«La destra di Giorgia Meloni conquista il mondo della cultura», ha scritto con una certa enfasi Le Monde nei giorni scorsi. Dalle istituzioni culturali, appunto, alla Rai. Non avranno esagerato, Pietrangelo Buttafuoco?
«Secondo me bisogna distinguere la sottocultura mediatica, quindi la vetrina percepita, da quella che è la sostanza della produzione, della ricerca e della formazione culturale».
Ovvero?
«Io credo che il trauma politico maturato con la vittoria di Giorgia Meloni abbia aperto i recinti. E che sia accaduto sul piano culturale quel che si verifica in ambito economico: ha presente gli ascensori sociali che salgono e che consentono agli esclusi di raggiungere i piani alti? Ecco, sta succedendo qualcosa di molto simile».
Vuole dire che staremmo passando dal complesso di inferiorità all’egemonia culturale della destra?
«In realtà si è dimostrato che una vera e propria sudditanza culturale non c’è mai stata. Quella che a noi sembrava onnipotenza culturale della sinist…
«La destra di Giorgia Meloni conquista il mondo della cultura», ha scritto con una certa enfasi Le Monde nei giorni scorsi. Dalle istituzioni culturali, appunto, alla Rai. Non avranno esagerato, Pietrangelo Buttafuoco?
«Secondo me bisogna distinguere la sottocultura mediatica, quindi la vetrina percepita, da quella che è la sostanza della produzione, della ricerca e della formazione culturale».
Ovvero?
«Io credo che il trauma politico maturato con la vittoria di Giorgia Meloni abbia aperto i recinti. E che sia accaduto sul piano culturale quel che si verifica in ambito economico: ha presente gli ascensori sociali che salgono e che consentono agli esclusi di raggiungere i piani alti? Ecco, sta succedendo qualcosa di molto simile».
Vuole dire che staremmo passando dal complesso di inferiorità all’egemonia culturale della destra?
«In realtà si è dimostrato che una vera e propria sudditanza culturale non c’è mai stata. Quella che a noi sembrava onnipotenza culturale della sinistra era solo sottocultura mediatica. Per voler fare nomi e cognomi, di Lucia Annunziata - da qui a qualche tempo - che è stata in Rai, non le patrie lettere, ma l’Inps se lo ricorderà. Riconoscendole le quote maturare da presidente di Viale Mazzini al tempo del governo Berlusconi. Vogliamo chiamare cultura le uscite di Roberto Saviano la domenica sera da Fabio Fazio? Nel cinema abbiamo avuto l’Oscar di Roberto Benigni, certo, ma nessuno ricorda che ben più importanti, nella storia del cinema, sono stati quelli a Pietro Germi, che non era della parrocchietta, e a Federico Fellini, l’anti-ideologico per antonomasia».
Sul filo delle sue provocazioni, mi scusi, ma se c’è stata addirittura un’egemonia culturale della destra, va detto che è stata giocata abbastanza male. Se ne sono accorti in pochi.
«Non dico e non ritengo che ci sia stata un’egemonia della destra. Ma sono convinto che la sinistra abbia sempre fatto più che altro dell’ottimo marketing culturale. Fatto davvero bene, eh... Senza occuparsi mai di scavare nel profondo di quel che è l’umile fatica della letteratura, della scienza e dell’arte. Ebbene, ribadisco, questa stagione farà crollare i recinti. Sarà data casa a chi casa finora non ne ha avuta una».
Vuol dire posti e poltrone, nelle istituzioni culturali come in Rai?
«Mi riferisco a qualcosa di più alto, se mi permette: all’opportunità di dare spazio a chi finora è stato censurato. Un po’ come avveniva intorno all’anno Mille: in un mondo che dava alle fiamme i manoscritti di Platone e Aristotele, nella mia Sicilia degli emiri e del pluralismo culturale quei manoscritti venivano copiati e tramandati».
La pensa come il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, che parla di una “nuova narrazione” possibile, capace di avviare la riabilitazione del sentimento nazionale? Alla fine, giriamo sempre lì, a destra, intorno al concetto di Dio, patria e famiglia.
«Più che di una nuova narrazione, termine che mi fa subito pensare a Nichi Vendola, parlerei di grandi trasformazioni in atto, che poi, come sempre, si traducono in grandi opportunità».
Resta un problema di fondo, per la destra: fare cultura, d’accordo, ma con chi? Giusto lei e pochi altri intellettuali di area riconosciuti. Davvero poca cosa, non pensa?
«Ma questo è un luogo comune alimentato dal gioco mediatico della sinistra, insisto. Molti anni fa Eugenio Scalfari a Otto e Mezzo dalla Gruber aveva chiesto di potersi confrontare con me: “Hai letto libri che noi non conosciamo”, mi diceva. Basta avere la curiosità intellettuale di confrontarsi con altri. Poco o tanto conosciuti, non importa. Basta avere la curiosità e la pazienza di cercare e riconoscere il nuovo».
Ci sarà un posto anche per Buttafuoco nel gotha culturale della nuova destra?
«Un posto già c’è, non nel gotha, ma nei cataloghi delle case editrici. In quota scrittore di nicchia».
Pochi giorni fa la morte e i funerali di Berlusconi. È stato appena pubblicato il suo libro “Beato lui”, edito da Longanesi. Che ne sarà del berlusconismo dopo Berlusconi e cosa del centrodestra dopo la morte del padre?
«Io ho scritto il libro partendo da un’idea ben precisa: la politica per Berlusconi è stata un pretesto. Lui si è trasformato da persona in personaggio, per incastonarsi nella viva vena della tradizione letteraria italiana. La sua leadership politica è stata un dettaglio».
Pietrangelo, così siamo oltre la beatificazione alla quale si è assistito in questi giorni al Senato e alla Camera in occasione delle sedute di commemorazione.
«Ma no, io ho scritto un panegirico che non fa sconti, non un’agiografia che affresca ed omette. Berlusconi lo capisci e lo racconti attraverso le lenti e la penna di Balzac, di Donizetti o del vostro Filippo Ceccarelli. Con quelle categorie lì, letterarie più che di cronaca politica. È uno di quegli individui che quando irrompono in scena trascinano tutto: ha mutato la società, si è impadronito di un lessico e ha cambiato la storia italiana di questi decenni. E non la racconti come un capitolo dell’antipolitica, né del popolarismo europeo. Lui ha introdotto l’individualismo nell’era della politica corale».
Non è detto sia stato un bene. Ad ogni modo, perché “Beato lui”?
«È un’espressione di invidia senza cattiveria. Beato lui che se l’è goduta. Che ha preso l’Italia e se l’è disegnata a modo suo, da arcitaliano quale è stato. Non mi aspettavo, mentre scrivevo, che morisse così presto, lo confesso».
Qual è stato il suo merito?
«Aver liberato l’Italia dall’obbligo guelfo. Eravamo costretti a una sorta di destino: avevamo due grandi chiese apparentemente contrapposte, la tradizione comunista e quella democristiana. Lui sfascia questo ingranaggio e crea un nuovo riformismo».
Non pensa che il peggior difetto del Berlusconi politico invece sia stato aver curato, a tratti esclusivamente, i suoi interessi?
«Lui nasce e in fondo muore imprenditore. E quella cultura porta al governo. Ma è stato come la cuoca di Lenin: dalle cucine è passato ai vertici dello Stato».
Lei è convinto che Giorgia Meloni sia l’erede di Berlusconi. Perché?
«Lei erediterà e in parte ha già ereditato il suo blocco elettorale. Berlusconi ha dato la possibilità alla maggioranza silenziosa di avere un orizzonte e un destino. L’elettorato di Giorgia è semplicemente lo stesso. Transita dal berlusconismo al conservatorismo di Meloni».
Non è che la leader di FdI, anche in vista delle Europee, si converte progressivamente al popolarismo europeo abbandonando la sponda destra?
«No, secondo me lei sta conducendo un’operazione un po’ più sofisticata. Quella di creare e realizzare e perfezionare il bipolarismo italiano. La sinistra non esce dalla sua crisi e lei in fondo con la costruzione del partito conservatore le dà la possibilità di strutturarsi. Il bipolarismo del futuro sarà più maturo, dopo passaggi se non virtuosi obbligati».