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Il governo in fuga dal Mes: in aula venerdì, poi il rinvio a settembre

(ansa)
Meloni risponderà alle opposizioni sulla ratifica del Meccanismo di stabilità europeo. Ma c’è la volontà di non votare. Barelli (Fi): “Nessun blitz sul calendario”. La maggioranza è convinta che i tempi non siano stringenti
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ROMA – I tormenti della maggioranza sul Mes provano a rientrare a sera, dopo una giornata nervosa. Che i capigruppo alla Camera trascorrono al telefono, in cerca di una linea comune. Perché tutti sono d’accordo nel rinviare la ratifica del nuovo fondo salva-Stati a settembre, dopo la pausa estiva. La linea dettata da Giorgia Meloni non è in discussione. Ma è come arrivare allo stop in Parlamento ad agitare la destra.

E la premier ha già messo in conto la necessità di ribadire la sua volontà durante le comunicazioni sul Consiglio europeo del 29-30 giugno che renderà stamattina, alle nove, nell’aula della Camera (la discussione al Senato prenderà il via alle 15.30). Ma è come arrivare allo stop in Parlamento ad agitare la destra. 

Una questione stringente perché l’avvio della discussione generale sulla ratifica della riforma del Meccanismo europeo di stabilità è calendarizzato per il 30 giugno. E oggi pomeriggio, alle 14.30, si riunisce la conferenza dei capigruppo, …

ROMA – I tormenti della maggioranza sul Mes provano a rientrare a sera, dopo una giornata nervosa. Che i capigruppo alla Camera trascorrono al telefono, in cerca di una linea comune. Perché tutti sono d’accordo nel rinviare la ratifica del nuovo fondo salva-Stati a settembre, dopo la pausa estiva. La linea dettata da Giorgia Meloni non è in discussione. Ma è come arrivare allo stop in Parlamento ad agitare la destra.

E la premier ha già messo in conto la necessità di ribadire la sua volontà durante le comunicazioni sul Consiglio europeo del 29-30 giugno che renderà stamattina, alle nove, nell’aula della Camera (la discussione al Senato prenderà il via alle 15.30). Ma è come arrivare allo stop in Parlamento ad agitare la destra. 

Una questione stringente perché l’avvio della discussione generale sulla ratifica della riforma del Meccanismo europeo di stabilità è calendarizzato per il 30 giugno. E oggi pomeriggio, alle 14.30, si riunisce la conferenza dei capigruppo, per fissare il calendario dei lavori di luglio: si apre una finestra, quindi, per chiedere lo slittamento dei lavori.

L’orientamento prevalente tra i capigruppo della maggioranza, però, guarda a una linea soft: nessuna forzatura, si va in aula venerdì. Tanto - è il ragionamento - si discute una proposta di legge, che non ha il carattere dell’urgenza del decreto: il voto, quindi, può essere rinviato serenamente all’autunno. Paolo Barelli, il presidente dei deputati di Forza Italia, la mette giù così: "Non vogliamo fare un blitz in capigruppo, andando contro le prerogative delle opposizioni e quindi contro la calendarizzazione in aula che era stata già decisa; questa almeno è l’ipotesi più probabile”.

Più probabile, non blindata. E il margine, spiegano fonti parlamentari, è dettato dalla necessità di un passaggio finale con Palazzo Chigi. A ieri sera, il fronte dei capigruppo risultava comunque compatto. Tanto che Tommaso Foti, a capo della pattuglia meloniana, avrebbe ribadito ai suoi che sarebbe decisamente meglio avviare la discussione in aula, nelle stesse ore in cui la premier sarà a Bruxelles. A convincere i partner europei dell’affidabilità dell’Italia, anche sul Mes. Che ufficialmente non figura tra i temi dell’agenda del Consiglio europeo, ma di cui comunque si parlerà perché Roma è in debito di risposte.

E poi ci sono le ragioni interne: i capigruppo di Pd, 5 stelle, Azione-Italia Viva e Avs non vogliono modificare il calendario dei lavori. La richiesta di rinvio potrebbe passare, se la maggioranza dovesse cambiare idea, per volontà propria o della premier. Ma il via libera dovrebbe avvenire per mano del presidente della Camera Lorenzo Fontana. Una prassi inusuale, che restituirebbe il segno della forzatura. E il rischio di ritrovarsi con le barricate nelle commissioni, dove in un mese, tra Camera e Senato, faranno capolino ben cinque decreti.

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