Cos’è il Trojan, la super microspia che Nordio vuole combattere
Liana MilellaIl ministro della Giustizia Carlo Nordio
“Indagini impossibili senza il Trojan” diceva, lo scorso 28 marzo, nella conferenza stampa a palazzo di giustizia di Milano, la procuratrice aggiunta Laura Pedio seduta accanto al procuratore Marcello Viola, mentre presentava i risultati di un’inchiesta su un mastodontico giro di fatture false ed evasione fiscale messo a segno da consorzi di cooperative tra Italia e Cina. Un traffico andato avanti per oltre vent’anni e scoperto dalla Guardia di Finanza solo grazie al Trojan. Sequestri per 270 milioni di euro, 22 arrestati, 130 capi di imputazio ne. Dalle indagini dei pm di Milano Grazia Colacicco, Pasquale Addesso e Roberto Fontana - quest’ultimo oggi componente togato del Csm – e dall’ordinanza del gip Luca Milani emergeva la fotografia della maxi frode fiscale realizzata con un sistema di fatture false girate in Cina e poi rientrate in Italia.
Perché partire dall’esempio di Milano?
Perché proprio quest’inchiesta dimostra che le indagini subirebbero un grave danno se la microsp…
“Indagini impossibili senza il Trojan” diceva, lo scorso 28 marzo, nella conferenza stampa a palazzo di giustizia di Milano, la procuratrice aggiunta Laura Pedio seduta accanto al procuratore Marcello Viola, mentre presentava i risultati di un’inchiesta su un mastodontico giro di fatture false ed evasione fiscale messo a segno da consorzi di cooperative tra Italia e Cina. Un traffico andato avanti per oltre vent’anni e scoperto dalla Guardia di Finanza solo grazie al Trojan. Sequestri per 270 milioni di euro, 22 arrestati, 130 capi di imputazio ne. Dalle indagini dei pm di Milano Grazia Colacicco, Pasquale Addesso e Roberto Fontana - quest’ultimo oggi componente togato del Csm – e dall’ordinanza del gip Luca Milani emergeva la fotografia della maxi frode fiscale realizzata con un sistema di fatture false girate in Cina e poi rientrate in Italia.
Perché partire dall’esempio di Milano?
Perché proprio quest’inchiesta dimostra che le indagini subirebbero un grave danno se la microspia Trojan fosse utilizzata solo per mafia e terrorismo, mentre è necessaria anche per altri reati, ovviamente con le garanzie che, come vedremo, sono indispensabili nell’utilizzo di uno strumento investigativo che ha potenzialità anche invasive della privacy.
L’appello di Melillo
Come più volte ha detto pubblicamente il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Gianni Melillo l’attuale sistema delle intercettazioni, Trojan compreso, è obsoleto rispetto agli strumenti di cui dispone la malavita, tecnologicamente molto più moderni di quelli dello Stato.
Perché si chiama Trojan?
Come il ben noto “cavallo di Troia”, il virus informatico si nasconde in un programma normale, ma con tutt’altri obiettivi, quelli di registrare e copiare tutto quello che incontra, conversazioni telefoniche ma anche ambientali, nonché il materiale contenuto in un telefono o in un computer. Il Trojan può attivare anche una telecamera che registra quanto avviene nell’ambiente circostante.
Quando è nato?
Le prime tracce di un malware, un programma “cattivo”, un virus che può essere inoculato in un cellulare, in un iPad, in un laptop, si trovano negli Stati Uniti ormai vent’anni fa. Ma ben presto ritroviamo lo strumento in Europa. Una microspia che può essere inserita in due modi, manualmente se chi lo utilizza dispone direttamente dello strumento, oppure inviando mail civetta oppure messaggi che, una volta aperti, infettano l’intero sistema.
Il caso Palamara
In Italia il caso più noto mediaticamente dell’uso del Trojan è quello dell’ex presidente dell’Anm ed ex componente del Csm Luca Palamara. Nel maggio del 2019 la procura di Perugia ipotizzò contro di lui il reato di corruzione, oggi derubricato in traffico di influenze, che consentiva come vedremo l’uso del Trojan. La microspia fu iniettata sul suo cellulare che venne bloccato. Palamara si rivolse alla sua compagnia telefonica che lo riattivò ma, su richiesta dell’autorità giudiziaria, venne inserito anche il Trojan che restò attivo per due settimane e registrò tutte le sue conversazioni.
Il primo stop della Cassazione
Nel 2015 ecco il primo stop della Cassazione, con la sentenza Musumeci, che il 26 maggio mette un freno all’uso del Trojan, nel frattempo già finito nel mirino di tutti i nemici delle intercettazioni che, all’insegna del garantismo, chiedono di bloccare questa microspia perché “fortemente lesiva della privacy”. La sesta sezione penale della Suprema corte stabilisce che il Trojan non può essere utilizzato in quanto è a tutti gli effetti un’intercettazioni itinerante, entra anche negli ambienti di “privata dimora”, quindi è in evidente contrasto con le regole stabilite per le intercettazioni ambientali che legano il via libera alla possibilità di ascolto solo se esso avviene in un luogo specifico.
Solo mafia e terrorismo
Nella stessa Cassazione si apre un dibattito. Come racconta Nello Rossi, allora sostituto procuratore generale, in più di un articolo su Questione giustizia. Perché proprio la procura generale, per sua mano, critica la sentenza precedente che viene inviata alle Sezioni unite. Una nuova sentenza, la Scurato del 28 aprile 2016, presidente del collegio Gianni Canzio, dopo la requisitoria svolta dallo stesso Rossi e dall’ex presidente del tribunale di Palermo Antonio Balsamo, “libera” l’uso del Trojan che si può e si deve usare, ma solo per i reati di mafia e terrorismo, e per quelli, definiti “satelliti”, che comportano una presenza della criminalità organizzata.
La riforma Orlando
Il 29 dicembre 2017, con la riforma delle intercettazioni dell’ex Guardasigilli Andrea Orlando, entrata in vigore l’11 gennaio 2018, ecco il definitivo via libera legislativo all’uso del Trojan ma solo per mafia e terrorismo, come “intercettazione itinerante nei luoghi di domicilio”. Ma per gli altri reati, quelli della criminalità comune, la microspia può essere utilizzata con i limiti già previsti per le intercettazioni, cioè ci deve essere la prova che nel luogo dove viene piazzata si stia svolgendo “l’attività criminosa”, la stessa regola che vale per gli ascolti domiciliari.
La Spazzacorrotti e la corruzione
Un anno dopo l’allora Guardasigilli del M5S Bonafede, nella legge che lui stesso battezza come la “Spazzacorrotti”, il Trojan viene allargato anche ai reati contro la pubblica amministrazione.
La commissione Bongiorno
Al Senato, per tre mesi, quest’anno la senatrice Giulia Bongiorno, presidente leghista della commissione Giustizia, ha fatto partire un’indagine parlamentare sulle intercettazioni. Che vede proprio il Trojan come principale “imputato” per la sua “invasività”. E siamo a Nordio, e alla sua intenzione di ridurne drasticamente la portata. La maggioranza è tutta con lui, con l’appoggio pieno di Azione, con il nemico giurato del Trojan Enrico Costa, e di Italia viva.