"E le donne, dove sono?". Quella volta Silvio Berlusconi lo gridò a trenta metri, da valle verso un ponte, agli operai di un cantiere post-sisma, in Abruzzo. Era il 25 giugno 2009, le reti Mediaset diedero la scena con comprensibile orgoglio per dire di una ricostruzione che il premier faceva filare spedita e in allegria. "Siete tutti gay? Ah, allora ve le porto io le veline, la prossima volta", tra risate fragorose. Le veline, o le donne: concetto unico, plurale, sottoinsieme o genere di necessità, tipo "le birre, ce le siamo scordate?". Viene quasi da rubarla, ora, quella sua domanda – così identitaria, e molto vitale certo. Ora che è benedetto il defunto, celebrata la liturgia in Duomo, e consumati (forse in tutti i sensi) l’onore e il lutto nazionale degli italiani: e l’idea delle donne che ha costruito?
Ha un suo simbolismo il fatto che il patriarca scompaia quando una signora cresciuta a scuola di …
"E le donne, dove sono?". Quella volta Silvio Berlusconi lo gridò a trenta metri, da valle verso un ponte, agli operai di un cantiere post-sisma, in Abruzzo. Era il 25 giugno 2009, le reti Mediaset diedero la scena con comprensibile orgoglio per dire di una ricostruzione che il premier faceva filare spedita e in allegria. "Siete tutti gay? Ah, allora ve le porto io le veline, la prossima volta", tra risate fragorose. Le veline, o le donne: concetto unico, plurale, sottoinsieme o genere di necessità, tipo "le birre, ce le siamo scordate?". Viene quasi da rubarla, ora, quella sua domanda – così identitaria, e molto vitale certo. Ora che è benedetto il defunto, celebrata la liturgia in Duomo, e consumati (forse in tutti i sensi) l’onore e il lutto nazionale degli italiani: e l’idea delle donne che ha costruito?
Ha un suo simbolismo il fatto che il patriarca scompaia quando una signora cresciuta a scuola di politica, Meloni, è a Palazzo Chigi e una leader tosta, Schlein, guida il Pd. È un tema che resta la relazione tra la natura della leadership di Berlusconi e le presenze femminili offerte a grappoli, dentro e fuori i Palazzi e le convention; la prima trasposizione del casting televisivo a selezione di classe dirigente, targata Forza Italia; e, di più, il legame tra la voracità del suo potere e l’uso spregiudicato delle aspirazioni di giovanissime, anche minorenni, come avrebbe svelato la storia di Noemi Letizia, nel Casoriagate esploso nell’aprile 2009, sulle pagine di Repubblica, e culminato nelle Dieci domande di Giuseppe D’Avanzo sull’incredibile sequela di bugie di un premier. O, per finire: le offese e lo sprezzo destinato a chi da donna, come Rosy Bindi, ne smonta ogni preteso appeal. Più o meno lo stesso ghigno di quando, nell’agognata rentrée al Senato, in quel catastrofico 14 ottobre ’22, il fondatore di FI scrisse i fatali appunti su Meloni: "Supponente, prepotente, arrogante e offensiva". Elenco cui la presidente del Consiglio ebbe la perfidia di aggiungere un difetto: "Manca questo: non ricattabile".
Storie rimosse. Reset. Come se la morte del patriarca Berlusconi, fondatore non solo di un partito oggi smarrito, ma di una politica che ha usato il corpo delle donne – esponendole, quando conveniente; stoppandole, frenandole o offendendole, in caso di minaccia – estinguesse anche il danno inferto alle istituzioni, con la concezione proprietaria delle “ragazze”, la diffusione di una pubblica modalità (anche bipartisan). Che ha favorito mirabili carriere. E che resta, come modello. "La relazione di Berlusconi con le donne è l’espressione più profonda del suo populismo, il rapporto di padronanza con le istituzioni traduceva sul piano politico quello rapace con le donne – ragiona non a caso il filosofo Roberto Esposito – La questione femminile non è ai margini, chiusa, ma al centro della sua vicenda politica".
Oltre le gag, le battute sessiste, il trash immaginario. Che repertorio. A colloquio con Parigi, nell’aprile 2002: "Sono popolarissimo: basta contare le mie fidanzate francesi". Ad Ankara: «"Ho avuto una meravigliosa ragazza turca". Alla convention di An: "Ma avete visto anche voi circolare delle gambe straordinarie?". Al suo congresso del 2008: "Dovete essere capoliste, ma se non troviamo il catering cucinerete per tutti", e giù risate. "Mi piacerebbe farmi rianimare da lei", nei paesi terremotati. O quando mise in imbarazzo una giovane ministra Meloni, ad Atreju: "Lei deve lasciare il numero", disse a una militante. Quisquilie.
Ma mentre l’uomo seduce, nel backstage si bastonano i nemici, scatta la macchina del fango. Non sorride quando insulta Bindi, che lo condanna per gli attacchi alla Consulta dopo lo stop al lodo Alfano: "È più bella che intelligente". Monta la protesta, nasce un appello per la dignità delle donne, 100 mila firme, tra loro Michela Marzano, Nadia Urbinati, Barbara Spinelli. Poco dopo, come tempesta annunciata sull’inquietante commistione tra senso di onnipotenza, uso privatistico delle istituzioni e vulnerabilità dei suoi uffici, scoppiano gli scandali: frequenta la escort D’Addario, la 17enne Karima ("la nipote di Mubarak") e l’esercito di olgettine. I processi per concussione e prostituzione minorile e corruzione in atti giudiziari si chiudono per Berlusconi, storia di oggi, con un’assoluzione, mentre resta agli atti (come mostrano le condanne definitive per Valter Lavitola o per Giampaolo Tarantini) la circostanza di un premier a cui si tendono tentativi di estorsione, o si offrono squillo. Fatti che tracciano, al di là di ogni sentenza, l’iconografia di una leadership.
E colpisce, oggi, una dichiarazione della signora Letizia, ormai madre. "Penso a educare i miei figli con modelli positivi. Io da minorenne sono stata illusa dalla politica, non protetta". Siluro a ciglio asciutto, al defunto e ai vivi. Anche lei sperava di diventare “deputata”, certo. D’Avanzo scriveva: "Signor presidente, non trova grave che lei abbia ricompensato con candidature e promesse di responsabilità le ragazze che la chiamano papi?". Domanda mai invecchiata, perché mai fu sciolta. E ora quante signore per l’ultimo addio all’imperatore. Reset.