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Il centrodestra a pezzi sul Mes. Sceglie l’Aventino per rinviare

Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti  e il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco

 (ansa)
La maggioranza diserta la commissione dove Pd, Iv, Avs votano sì. Il governo studia una ratifica soft. Meloni vede Giorgetti e Visco. Duro scontro con Salvini
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ROMA — Litigano, prima di trovare l’unica soluzione possibile: disertare i lavori della commissione Esteri della Camera, lasciare che ad approvare il testo sulla ratifica del Mes sia soltanto l’opposizione. È la strada che Giorgia Meloni impone a Matteo Salvini, dopo un confronto durissimo. Perché la premier ce l’ha con la forma della lettera scritta dal ministero di Giancarlo Giorgetti, troppo solidale con il meccanismo del Fondo salva Stati. Lo ripete al titolare del Tesoro, che convoca in mattinata a Palazzo Chigi. Un faccia a faccia seguito a stretto giro da un incontro con il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, con cui parla del rialzo dei tassi ma anche del Meccanismo europeo di stabilità.

Meloni ce l’ha anche con il segretario della Lega, che continua a bloccare ogni possibile exit strategy dal pasticcio politico in cui si sono cacciati i sovranisti. Quando Meloni e Salvini si parlano, la premier è ancora irritata per l’atteggiamento dei deputati leghisti…

ROMA — Litigano, prima di trovare l’unica soluzione possibile: disertare i lavori della commissione Esteri della Camera, lasciare che ad approvare il testo sulla ratifica del Mes sia soltanto l’opposizione. È la strada che Giorgia Meloni impone a Matteo Salvini, dopo un confronto durissimo. Perché la premier ce l’ha con la forma della lettera scritta dal ministero di Giancarlo Giorgetti, troppo solidale con il meccanismo del Fondo salva Stati. Lo ripete al titolare del Tesoro, che convoca in mattinata a Palazzo Chigi. Un faccia a faccia seguito a stretto giro da un incontro con il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, con cui parla del rialzo dei tassi ma anche del Meccanismo europeo di stabilità.

Meloni ce l’ha anche con il segretario della Lega, che continua a bloccare ogni possibile exit strategy dal pasticcio politico in cui si sono cacciati i sovranisti. Quando Meloni e Salvini si parlano, la premier è ancora irritata per l’atteggiamento dei deputati leghisti, che il giorno prima hanno trasformato la commissione in un suk, paventando l’idea di votare subito i testi delle opposizioni, per bocciarli.

Sia chiaro: per Meloni, il nuovo Mes non andrebbe ratificato. Ma siccome i mercati osservano le mosse italiane, sa bene che alla fine dovrà firmare quel testo, a costo di contraddirsi. Avrebbe preferito arrivare in maniera ordinata alla ratifica. E invece la missiva spedita dal capo di gabinetto di Giorgetti ha complicato tutto, soprattutto il tentativo di rimandare ancora. E ha costretto la maggioranza a immaginare una soluzione tecnica che porti al via libera al trattato, senza però provocare spaccature. Salvini, infatti, continua a promettere un voto contrario, quando si arriverà in Aula. E Fratelli d’Italia non può assumersi il peso politico di sostenere l’odiato salva Stati, lasciando al Carroccio la bandiera della coerenza. Il leader della Lega lo ribadisce anche alla premier, ottenendo in cambio una risposta durissima, forte di sondaggi che le sorridono, e che può sintetizzarsi così: «Io ci metto due minuti a portare tutti alle elezioni». Solo una minaccia, ma che racconta di una tensione che non sembra destinata a sgonfiarsi. E che può scemare solo se si troverà una soluzione condivisa, che distribuisca la responsabilità tra tutti gli alleati. Ma come? La strada è tortuosa. Su una cosa la premier è stata perentoria: la soluzione deve maturare in Parlamento, deve arrivare da lì un atto di serietà, dopo il caos delle ultime ore. E i capigruppo della maggioranza si sono dimostrati solerti, abbozzando già una road map. Primo passaggio: la conferenza dei presidenti dei gruppi, in programma mercoledì prossimo. Ventiquattro ore prima del voto in commissione Esteri sul testo base adottato ieri, con il voto favorevole di Pd, Azione-Italia Viva e Avs (il M5S si astiene). Un margine esiguo per la maggioranza, ma sufficiente per provare a imporre il rinvio dei lavori in aula sulla ratifica, in programma dal 30 giugno. Nella convinzione che serva tempo, almeno fino a metà luglio, per capire come intervenire. Si innesta qui il secondo passaggio, che nasce anche dalla volontà di togliere la gestione della partita alle opposizioni. Perché il Pd ha già incassato il via libera al testo base. E perché se si arriva al voto con quel testo a metà luglio invece che a settembre, ipotesi accarezzata da più parti nella maggioranza, il rischio è di andare a sbattere. Di non controllare il voto in aula. Per questo l’idea è accompagnare la ratifica con un testo che metta in luce gli aspetti digeribili del Mes. Un emendamento al testo base o una mozione di maggioranza: la scelta del contenitore è confusa. Prima bisogna provare a prendere ancora tempo.

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