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Direzione Pd tormentata: "Quanti errori in quella piazza". Lo spettro della scissione, poi Elly riesce a evitare la conta

Nel Pd serpeggia l'idea di dividersi per poi marciare uniti alle urne "Hic manebimus", dice Alfieri. "Quanto all'optime lavoriamoci". A luglio la convention dell'area Bonaccini
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ROMA - C'era un grande non detto nella direzione Pd di ieri: la scissione. Il grande strappo. Impensabile, ad appena nemmeno 4 mesi dalle primarie. Una scissione per ora solo evocata, come negazione, il che però sottolinea che il tema c'è, nemmeno troppo sullo sfondo.

Basta sentire cosa diceva Alessandro Alfieri, responsabile Riforme, bonacciniano, in teoria uno dei più concilianti della minoranza: "Basta dualismi renziani anti-renziani, noi riformisti il Pd lo abbiamo fondato, abbiamo sempre lavorato per evitare scissioni. Hic manebimus. Qua restiamo. Quanto all'optime, lavoriamoci, ma è stato un errore esporre la segretaria alla manifestazione del M5S". O da tutt'altro fronte Gianni Cuperlo: "No a due partiti in un corpo solo, tu segretaria hai il dovere di unirci. Rifiutiamoci di pensare che quello dietro a noi sia una zavorra". O ancora Peppe Provenzano, responsabile Esteri e vicino alla segretaria: "No a chi dice 'separatevi tra riformisti e radicali'". Cioè l'idea di divorziare …

ROMA - C'era un grande non detto nella direzione Pd di ieri: la scissione. Il grande strappo. Impensabile, ad appena nemmeno 4 mesi dalle primarie. Una scissione per ora solo evocata, come negazione, il che però sottolinea che il tema c'è, nemmeno troppo sullo sfondo.

Basta sentire cosa diceva Alessandro Alfieri, responsabile Riforme, bonacciniano, in teoria uno dei più concilianti della minoranza: "Basta dualismi renziani anti-renziani, noi riformisti il Pd lo abbiamo fondato, abbiamo sempre lavorato per evitare scissioni. Hic manebimus. Qua restiamo. Quanto all'optime, lavoriamoci, ma è stato un errore esporre la segretaria alla manifestazione del M5S". O da tutt'altro fronte Gianni Cuperlo: "No a due partiti in un corpo solo, tu segretaria hai il dovere di unirci. Rifiutiamoci di pensare che quello dietro a noi sia una zavorra". O ancora Peppe Provenzano, responsabile Esteri e vicino alla segretaria: "No a chi dice 'separatevi tra riformisti e radicali'". Cioè l'idea di divorziare per poi marciare uniti alle urne, con due partiti diversi, come aveva suggerito in un editoriale Marco Damilano. Un'idea che nella cerchia di Schlein, per ora in modo isolato, qualcuno accarezza sotto voce. Di certo nessuno ha preso posizione contro. Una scissione quindi non intesa come minaccia della minoranza riformista, ma al contrario come un'opzione sul tavolo che non sarebbe ostacolata da un pezzo degli schleiniani. Chi la racconta così, ricorda alcune stoccate pronunciate a mezza bocca da Marta Bonafoni, coordinatrice della segreteria, sul "vecchio e il nuovo Pd". Una narrazione che l'area riformista non vuole assecondare. Hic manebimus, appunto. Come a dire: ci siamo e vogliamo essere ascoltati. Le nostre idee pretendono rispetto, non sono "rumori". E non si pensi di trasformare il Pd "in una grande Sel".

Di fatto la direzione di ieri è stata capace di unirsi solo nel ricordo di Flavia Franzoni, la moglie di Romano Prodi. Tanto che a sorpresa non è stata votata la relazione di Schlein per scongiurare una inevitabile spaccatura. "Se il testo è integrale non lo votiamo", la minaccia della minoranza, che ha offerto una exit strategy. Alla fine sono stati approvati, all'unanimità, soltanto i "7 punti" su cui mobilitarsi in estate. Tutto il resto no. "Nessuno ti vuole azzoppare, segretaria, ma la parte finale della tua relazione è stata inutilmente polemica - l'attacco di Lorenzo Guerini, presidente del Copasir - Chi guida deve accettare la dialettica, non è lesa maestà". Anche perché Guerini ha preso le distanze da Renzi: "Non mi sarei alleato con la destra in Molise".

Il film della direzione, con tanti big assenti, da Dario Franceschini a Nicola Zingaretti, è una sequenza di punzecchiate. Sulla riforma della giustizia, con Giorgio Gori che ha citato Enzo Tortora contro il giustizialismo. Soprattutto sull'Ucraina, un po' per gli strali anti-Usa del palco M5S, un po' per il caso Ciani, promosso vice-capogruppo. Provenzano ha provato a gettare acqua sul fuoco: "Pace deve significare anzitutto Russia go home. Ora serve una tregua, non si può attaccare la segretaria strumentalmente". Ma non è bastato, dato che il braciere era acceso da giorni. Sempre Guerini: "Le parole dette sull'Ucraina nella piazza M5S sono indecenti e inaccettabili. È una questione dirimente, storica". Pina Picierno: "Partecipare alla manifestazione è stato un errore, la posizione sulla guerra non è marginale. Non accusateci di paternalismo o di sessismo, sarebbe ridicolo, ma alle identità forti non possiamo contrapporre il situazionismo". Lo stesso Stefano Bonaccini, l'ex sfidante di Schlein che fin qui da presidente del Pd era sempre parso ultra accomodante, qualche puntino sulle i l'ha voluto mettere, in attesa della convention della sua area, Energia popolare, il 21 e 22 luglio a Cesena: "Il Pd dev'essere il perno della coalizione, ma mai a rimorchio di altri. Discutiamo di più e meglio".

Schlein aveva già intuito cosa l'attendeva. Forse per questo, in apertura dei lavori, ha negato la trasmissione in streaming del dibattito richiesta di Lia Quartapelle: "Lo faceva Renzi, ma Renzi non c'è più" ha sussurrato nell'orecchio di Bonaccini, che ha confermato il no alla diretta. Anche se poi ha provato a ricucire, per esempio andando a parlare a tu per tu proprio con Guerini. Mentre i suoi la difendevano: "Con il M5S ci abbiamo fatto un governo e ora non possiamo andare a una manifestazione?". Nelle conclusioni la segretaria si fa più concava che convessa: "Nessuno pensa che la dialettica sia lesa maestà - spiega - Ma non alimentiamo solo le polemiche". Probabilmente, però, non è che l'inizio.

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