Colpire la ministra per indebolire Meloni. L’offensiva di Salvini allarma la premier
di Tommaso CiriacoGiorgia Meloni con Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti
(ansa)Roma — Ha individuato una crepa nel fortino meloniano. Ha chiamato i suoi capigruppo e ha ordinato di incunearsi, per allargarla. Ecco la sfida di Matteo Salvini alla presidente del Consiglio. Ecco perché spinge i dirigenti più fedeli a colpire Daniela Santanchè: creare le condizioni per accelerare un esito – quello delle dimissioni della ministra – che nelle confidenze con i dirigenti più vicini considera inevitabile. Uno scalpo che servirebbe a indebolire innanzitutto la leader. Ma anche a colpire chi, in stretto raccordo con il presidente del Senato Ignazio La Russa, ha il controllo politico di Fratelli d’Italia in Lombardia e domina la coalizione di centrodestra nella regione (alle ultime politiche, FdI ha toccato quota 27,6%, il Carroccio si è fermato al 13,9%).
È un piano ambizioso, forse pragmatico, di certo pericoloso per gli equilibri dell’esecutivo. Fatto sta che Salvini ha deciso di portarlo avanti, dando mandato ieri a Riccardo Molinari di aprire le ostilità. Per qu…
Roma — Ha individuato una crepa nel fortino meloniano. Ha chiamato i suoi capigruppo e ha ordinato di incunearsi, per allargarla. Ecco la sfida di Matteo Salvini alla presidente del Consiglio. Ecco perché spinge i dirigenti più fedeli a colpire Daniela Santanchè: creare le condizioni per accelerare un esito – quello delle dimissioni della ministra – che nelle confidenze con i dirigenti più vicini considera inevitabile. Uno scalpo che servirebbe a indebolire innanzitutto la leader. Ma anche a colpire chi, in stretto raccordo con il presidente del Senato Ignazio La Russa, ha il controllo politico di Fratelli d’Italia in Lombardia e domina la coalizione di centrodestra nella regione (alle ultime politiche, FdI ha toccato quota 27,6%, il Carroccio si è fermato al 13,9%).
È un piano ambizioso, forse pragmatico, di certo pericoloso per gli equilibri dell’esecutivo. Fatto sta che Salvini ha deciso di portarlo avanti, dando mandato ieri a Riccardo Molinari di aprire le ostilità. Per qualche ora, la cerchia meloniana ha provato a ridimensionare l’incidente. Poi però è arrivato il secondo affondo, ad opera del capogruppo al Senato Massimiliano Romeo. Che ha certificato la richiesta di un dibattito parlamentare. E ha sostenuto quanto domandato dalle opposizioni.
I contorni del progetto salviniano sono chiari alla presidente del Consiglio. Per l’intero venerdì, Meloni si tiene lontana da palazzo Chigi, ma ai vertici del governo si respira un’aria elettrica: tutti considerano scontate altre novità in arrivo su Santanchè. La premier le ha concesso una fiducia a tempo, ma chiederà le dimissioni in caso di nuove e sgradevoli rivelazioni. E infatti per un giorno intero neanche un dirigente di Fratelli d’Italia si espone per difendere pubblicamente Santanché, sottoposta intanto al bombardamento della Lega e delle opposizioni. Non parla nessun ministro e nessun big del partito, fino all’intervento di Foti soltanto a sera. A farsi sentire è anche Antonio Tajani (in realtà dichiara anche Tullio Ferrante, sottosegretario molto legato a Marta Fascina, «Daniela, prosegui nel tuo lavoro»). Il ministro degli Esteri si spende per la responsabile del Turismo e contro il Mes, a dimostrare una totale adesione alla linea di Meloni.
È esattamente il punto in cui si è aperta la crepa tra Meloni e Salvini, dopo la scomparsa di Silvio Berlusconi: Forza Italia. Ed è forse la principale ragione per cui il leghista ha avviato l’offensiva politica contro la premier. La saldatura tra la leader e quel che resta di Forza Italia sembra scontata, soprattutto se si tiene a mente che alla fine il progetto europeo di Meloni potrebbe ridursi all’ingresso di FdI in una maggioranza Ursula, in cui siedono a pieno titolo anche i socialisti. Se così fosse, il Carroccio sarebbe escluso a Bruxelles e marginalizzato a Roma. Salvini non intende però consegnarsi all’irrilevanza. E scalcia.
Di tutto questo c’è piena consapevolezza nel cerchio magico di Meloni, tornato nella difficoltà a stringersi attorno alla presidente del Consiglio attraverso una nuova mobilitazione dei fedelissimi della prima ora. La premier ritiene che a settembre gli assalti di Salvini aumenteranno di intensità. Anche per questo l’altro ieri, litigando furiosamente sul Mes e su altri dossier, la presidente del Consiglio ha provocato l’alleato minacciando di poter «tornare in qualsiasi momento al voto».
Non sarà però questo spettro a fermare il segretario del Carroccio, che anzi si gode in queste ore un vento che lo galvanizza: le sue truppe parlamentari più radicali lo incitano al conflitto contro Meloni, gli chiedono di differenziarsi per indebolirla e riconquistare spazio vitale a destra. Ecco spiegato perché ieri il leader è tornato a sventolare la bandierina del “no Mes”, piantata tra le scapole del governo meloniano. «Non ritengo che ci sia bisogno di mettersi in mano a Fondi stranieri e a soggetti stranieri», ha ribadito. Meloni, a questo punto, può solo sperare di posticipare ancora il voto in Aula, per evitare due scenari devastanti: una clamorosa bocciatura del Mes, oppure un via libera con il sì dei meloniani, ma senza il Carroccio.