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Quel patto tra Marina Berlusconi e Meloni per salvare aziende e governo

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Accordo di “reciproca convenienza” tra le due. Un’intesa siglatasubito dopo le esequie che punta a mantenere lo status quo in politica e nelle società
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ROMA - Aiutarsi e salvarsi vicendevolmente. Uscire insieme da un potenziale e pericoloso tunnel. Ecco il “Patto della reciproca convenienza” tra Marina Berlusconi e Giorgia Meloni. Un accordo siglato di fatto in queste ore. E che punta a mantenere lo status quo. In politica e nelle aziende.


In una sorta di contrappasso dantesco la terna partito-coalizione-impresa dominata fino ad ora da figure maschili e segnata anche da un certo maschilismo, ora è guidata ed egemonizzata da due donne. Alle quali se ne accompagna una terza: Marta Fascina. Le “zarine” di Forza Italia, del centrodestra e dell’impero imprenditoriale berlusconiano. Un pezzo importante e per ora maggioritario del Paese è dunque sotto il loro controllo. In una miscela che emulsiona politica, governo ed economia. Un vero e proprio testa-coda delle abitudini virili della destra italiana. Che poggia su un concordato di mutuo interesse. Lasciare com’è l’attuale si…

ROMA - Aiutarsi e salvarsi vicendevolmente. Uscire insieme da un potenziale e pericoloso tunnel. Ecco il “Patto della reciproca convenienza” tra Marina Berlusconi e Giorgia Meloni. Un accordo siglato di fatto in queste ore. E che punta a mantenere lo status quo. In politica e nelle aziende.


In una sorta di contrappasso dantesco la terna partito-coalizione-impresa dominata fino ad ora da figure maschili e segnata anche da un certo maschilismo, ora è guidata ed egemonizzata da due donne. Alle quali se ne accompagna una terza: Marta Fascina. Le “zarine” di Forza Italia, del centrodestra e dell’impero imprenditoriale berlusconiano. Un pezzo importante e per ora maggioritario del Paese è dunque sotto il loro controllo. In una miscela che emulsiona politica, governo ed economia. Un vero e proprio testa-coda delle abitudini virili della destra italiana. Che poggia su un concordato di mutuo interesse. Lasciare com’è l’attuale sistema di potere.


Il primo passo l’ha compiuto alcuni giorni fa proprio la presidente del Consiglio. Ha ricevuto, attraverso i consueti canali della diplomazia di Palazzo Chigi, la richiesta di un incontro. Da parte di Vincent Bollorè, il capo del colosso francese Vivendi. Richiesta fino ad ora non accolta. Non a caso. Le mire del magnate francese su Mediaset sono note da tempo. Già cinque anni fa il tentativo di scalata venne bloccato dall’Agcom. In realtà nessuno ha capito quale potesse essere l’oggetto concreto del suo invito. Ma Meloni ha comunque voluto evitare un “faccia a faccia”. Un modo per far capire che il governo non intende prestarsi a giochi che compromettano la continuità proprietaria del Biscione. Del resto, acquisire società il cui business si basa sulle concessioni pubbliche senza il via libera dell’esecutivo è piuttosto complicato. Ancora più difficile in questo periodo nel quale il raggio d’azione della cosiddetta “Golden Power” è stato esteso. E rende possibile bloccare Opa ostili da parte di soggetti stranieri, anche europei.


Ma, appunto, si trattava di un segnale. Da trasmettere alla famiglia Berlusconi, in particolare in questo periodo. In effetti gli eredi del Cavaliere sanno che, con la morte del padre, il loro “impero” è più debole. Esposto allo shopping, interno ed esterno. Un patto di ferro con il governo diventa dunque indispensabile. Anche nel caso in cui i cinque figli, dopo l’apertura del testamento e la distribuzione delle quote, si orientassero a cedere il controllo. Vendere con l’acqua alla gola è un conto, farlo senza costrizioni è un altro.


Cosa può ricevere in cambio Meloni? Cosa può offrire Marina? La stabilità del centrodestra. Ossia la sopravvivenza di Forza Italia. La leader di Fratelli d’Italia è consapevole che il partito berlusconiano è sull’orlo del precipizio. Ad un passo dall’esplosione della sua classe dirigente e dall’implosione elettorale. Una prospettiva che metterebbe in pericolo la vita dell’esecutivo. Segare la “terza gamba” del centrodestra equivale a far cadere il tavolo. Ritrovarsi un pezzo di “forzismo” da una parte o da un’altra non è indifferente. Perdere, ad esempio, un pattuglia di 7-8 senatori significa neutralizzare la maggioranza. Non farla cadere ma azzerarne l’agibilità parlamentare. E quindi determinare il più classico del “fuggi fuggi”. Per non parlare delle temute reazioni impulsive di Matteo Salvini. Un incubo per la premier.


Marina, allora, nel “patto” con Meloni deve diventare la “garante” di Forza Italia. Non un ruolo pubblico e diretto. Che sarà invece svolto da Antonio Tajani. Ma una sorta di”polizza”. Far sapere che dietro Forza Italia c’è ancora la famiglia Berlusconi. In grado di muovere i fili del gruppo dirigente, ripianare i debiti del partito e magari finanziare la campagna elettorale almeno delle prossime elezioni europee. Un traguardo non secondario per la premier. In quell’appuntamento si gioca, infatti, buona parte della legislatura italiana e soprattutto la possibilità di tentare il gioco dei “grandi” in Europa. Nella consapevolezza che una coalizione senza un partito aderente al Ppe – ossia Forza Italia – la sospingerebbe ai margini della politica europea.


La terza “zarina” è quindi Marta Fascina che sta assumendo il ruolo di “ambasciatrice” della famiglia. O meglio, di Marina. La “fidanzata” del Cavaliere ha perso il suo potere principale: il telefono. Era lei, infatti, a stabilire con chi Silvio Berlusconi potesse parlare. Si trattava di una forza di interdizione. Che ora non c’è più. Ma può contare sulla delega di Marina. Anche se c’è un altro soggetto che ha recuperato la sua storica funzione: Gianni Letta. “L’amico di sempre” è tornato al suo compito tradizionale di mediatore. stavolta tra la famiglia e la presidente del Consiglio. "Io – spiegava negli ultimi giorni – non faccio politica e non scenderò in politica. Ho un impegno di lealtà verso la famiglia. E lo manterrò".