione del patriarca: lo spot sul Brianteo, abbellito e trasformato in stadio da serie A col nome dello sponsor, le licenze social con le battute ammiccanti, le sporadiche interviste da saggio affabulatore. Che dal calcio aveva già ottenuto il suo vero scopo: diventare immortale.