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Caso Santanchè, interrogazione del Pd: “Chiarisca sui fondi Covid”

Foto Daniela Santanche' a Capri con dichiarazioni sull'inchiesta Report 
I dem inclazano sui 2,7 milioni alla società Ki Group che Invitalia ha chiesto di restituire. I salviniani: “Riferisca in Aula” Ma FdI: “La questione è chiusa”. E da Capri la ministra: “Dimettermi? Non esiste. Se non rubi non ti devi nascondere”
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ROMA-CAPRI — Mentre persino gli alleati di governo invitano Daniela Santanchè a chiarire in Parlamento le accuse contenute nelle inchieste giudiziarie e giornalistiche, spunta un altro particolare destinato ad aggravare la posizione della ministra del Turismo. Ovvero i milioni di contribuiti pubblici ricevuti da una delle sue aziende durante la pandemia e oggetto di una richiesta di restituzione da parte di Invitalia, secondo quanto denuncia l’interrogazione che il senatore del Pd Antonio Misiani ha appena depositato. Un altro tassello destinato a incrinare la sicurezza con cui ieri la ministra confidava: «Dimissioni? Non esiste».

La Ki Group riconducibile a Santanché — si legge nel documento — «risulta essere stata destinataria di un prestito pari a 2,7 milioni da parte del Fondo Patrimonio Pmi, risorse che dovevano essere utilizzate per pagare fornitori e dipendenti» nell’ambito degli aiuti Covid. La società, che nel tempo è stata beneficiata di «numerosi aiuti di Stato tra cui un …

ROMA-CAPRI — Mentre persino gli alleati di governo invitano Daniela Santanchè a chiarire in Parlamento le accuse contenute nelle inchieste giudiziarie e giornalistiche, spunta un altro particolare destinato ad aggravare la posizione della ministra del Turismo. Ovvero i milioni di contribuiti pubblici ricevuti da una delle sue aziende durante la pandemia e oggetto di una richiesta di restituzione da parte di Invitalia, secondo quanto denuncia l’interrogazione che il senatore del Pd Antonio Misiani ha appena depositato. Un altro tassello destinato a incrinare la sicurezza con cui ieri la ministra confidava: «Dimissioni? Non esiste».

La Ki Group riconducibile a Santanché — si legge nel documento — «risulta essere stata destinataria di un prestito pari a 2,7 milioni da parte del Fondo Patrimonio Pmi, risorse che dovevano essere utilizzate per pagare fornitori e dipendenti» nell’ambito degli aiuti Covid. La società, che nel tempo è stata beneficiata di «numerosi aiuti di Stato tra cui un credito di imposta di 600mila euro», ha dichiarato nella relazione sulla gestione allegata al bilancio 2021 «di aver ricevuto da Invitalia, in data 17 maggio 2022, una richiesta di restituzione anticipata del prestito». Pertanto, prosegue l’interrogazione, «la società è attualmente debitrice del Fondo, e quindi dello Stato, della somma di 2.7 milioni di euro oltre accessori», interessi non pagati. Se a questo si aggiunge che «dal 2019 i bilanci di Ki Group sono stati sempre bocciati dalla società di revisione ed è stata creata una seconda società con lo stesso nome (srl) rendendo di fatto la prima solo una scatola vuota». E che secondo «le testimonianze di dipendenti e fornitori» questi non sarebbero stati pagati e i lavoratori addirittura licenziati, ecco che il quadro si fa ancora più complicato. Soprattutto se si considera che mentre il valore della Ki Group passava in nove anni «da 35 milioni a 465.000 euro, la ministra ha ricevuto 2 milioni e mezzo di euro per le cariche sociali e il socio, Canio Mazzaro, circa 6 milioni». Da qui la richiesta alla premier Meloni e ai ministri del Lavoro e delle Imprese di sapere «quali iniziative urgenti il governo intenda adottare» per «fare al più presto chiarezza» su questi «gravi fatti, che, al di là di eventuali implicazioni civili e penali, non sono degni della disciplina e onore che dovrebbero caratterizzare le azioni di un ministro».

L’avevano previsto in tanti, nella maggioranza, dopo l’inchiesta di Report: «Sarà uno stillicidio». L’opposizione chiede le dimissioni della ministra e valuta una mozione di sfiducia. E anche la Lega, già in polemica con la premier su altri dossier, prende le distanze: «Aspettiamo che il ministro venga in aula a spiegare, i processi non si fanno sui giornali o in tv», ha sibilato ieri il capogruppo alla Camera Riccardo Molinari. «Dimissioni? No, siamo garantisti, ma in Aula potrebbe chiarire»,aggiunge il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo. Freddezza anche in Forza Italia. «È giusto che spieghi, in Parlamento o in tv, contribuendo ad eliminare ogni velo di incertezza», dichiara Giorgio Mulè, salvo poi precisare che spetta alla ministra decidere se intervenire. «Tutto a posto, il governo durerà cinque anni», minimizza Antonio Tajani. Ma il clima è tale da spingere Tommaso Foti, capogruppo FdI, a sera a intervenire: «Santanchè ha annunciato querela, è questo il chiarimento. La questione è chiusa».

Da Capri intanto la ministra fa cadere il muro del «no comment». Troppo forte la pressione, troppo teso il clima nella coalizione, dove una Meloni sempre più irritata deve decidere se mollarla o resistere. «Le inchieste? Io sono molto tranquilla. Mi spiace solo che soffra mio figlio, perché non conosce questo mondo», spiega, ospite della rassegna Capri d’autore. Prima, a chi le sta vicino, aveva sussurrato: «Dimissioni? Mai. Nessuno lo pensa nella maggioranza». Poi, dopo aver detto «con Repubblica non parlo», seduta a strapiombo sui Faraglioni, non può fare a meno di replicare a Paolo Mieli, che le dice di vederla serena. Lei ride. «E sai perché sono serena? Mio padre era l’ottavo figlio di contadini, un uomo molto intelligente, e diceva due cose, a me e ai miei fratelli. Primo, se non fai male non aver paura. Secondo: se non rubi, non ti devi nascondere».

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