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Figliuolo, dal Covid alla Romagna: torna il Mr Wolf delle emergenze scelto da Draghi e odiato dai No Vax

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Nominato dall’ex premier nel 2021 al posto di Arcuri per dare un’accelerata alla campagna vaccini, ora guiderà la ricostruzione post alluvione
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ROMA – «Sono un ragazzo meridionale di periferia che sognava di diventare alpino». E invece Francesco Paolo Figliuolo — 62 anni a luglio, il liceo classico a Potenza, l’Accademia militare a Modena, missioni in Kosovo e Afghanistan — è diventato il ct delle nostre emergenze. Mario Draghi l’ha trasformato nel Mr Wolf nazionale, affidandogli la campagna di vaccinazione contro il Covid. Ora Giorgia Meloni gli assegna la ricostruzione della Romagna ferita dall’alluvione. La destra l’ha scelto, ma non può che andare bene anche alla sinistra. Una mossa calcolata perfidamente.

È vero che Meloni e Salvini furono spesso ambigui sui vaccini, strizzando pericolosamente l’occhio ai No Vax, ma misero il generale al riparo delle polemiche. Meloni ne riconobbe il cambio di passo, rispetto al predecessore Domenico Arcuri (nominato da Conte), e Salvini, l’estate scorsa, in piena campagna elettorale, disse che serviva un Figliuolo per l’emergenza migranti. Figliuolo è sempre stato bipartisan.

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ROMA – «Sono un ragazzo meridionale di periferia che sognava di diventare alpino». E invece Francesco Paolo Figliuolo — 62 anni a luglio, il liceo classico a Potenza, l’Accademia militare a Modena, missioni in Kosovo e Afghanistan — è diventato il ct delle nostre emergenze. Mario Draghi l’ha trasformato nel Mr Wolf nazionale, affidandogli la campagna di vaccinazione contro il Covid. Ora Giorgia Meloni gli assegna la ricostruzione della Romagna ferita dall’alluvione. La destra l’ha scelto, ma non può che andare bene anche alla sinistra. Una mossa calcolata perfidamente.

È vero che Meloni e Salvini furono spesso ambigui sui vaccini, strizzando pericolosamente l’occhio ai No Vax, ma misero il generale al riparo delle polemiche. Meloni ne riconobbe il cambio di passo, rispetto al predecessore Domenico Arcuri (nominato da Conte), e Salvini, l’estate scorsa, in piena campagna elettorale, disse che serviva un Figliuolo per l’emergenza migranti. Figliuolo è sempre stato bipartisan.

Ma resta una scoperta di Draghi, col benestare del Quirinale. L’ex premier lo nominò Commissario straordinario per l’emergenza Covid il 1 marzo 2021. La copertura dei vaccini era al 3 per cento. Un anno dopo, quando lasciò, sfiorava il 90 per cento. Se siamo tornati alle nostre vite di prima è merito di quella copertura da 500 mila dosi al giorno. Ricordate l’estate del 2021? Le file ordinate davanti ai gazebo, prima dose, seconda dose, chi si vaccinava lo faceva sapere sui social, «posso godermi le ferie», risuonavano parole come immunità di comunità, open day, e domande tipo «Moderna è meglio di AstraZeneca?», nell’illusione di esserne usciti. Poi venne l’autunno. La seconda ondata. L’insorgere delle nuove varianti, Delta, Omicron, di nuovo chiusi in casa. Sembrava non dovesse finire più.

Figliuolo nel frattempo girava l’Italia, sempre in divisa, spiegava l’importanza dei vaccini, rassicurava sulle coperture, a sinistra non tutti amavano quel tappeto di medaglie esposto sul petto, «a me spaventa un commissario che gira con la divisa», disse Michela Murgia. Intanto la sua popolarità cresceva nei sondaggi. Si parlava di “modello Figliuolo”. Godeva della considerazione generale, tra i governatori l’unico che lo attaccava era quell’attaccabrighe di Vincenzo De Luca. Si parlava di un suo ingresso in politica. Invece poi ha scritto un libro, con Beppe Severgnini: Un italiano, Rizzoli. «Per lasciare traccia di quello che sono: ho vaccinato una grande democrazia».

Sposato con Enza, due figli Salvatore e Federico, da poco sono nonni, casa Torino, istruttore militare di sci, confessa di esser iracondo, mediamente permaloso, «diciamo che ho una certa considerazione di me stesso, ma non sono uno che antepone l’ambizione a ogni altro valore: un militare può essere un ottimo professionista anche senza diventare generale. Chi antepone la carriera a ogni cosa sbaglia, e di solito non fa molta strada. In ogni campo, credo». Il governatore con cui aveva collaborato con più costrutto? «Bonaccini», rispose.

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