Meloni:“Non siamo ragazzini”, Macron: “Tengo all’amicizia”. All’Eliseo va in scena il disgelo obbligato
dal nostro inviato Tommaso CiriacoPARIGI - L’aria condizionata è bloccata. Dietro la vetrata, la fontana dei giardini dell’Eliseo sembra un’oasi irraggiungibile. Giorgia Meloni ha caldo. Emmanuel Macron la fissa, accigliato. Fatica ad annuire. Pagherebbe per non farsi immortalare con chi gli ricorda l’arcinemica Marine Le Pen. Quando un rapporto stenta a decollare, anche il destino si mette di traverso. In fondo, anche l’ultimo degli sherpa sa che questa è la storia di un disgelo obbligato, una convivenza senza amore, un pragmatismo senza alternative.
«Macron è per lei un amico, un avversario o un alleato?», domandano alla presidente del Consiglio mentre sale in auto. «È un socio, perché queste sono le categorie della politica estera! — replica stizzita — Lei parla di politica estera in termini un po’ superficiali. Non è come un parco giochi, non siamo ragazzini che litigano e poi fanno pace…». Convivenza obbligata, appunto. In nome del realismo politico. «Tra Italia e Francia c’è una relazione unica, questa…
PARIGI - L’aria condizionata è bloccata. Dietro la vetrata, la fontana dei giardini dell’Eliseo sembra un’oasi irraggiungibile. Giorgia Meloni ha caldo. Emmanuel Macron la fissa, accigliato. Fatica ad annuire. Pagherebbe per non farsi immortalare con chi gli ricorda l’arcinemica Marine Le Pen. Quando un rapporto stenta a decollare, anche il destino si mette di traverso. In fondo, anche l’ultimo degli sherpa sa che questa è la storia di un disgelo obbligato, una convivenza senza amore, un pragmatismo senza alternative.
«Macron è per lei un amico, un avversario o un alleato?», domandano alla presidente del Consiglio mentre sale in auto. «È un socio, perché queste sono le categorie della politica estera! — replica stizzita — Lei parla di politica estera in termini un po’ superficiali. Non è come un parco giochi, non siamo ragazzini che litigano e poi fanno pace…». Convivenza obbligata, appunto. In nome del realismo politico. «Tra Italia e Francia c’è una relazione unica, questa è l’amicizia a cui tengo in primis — sostiene il leader di Renew — Talvolta possono esserci delle controversie, ma sempre in un contesto rispettoso perché si inserisce in un contesto più profondo».
Qualche ora prima, al mattino. Meloni raggiunge Parigi per sostenere Roma all’Expo 2030. Con lei, il governatore del Lazio Francesco Rocca e il sindaco di Roma Roberto Gualtieri. La premier spiega alle due delegazioni il senso del viaggio, su cui fino all’ultimo aveva tentennato: il principale ostacolo è il sostegno francese alla candidatura di Riad, ma esiste una strategia per ribaltare lo svantaggio. «Non è facile per Macron sostenere l’Arabia Saudita — è il senso dei ragionamenti consegnati prima di salire sul palco del Bie — Come fa a esporsi, proprio lui che è campione dei diritti?».
Meloni pensa di potersi incuneare, mettendo tra parentesi i rapporti privilegiati del suo esecutivo con diversi partner del Golfo. Ritiene che insistere nei prossimi mesi sul tasto della via europea all’Expo possa mettere in imbarazzo l’Eliseo, a causa delle ripetute violazioni dei diritti delle donne e della comunità Lgbt nel regno di Bin Salman. Creando problemi al francese «in chiave interna e internazionale».
Lo chiamano disgelo dell’Eliseo, assomiglia a una nuova sfida. E d’altra parte, il Presidente della Repubblica francese non è da meno. Non voleva mostrarsi con Meloni. Avrebbe preferito un incontro lontano dall’Eliseo e preferiva evitare le dichiarazioni congiunte prima del colloquio. Quelle che consegnano alla stampa due volti che faticano a sorridere.
La distanza siderale sui migranti è impossibile da nascondere, infatti emerge immediatamente. È Macron a ricordare la proposta francese durante il semestre di Presidenza, che non piace alla destra italiana: un patto per una redistribuzione volontaria che il Presidente, nel chiuso del Palazzo, prova a rilanciare. Senza successo. Adesso, comunque, è ora di guardare avanti: «Non c’è una buona politica migratoria europea — concede — se non c’è una difesa delle nostre frontiere comuni». Ma, aggiunge un attimo dopo, «è importante trovare un giusto equilibrio tra la solidarietà e la responsabilità di tutti i partner Ue». E ancora: «Con l’Europa dobbiamo essere in grado di affrontare in modo più efficace la sfida dell’immigrazione, rimanendo fedeli ai nostri valori».
La leader sceglie invece di concentrarsi su concetti diversi. Sostiene che è necessario “stroncare” il traffico di esseri umani — sul punto il francese annuisce — e però ricorda che è un’utopia immaginare di risolvere «il problema dei movimenti secondari senza intervenire sulla difesa dei confini esterni dell’Europa». Tradotto: se Bruxelles non ci aiuta a frenare i flussi dall’Africa, Roma non potrà e non vorrà frenare i migranti che dall’Italia risalgono il Continente.
Quando arriva in ambasciata, Meloni si rallegra dei «passi avanti» e si appella ancora al pragmatismo. È lo stesso approccio che i due leader scelgono nel faccia a faccia all’Eliseo: «Concentriamoci sui punti di contatto», concordano. Quali? Sulla vicenda tunisina si dicono pronti a collaborare, ma è cronaca che hanno organizzato due missioni distinte, quasi in competizione: il primo a Djerba, la seconda a Tunisi. E poi c’è la cooperazione industriale (in ambasciata c’è anche Roberto Cingolani, presidente di Leonardo), il patto di stabilità da cui scorporare gli investimenti in difesa, green e digitale. E ancora, Parigi apre a un’intesa per un fondo sovrano europeo.
È disgelo d’interesse. Partendo da un punto cruciale, che Meloni spiega a Macron in modo ruvido: se Berlino e Parigi continuano a isolare Roma, Roma giocherà una partita ancora più aggressiva mettendosi a capo dei sovranisti dell’Est europeo. «Concentriamoci su quello che ci unisce», concorda Macron. Fino al prossimo duello. Fino alle Europee del 2024.