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Da Figliuolo a Panetta a Cingolani, Meloni si circonda di “draghiani” suo malgrado

Giorgia Meloni e l'ex premier Mario Draghi 

 
L’uomo della campagna vaccinale, criticato in passato dalla premier, diventa l’uomo perfetto per superare l’impasse sul commissario alla ricostruzione. Le nomine a Leonardo e Bankitalia. Tajani: “Giusto richiamare figure utili”
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Una fiammata di draghismo. Inaspettata, almeno per quanto riguarda il contesto. Perché arriva nello stesso momento in cui il governo Meloni mostra il volto meno europeista, fa scintille con le istituzioni Ue su Mes e aumento dei tassi di interesse.

Rieccoli, i volti cari all’ex premier. In un martedì in cui finalmente preme il piede sull’acceleratore e chiude il braccio di ferro con gli alleati - soprattutto con Salvini – la premier sceglie due figure chiave dell’avventura politica e finanziaria del suo predecessore. Il primo è Francesco Paolo Figliuolo, il generale degli alpini che Draghi individuò come garante della campagna vaccinale. Quanti malumori suscitò, l’opera di Figliuolo, ai tempi del Covid, con Salvini e Meloni a occhieggiare più o meno apertamente ai no vax. Ma ora, l’alto ufficiale, è diventato l’uomo perfetto per superare le perplessità del leader della Lega sul nome del commissario per la ricostruzione dopo l’alluvione in Romagna. Salvini aveva bocciato Bonaccini…

Una fiammata di draghismo. Inaspettata, almeno per quanto riguarda il contesto. Perché arriva nello stesso momento in cui il governo Meloni mostra il volto meno europeista, fa scintille con le istituzioni Ue su Mes e aumento dei tassi di interesse.

Rieccoli, i volti cari all’ex premier. In un martedì in cui finalmente preme il piede sull’acceleratore e chiude il braccio di ferro con gli alleati - soprattutto con Salvini – la premier sceglie due figure chiave dell’avventura politica e finanziaria del suo predecessore. Il primo è Francesco Paolo Figliuolo, il generale degli alpini che Draghi individuò come garante della campagna vaccinale. Quanti malumori suscitò, l’opera di Figliuolo, ai tempi del Covid, con Salvini e Meloni a occhieggiare più o meno apertamente ai no vax. Ma ora, l’alto ufficiale, è diventato l’uomo perfetto per superare le perplessità del leader della Lega sul nome del commissario per la ricostruzione dopo l’alluvione in Romagna. Salvini aveva bocciato Bonaccini, aveva guardato con sospetto al viceministro di Fdi Galeazzo Bignami e comunque caldeggiava un politico. Per superare l’impasse l’unica soluzione era un tecnico di alto valore: chi meglio di Figliuolo, nome gradito anche al Pd e dunque utile anche a placare la protesta dei dem?

L’altro colpo di coda dell’era Draghi lo impersona Fabio Panetta: uomo di Bankitalia vicino all’ex presidente del consiglio, membro del board della Bce, è stato in corsa in autunno per fare il ministro dell’Economia nel governo Meloni. Anzi, per essere precisi: fui uno dei nomi suggeriti da Draghi per via XX settembre. Se la designazione non andò in porto, allora, fu proprio perché Panetta puntava al ruolo di governatore della Banca d’Italia. Incarico cui Palazzo Chigi ha dato il via libera ieri. Qual era – secondo robusti rumors – l’altro candidato ministro indicato da Draghi alla leader di Fratelli d’Italia che si apprestava a formare il governo? Quello di Roberto Cingolani, il fisico che era parte organica dell’esecutivo dell’ex banchiere. Una continuità così netta fu infine scartata da Meloni ma Cingolani è rimasto nell’ambiente di governo del centrodestra: prima con un ruolo di consigliere per le politiche energetiche, poi con la nomina – deliberata da Chigi – di amministratore delegato di Leonardo.

C’è un filo rosso al quale Meloni si aggrappa nei frangenti delicati: un filo che resta solido per opera di ministri quali Giorgetti e Crosetto, e riporta sempre all’ex presidente della Bce, a volte figura ingombrante e a volte rifugio sicuro. Non ha esitato, Meloni, a mettere sotto accusa l’operato del suo predecessore sul Pnrr, per giustificare i ritardi che non hanno ancora sbloccato la terza rata. Ma allo stesso tempo torna ad attingere agli uomini di Draghi per dare sicurezza al suo cammino, proteggendolo da insidie interne ed esterne: “Un ritorno del draghismo? Non dobbiamo collegare per forza gli uomini alle stagioni politiche: se ci sono figure utili, verifichiamo le disponibilità e le chiamiamo”, afferma il vicepremier Antonio Tajani. Che è poi un altro modo per dire la stessa cosa: l’unico modo per andare avanti, in date circostanze, è voltarsi indietro.

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