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Meloni a Bruxelles abbassa i toni. Tradita sui migranti dagli alleati sovranisti

(afp)
Dopo aver fatto la voce grossa in Senato, la premier glissa sui temi scottanti ma al Consiglio Ue Polonia e Ungheria si mettono di traverso sull’asilo
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BRUXELLES - Meloni è quella del low profile. Breve storia di una metamorfosi. Sono già in archivio, a Bruxelles, i toni da comizio del giorno prima. Roma è lontana, non solo fisicamente, quando la premier si sottopone alle domande dei giornalisti nel doorstep che precede la riunione dei leader. Lo fa addirittura due volte: va via e poi torna indietro per rispondere in inglese alla stampa straniera. Gli attacchi alla Bce sull’aumento dei tassi? Subito accantonati: «Ho già detto cosa ne penso. Sui mutui siamo già intervenuti, è un tema sensibile». Lo sguardo non è più rivolto alle responsabilità della Banca centrale ma alle scelte che può compiere il governo: «Bisogna fare di più. Ne sto discutendo con il ministro dell’Economia, il nostro impegno deve essere quotidiano». Nessun accenno al Mes, la cui mancata ratifica sta innervosendo diversi partner europei. La materia, almeno ufficialmente, non fa parte del programma del Consiglio. Nessun riferimento, da parte della premier, al Patto d…

BRUXELLES - Meloni è quella del low profile. Breve storia di una metamorfosi. Sono già in archivio, a Bruxelles, i toni da comizio del giorno prima. Roma è lontana, non solo fisicamente, quando la premier si sottopone alle domande dei giornalisti nel doorstep che precede la riunione dei leader. Lo fa addirittura due volte: va via e poi torna indietro per rispondere in inglese alla stampa straniera. Gli attacchi alla Bce sull’aumento dei tassi? Subito accantonati: «Ho già detto cosa ne penso. Sui mutui siamo già intervenuti, è un tema sensibile». Lo sguardo non è più rivolto alle responsabilità della Banca centrale ma alle scelte che può compiere il governo: «Bisogna fare di più. Ne sto discutendo con il ministro dell’Economia, il nostro impegno deve essere quotidiano». Nessun accenno al Mes, la cui mancata ratifica sta innervosendo diversi partner europei. La materia, almeno ufficialmente, non fa parte del programma del Consiglio. Nessun riferimento, da parte della premier, al Patto di stabilità. Nel frattempo, le critiche a Paolo Gentiloni («Sul Pnrr perché non ha vigilato?») sono materia affidata alle capacità diplomatiche del ministro Raffaele Fitto, cui tocca l’ingrato compito di incontrare il commissario e cercare di sbloccare - nel bel mezzo della polemica innescata dalla sua dante causa - la terza rata.

La voce grossa contro le istituzioni europee, sotto il cielo plumbeo della capitale dell’Ue, diventa un sussurro che è una lusinga alle conclusioni del Consiglio: «La bozza è assolutamente soddisfacente». E la cacofonia serve a spiegare che lì dentro «ci sono le posizioni italiane su migrazione, Tunisia, flessibilità nell’utilizzo dei fondi per quello che riguarda le materie economiche, sui primi passi per un fondo sovrano europeo».

Il tema dei migranti si rivela così un felice approdo, per ripararsi dalla querelle su Bce, Mes, perfino dal caso Santanchè: la ministra, spiega Meloni, «chiarirà in Aula». D’altronde per la premier è un successo che nelle conclusioni del Consiglio europeo ci sia un paragrafo dedicato alla Tunisia, «non nel capitolo migrazione ma in quello delle relazioni esterne. Racconta di quell’idea di partenariato strategico con i Paesi del Nord Africa che per noi è un passo molto importante. In otto mesi siamo davvero riusciti - dice la presidente del Consiglio - a cambiare il punto di vista, anche col contributo di altre nazioni: dall’annosa divisione tra Paesi di primo approdo e Paesi di movimenti secondari a un approccio unico».

Agli altri capi di Stato e di governo europei Meloni dice che «il modello Tunisia va esteso ad altre nazioni africane». La narrazione è più rosea della realtà se è vero che, malgrado gli annunci, non c’è ancora la firma del memorandum con il governo tunisino retto da Saied, che dovrebbe liberare cento milioni di fondi europei. Mentre alcuni partner, come quello tedesco, continuano a nutrire dubbi sul fatto che l’intesa venga siglata prima che scatti l’assistenza macro-finanziaria del Fmi, ancora in stallo.

Rimane un dossier molto complicato, quello sulle migrazioni. Ed è quello che fa rallentare i lavori del Consiglio europeo. Con l’Italia in una posizione scomoda. Polonia e Ungheria, Paesi guidati da leader conservatori vicini a Meloni ed alleati alle prossime elezioni europee, contestano il regolamento sul diritto d’asilo recentemente approvato a maggioranza dal vertice dei ministri dell’Interno dell’Unione. Chiedono che venga modificato, e che per i prossimi passaggi venga introdotto, con un accenno esplicito già nelle conclusioni del Consiglio europeo, il principio dell’unanimità. In questa partita Morawiecki e Orban - che contestano il ricollocamento obbligatorio dei migranti - stanno da una parte, Meloni dall’altra. Nell’imminenza della trasferta della presidente del Consiglio a Varsavia. Una missione che si annuncia più delicata del previsto. 

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