✕

Cavaliere per alcuni, Caimano per altri: così la discesa in campo di Berlusconi traccia il confine tra prima e dopo

Ascolta l'audio

Dalla nascita della Repubblica mai nessuno come il leader di FI è stato capace di dividere il tempo e lo spazio nella politica italiana
6 minuti di lettura

Per mezza Italia è stato il Dottore, il Cavaliere, il Presidente, l'Unto del Signore. Per l'altra mezza era il Caimano, Sua Emittenza, Berluscaz, lo Psiconano. Dalla nascita della Repubblica mai nessuno come Silvio Berlusconi è stato capace di dividere il tempo e lo spazio, nella politica italiana. Il tempo, perché la sua "discesa in campo" tracciò il confine tra il prima e il dopo: da allora tutto è cambiato, nel Palazzo del potere. E lo spazio, perché in quello stesso istante, come un fulmine apre in due un albero secolare, la sua mossa spaccò il Paese a metà, berlusconiani contro antiberlusconiani.

La discesa in campo

Era la sera del 26 gennaio 1994 - mancavano due mesi esatti alle elezioni politiche - e tutte le reti tv mandarono in onda una videocassetta che era stata consegnata simultaneamente ai telegiornali. "L'Italia è il Paese che amo" esordì Berlusconi, e quei 9 min…

Per mezza Italia è stato il Dottore, il Cavaliere, il Presidente, l'Unto del Signore. Per l'altra mezza era il Caimano, Sua Emittenza, Berluscaz, lo Psiconano. Dalla nascita della Repubblica mai nessuno come Silvio Berlusconi è stato capace di dividere il tempo e lo spazio, nella politica italiana. Il tempo, perché la sua "discesa in campo" tracciò il confine tra il prima e il dopo: da allora tutto è cambiato, nel Palazzo del potere. E lo spazio, perché in quello stesso istante, come un fulmine apre in due un albero secolare, la sua mossa spaccò il Paese a metà, berlusconiani contro antiberlusconiani.

La discesa in campo

Era la sera del 26 gennaio 1994 - mancavano due mesi esatti alle elezioni politiche - e tutte le reti tv mandarono in onda una videocassetta che era stata consegnata simultaneamente ai telegiornali. "L'Italia è il Paese che amo" esordì Berlusconi, e quei 9 minuti e 25 secondi rivoluzionarono il linguaggio, la tecnica e la mappa della politica. Contro ogni previsione, un partito che nasceva dal nulla - ma che poteva contare su tre reti televisive - in due mesi vinse le elezioni e conquistò Palazzo Chigi. Cominciava il ventennio di Sua Emittenza.

In realtà, già allora Berlusconi era Berlusconi.

Era il costruttore che aveva acquistato il suo primo terreno grazie alla fideiussione del fondatore della Banca Rasini, quella dove lavorava il padre Luigi, e nel giro di una dozzina d'anni aveva realizzato a Segrate la sua Milano Due (dopo essere riuscito a far cambiare le rotte di 270 voli per Linate per liberare l'area dal rumore degli aerei).

Era l'imprenditore che, partendo da Telemilano, piccola tv via cavo che non superava i confini di Milano Due aveva conquistato l'etere non con una ma con tre reti televisive, e quando i pretori avevano oscurato le sue tv perché violavano il divieto di trasmettere su scala nazionale aveva mostrato la sua potenza ottenendo a tambur battente dal governo Craxi un decreto legge che annullava quel divieto.

Era l'editore che s'era comprato Il Giornale di Montanelli, l'ultrapopolare Sorrisi e canzoni Tv e pure la Mondadori (corrompendo un giudice, ma ancora non si sapeva).

Era l'ex venditore porta a porta di scope elettriche che era diventato il padrone della Standa, delle assicurazioni Mediolanum, delle sale Cinema5.

Era il presidente del Milan che conquistava uno scudetto dopo l'altro, e da quando era arrivato lui aveva già vinto due Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali e due Supercoppe.

"Quel Berlusconi lì l'è minga un pirla" aveva scritto Mario Pirani, intervistandolo per Repubblica, 17 anni prima. Di lui si conoscevano già gli aneddoti sulla vita da chansonnier sulle navi da crociera, la sua iscrizione alla Loggia P2, tessera 1816, i mille sospetti di oscuri rapporti con la mafia (poi al centro di due inchieste, chiuse con l'archiviazione), e poche notizie sulla sua vita privata: il matrimonio con Carla Dall'Oglio da cui aveva avuto Marina e Pier Silvio, poi l'incontro in un teatro con Veronica Lario e il secondo matrimonio, con altri tre figli: Barbara, Eleonora e Luigi. Sullo sfondo, l'amatissima mamma Rosa, generosa dispensatrice di interviste sull'incontenibile bontà del suo primogenito.

Insomma, agli occhi degli italiani - o meglio: di quella metà che lo avrebbe votato - era un vincente, uno che ci sapeva fare, l'uomo che serviva all'Italia dopo il terremoto di Tangentopoli, e lui non avrebbe rubato perché era già ricco. Non solo, ma prometteva nientemeno che la "rivoluzione liberale" grazie alla quale tutti saremmo diventati più ricchi: "Meno tasse per tutti" fu il primo, celebre slogan, "Un milione di posti di lavoro" il secondo (nessuna delle due promesse fu poi mantenuta, ma agli italiani piacque credergli).

Il trionfo e la traversata del deserto

Con il trionfo del 27 marzo 1994, Berlusconi cominciò la sua nuova carriera, quella del leader politico, aspirante statista. Fu allora che lui scoprì una regola che non accettò mai del tutto: in politica non basta vincere, per comandare. Lui decideva, ma gli altri non obbedivano. Cominciò Umberto Bossi, che presto decise di mollare il potente alleato provocando quello che poi il Cavaliere avrebbe battezzato "il ribaltone". Così, dopo sette mesi, il governo Berlusconi affondò. Lui chiese a Scalfaro di tornare alle urne, o almeno il reincarico "perché ho appena riarredato a spese mie le sale di Palazzo Chigi", ma il presidente della Repubblica lo gelò: "Vorrà dire che metteremo una targa: "Dono dell'onorevole Berlusconi"". Così nacque il governo Dini e quando si tornò a votare vinse Romano Prodi, scelto come premier dal centro-sinistra.

Poi vennero cinque anni all'opposizione - "la traversata del deserto" la definì lui -, la furba trattativa con D'Alema alla Bicamerale (che non produsse nessuna riforma, ma bastò a bloccare la legge sul conflitto d'interessi) e la rivincita del 2001 grazie a una mossa geniale: un "contratto con gli italiani" firmato nel salotto di Vespa, col quale si impegnava per iscritto ad abbattere le tasse e ad aumentare le pensioni minime. Funzionò, anche se solo le pensioni vennero effettivamente aumentate, mentre le tasse non furono mai abbassate. In compenso, furono approvate a tambur battente ventuno leggi ad personam, nove per risolvere i guai dell'imputato Berlusconi e altre dodici per favorire l'imprenditore Berlusconi. E guai a chi osava dirlo in tv: dalla Bulgaria, lui diede in pubblico l'ordine - prontamente eseguito - di cacciare dalla Rai Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi.

Il predellino e l'ultima volta a Palazzo Chigi

Così nel 2006 rivinse Prodi, ma il suo governo franò dopo due anni, anche perché Berlusconi gli rosicò la già stentata maggioranza senatore dopo senatore, con ogni mezzo (il solo De Gregorio, ex dipietrista, gli costò tre milioni di euro), e allora ci fu l'ultimo guizzo politico del Cavaliere, un gesto spettacolare: salì sul predellino della sua auto, in piazza San Babila, e da lì sciolse Forza Italia fondando il Popolo delle Libertà, partito unico del centrodestra nel quale la riottosa An fu costretta a confluire. E arrivò la terza vittoria, nel 2008. Poi vennero l'addio di Casini, la rottura con Fini ("Che fai, mi cacci?" gli gridò quello in pubblico), la pagliacciata con Gheddafi e le sue amazzoni, il gelo con Angela Merkel, il lettone di Putin, l'impennata dello spread, la sconfitta in aula e l'invito di Napolitano a passare la mano a Mario Monti.

Uscendo da Palazzo Chigi, il Cavaliere sapeva non ci sarebbe più tornato. Anzi, dopo la sconfitta del 2013 lo misero alla porta anche al Senato, quando arrivò la batosta più dura: la condanna a quattro anni per frode fiscale sui diritti cinematografici. E allora gli fu sospeso il titolo di Cavaliere, il carcere venne evitato grazie all'indulto ma con l'obbligo di prestare servizio sociale in un centro anziani di Cesano Boscone, e scattò pure il divieto di candidarsi fino al 2019: le cose si misero male per l'uomo abituato a vincere tutto. E lui, che non si rassegnava, ancora una volta diede la colpa alla magistratura, "cancro del Paese", contro la quale aveva combattuto una lunga battaglia, fino a quel momento vinta grazie a nove assoluzioni, sette prescrizioni e un'amnistia.

Poi arrivò - nel 2019 - la riabilitazione giudiziaria, ma il divieto di rientrare in campo gli era nel frattempo costato lo schiaffo più bruciante: perdere la leadership del centrodestra, sorpassato nel 2019 dalla Lega di Matteo Salvini e nel 2022 anche dal partito di Giorgia Meloni. Non era più il numero uno, neanche nel suo campo. Uno smacco dal quale Berlusconi aveva disperatamente cercato di riprendersi, ricandidandosi a 82 anni alle europee del 2019, per contare in tutti i collegi i voti dei berlusconiani rimasti fedeli a lui: 560 mila, assai meno dei 2,7 milioni raccolti dieci anni prima. Così lui s'era dovuto rassegnare alla terza posizione, sul podio del centro-destra dove per un quarto di secolo era stato il numero uno. L'ex capo assoluto si accontentava di fare "il regista", cercando di convincere i suoi che però era sempre lui "il cuore, il cervello e la spina dorsale" di quell'alleanza. E tutti facevano finta di credergli, anche quando lui spiazzava il governo di Giorgia Meloni confermando platealmente la sua imbarazzante amicizia con Vladimir Putin, l'invasore dell'Ucraina.

Il tramonto

Il tramonto del Cavaliere, in realtà, era già cominciato prima ancora che lui desse il segnale più evidente, vendendo il Milan ai cinesi. La sua fama internazionale di Grande Seduttore - già minata dalle gaffes: memorabile il gesto delle corna al ministro degli Esteri spagnolo, Piqué, proprio nella foto ufficiale - era stata inquinata dalle scandalose rivelazioni sulla sua presenza alla festa di una diciassettenne napoletana, Noemi Letizia ("Non posso stare con un uomo che frequenta le minorenni", commentò sua moglie, preparandosi a un divorzio milionario).

Ed erano finiti nelle aule giudiziarie il viavai di escort a Palazzo Grazioli, le "cene eleganti" ad Arcore con signorine che arrivavano vestite da suore e facevano lo spogliarello nei piccanti dopocena, e soprattutto l'incredibile storia di un'altra minorenne, Ruby Rubacuori, la marocchina Karima El Mahroug, assidua frequentatrice dei suoi festini notturni: quando fu fermata dalla polizia, l'allora premier Berlusconi telefonò in questura per farla liberare subito ("E' la nipote di Mubarak"). Processato, lui alla fine è stato assolto "perché il fatto non sussiste". Lei sta ancora spendendo i milioni incassati in cambio del suo silenzio. Una brutta storia che neanche il fidanzamento senza nozze con Francesca Pascale - di 49 anni più giovane di lui - né l'ultima storia d'amore con la bionda deputata Marta Fascina (classe 1990) era riuscito a cancellare.

Il suo sogno era di passare alla Storia come un grande statista. L'ultimo tentativo di realizzarlo l'ha fatto puntando al Quirinale, assicurando agli alleati che aveva già in tasca i voti necessari, ma anche quello è fallito prima ancora che cominciassero le votazioni: tirando le somme, i numeri non c'erano. Eppure tra trionfi, condanne, rivincite, misteri, scudetti, scandali, conquiste, epurazioni, successi, gaffes, colpi di scena e tradimenti, la sua parabola lo ha visto, manzonianamente, tre volte nella polvere e tre volte sull'altar.  La sua impronta l'ha lasciata.

Ora comincia davvero, per il centro-destra italiano, il dopo-Berlusconi.