Frizioni col cerchio magico di Meloni e inciampi sulla comunicazione: ecco perché Sechi dopo 3 mesi abbandona Palazzo Chigi
di Emanuele LauriaMario Sechi
I telefoni di Palazzo Chigi, incluso quello del diretto interessato, squillano a vuoto. Ma la notizia dell’addio di Mario Sechi, l’avamposto della comunicazione di Giorgia Meloni, non la smentisce nessuno. L’ex direttore dell’agenzia Agi, assunto solo a inizio marzo nel ruolo di capo ufficio stampa della presidenza del Consiglio, lascia per tornare al suo precedente mestiere: a metà luglio andrà a guidare la redazione di Libero. Ha deciso di accettare la proposta degli Angelucci, chiudendo un’esperienza che evidentemente è stata meno gratificante del previsto.
Un incarico che si presenta sin dall’inizio non sotto i migliori auspici. Meloni sceglie Sechi sei mesi dopo l’elezione, in un periodo complicato: la nomina ufficiale arriva mentre è in viaggio per l’India, ed in Italia infuria la polemica sul silenzio della premier sulla strage di Cutro. A Sechi, la responsabile del governo era giunta per interesse “politico”, vista l’importanza del rapporto con l’Eni, propr…
I telefoni di Palazzo Chigi, incluso quello del diretto interessato, squillano a vuoto. Ma la notizia dell’addio di Mario Sechi, l’avamposto della comunicazione di Giorgia Meloni, non la smentisce nessuno. L’ex direttore dell’agenzia Agi, assunto solo a inizio marzo nel ruolo di capo ufficio stampa della presidenza del Consiglio, lascia per tornare al suo precedente mestiere: a metà luglio andrà a guidare la redazione di Libero. Ha deciso di accettare la proposta degli Angelucci, chiudendo un’esperienza che evidentemente è stata meno gratificante del previsto.
Un incarico che si presenta sin dall’inizio non sotto i migliori auspici. Meloni sceglie Sechi sei mesi dopo l’elezione, in un periodo complicato: la nomina ufficiale arriva mentre è in viaggio per l’India, ed in Italia infuria la polemica sul silenzio della premier sulla strage di Cutro. A Sechi, la responsabile del governo era giunta per interesse “politico”, vista l’importanza del rapporto con l’Eni, proprietaria dell’Agi. Ma la nomina del giornalista sardo, non è un mistero, era stata sconsigliata da altri volti noti dell’informazione di destra, da Alessandro Sallusti a Gianmarco Chiocci (poi designato per il Tg1) fino a Vittorio Feltri, consigliere di FdI a Milano, che ne fu mentore ai tempi dell’Indipendente e del Giornale e che su Twitter, prima ancora della formalizzazione, aveva commentato così la scelta di Meloni: “Alle cinque della sera, in una piazza di Roma, da un’auto di lusso scende Mario Sechi, direttore dell’Agi, figlio di un pastore. Però che onore. Sarà portavoce del Palazzo. Cazzo che carriera”. Non esattamente un’affettuosità, al netto del fatto che il padre di Sechi non era un pastore (attività peraltro nobile) ma un elettrotecnico con la passione per l’informazione.
Fatto sta che una decisione non facile, da parte di Meloni, si trasforma subito in un rapporto complicato con il prescelto. E probabilmente non per ragioni ascrivibili a entrambi. O non soltanto. Il debutto, proprio a Cutro, nel consiglio dei ministri in trasferta organizzato per una tardiva attestazione di presenza dell’esecutivo nel luogo della tragedia, è un disastro. La conferenza stampa finisce nel caos: Meloni aggredita dai cronisti è costretta a un disordinato e acceso confronto “a tu per tu”, abbozza, è in imbarazzo, non sa dare giustificazioni al fatto che durante la visita in Calabria non sia andata al palasport dove ci sono le bare dei migranti. “Mario, per favore intervieni”, esclama a un certo punto Patrizia Scurti, storica collaboratrice della presidente che – assieme alla portavoce Giovanna Ianniello – non entrerà mai in sintonia con Sechi. Il giornalista capisce subito che la sua missione, quella di non essere solo l’addetto ai rapporti con la stampa ma anche lo stratega della comunicazione di Meloni, una figura chiave delle relazioni istituzionali, sarà tutt’altro che facile. Malgrado il solido legame con il sottosegretario Alfredo Mantovano. E l’avventura andrà avanti senza bagliori, all’interno di un rapporto – quello fra Meloni e i giornalisti che la seguono – sempre piuttosto complicato. Non mancano, e non cessano, le polemiche sui mancati appuntamenti con la stampa, sulle assenze della premier alle conferenze dopo i cdm, su un sottrarsi alle domande dei cronisti che ha il suo culmine il primo maggio, quando la prima ministra preferirà lo strumento del video autoprodotto dentro Palazzo Chigi per presentare le misure del decreto Lavoro.
Sechi si sforza di dare un ampio respiro, di natura anche strategica, alla sua attività. A Reykjavik, alla fine del summit del Consiglio d’Europa, si presenta con una cartina geografica del pianeta (o del “globo terracqueo”, per dirla con le parole della Meloni), per illustrare una sorta di conquista politica delle diverse aree geografiche del mondo di una premier impegnata in una missione in più tappe: da Roma all’Islanda, poi Giappone e proseguendo di nuovo Roma. “Puntiamo all’indopacifico ma anche all’Africa con il piano Mattei…”, dice in un briefing improvvisato con i giornalisti, custodito in un video di cui si hanno poche copie blindate.
Ma tant’è. L’esperienza si consuma stancamente: al Quirinale, per il ricevimento del primo giugno, Meloni è circondata dai giornalisti, Sechi c’è ma si tiene per la maggior parte del tempo lontano. Il capo ufficio stampa invece non partecipa all’ultima e cruciale missione a Parigi che vedrà anche l’incontro con Macron. Forse siamo alle battute finali. Sechi viene allettato dalla proposta di guidare Libero e sta per cogliere l’occasione, mentre il futuro rimane un rebus: un’ipotesi per la successione conduce a Daniele Capezzone (nome già circolato a ottobre), c’è chi pensa ad Augusto Minzolini in uscita dalla direzione del Giornale ma sono tutte voci senza riscontro. E non si può escludere che Meloni, molto autonoma anche nel suo modo di confrontarsi con la stampa, vada avanti almeno per un po’ senza un sostituto di Sechi. Di certo, una pagina sta per chiudersi. E con clamore inversamente proporzionale al breve tempo di permanenza in carica di colui che avrebbe dovuto essere, e non è stato, l’artefice di una svolta nella comunicazione di Palazzo Chigi.