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Ue delusa da Meloni. E ora Parigi e Berlino provano a isolare l’Italia

Giorgia Meloni e la presidente della commissione europea Ursula von der Leyen 

 
Ancora tempi lunghi per la terza rata Pnrr già congelata. Pesano non solo i ritardi di Roma ma il nuovo clima
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BRUXELLES — Una nuova doccia fredda rischia di cadere sul governo Meloni. La terza rata del Pnrr è di nuovo sul punto di rimanere bloccata negli uffici della Commissione. Una possibilità che ieri si è abbattuta come una scure sul giro di colloqui compiuto dal ministro italiano per gli Affari europei, Raffaele Fitto. “L’assessment” dell’esecutivo europeo, infatti, ieri non era ancora pronto. L’ulteriore rinvio e lo scavallamento di giugno non è più solo un’ipotesi scolastica. I 19 miliardi destinati al nostro Paese sono quindi tuttora nel “congelatore” e non si sa con certezza quando saranno trasferiti nelle casse del Tesoro.

Ma questo stop non è un caso. È il frutto delle scelte “litigiose” di Palazzo Chigi. Non si tratta solo dell’effetto provocato dai ritardi di Roma nel rispondere alla richiesta di chiarimenti di Palazzo Berlaymont. Ma è soprattutto il risultato del clima mutato intorno all’Italia: la “fiduciosa attesa” si è ormai dissolta in una “sfiduciata delusione”.

Per ca…

BRUXELLES — Una nuova doccia fredda rischia di cadere sul governo Meloni. La terza rata del Pnrr è di nuovo sul punto di rimanere bloccata negli uffici della Commissione. Una possibilità che ieri si è abbattuta come una scure sul giro di colloqui compiuto dal ministro italiano per gli Affari europei, Raffaele Fitto. “L’assessment” dell’esecutivo europeo, infatti, ieri non era ancora pronto. L’ulteriore rinvio e lo scavallamento di giugno non è più solo un’ipotesi scolastica. I 19 miliardi destinati al nostro Paese sono quindi tuttora nel “congelatore” e non si sa con certezza quando saranno trasferiti nelle casse del Tesoro.

Ma questo stop non è un caso. È il frutto delle scelte “litigiose” di Palazzo Chigi. Non si tratta solo dell’effetto provocato dai ritardi di Roma nel rispondere alla richiesta di chiarimenti di Palazzo Berlaymont. Ma è soprattutto il risultato del clima mutato intorno all’Italia: la “fiduciosa attesa” si è ormai dissolta in una “sfiduciata delusione”.

Per capire quanto il giudizio nelle Istituzioni sia cambiato, ieri era allora sufficiente fare un passo fuori dall’Europa Building. Il Palazzo che ospita le riunioni del Consiglio europeo. Mentre Giorgia Meloni era impegnata a discutere con gli alleati sul futuro dell’Ucraina e sull’emergenza migranti, dall’altra parte della strada il dossier Pnrr rimaneva appunto impigliato in una rete di diffidenza. Uno slittamento per niente ordinario considerando che l’articolo 24 del Regolamento attuativo imponeva la valutazione entro il 28 febbraio con una proroga di massimo tre mesi. Ossia entro il 31 maggio. Data ampiamente superata.

Il punto è che l’esecutivo “meloniano” ha aperto un fronte conflittuale generale con l’Ue. Basti pensare che persino sul cosiddetto “pacchetto pesca”, non certo un dossier centrale, il governo è riuscito a votare contro e a farsi comunque battere dalla maggioranza degli Stati membri. Soprattutto Palazzo Chigi ha deciso di entrare in rotta di collisione con le due locomotive d’Europa: Francia e Germania. Parigi e Berlino hanno ricostituito la direttrice che guida l’Unione ignorando l’Italia che con Mario Draghi era riuscita invece a costruire un vero e proprio “Triangolo” decisionale. Le conseguenze sono nette. Una riguarda appunto la terza rata del Piano nazionale di ripresa e resilienza, la punta di un iceberg molto profondo. Il pericolo è che a questo punto si crei un gigantesco ingorgo con la quarta rata i cui obiettivi scadono proprio oggi.

Chi era presente nella sala multicolore che ospita il Consiglio europeo, ad esempio, descriveva ieri con chiarezza la condizione di isolamento vissuta dalla premier italiana. Gli scontri costanti sul Mes, sulla Bce, sui migranti stanno lasciando il segno. Soprattutto il Meccanismo di Stabilità sta ormai diventando una sorta di bomba a orologeria. Che indispettisce in primo luogo la Germania di Olaf Scholz. Il presidente dell’Eurogruppo, l’irlandese Pascal Donohoe, ha ieri ribadito per l’ennesima volta che l’Italia deve accelerare sulla ratifica. «Rispetto assolutamente e posso capire — ha detto — il punto di vista del governo italiano, quando dice che non vuole accedere a questi strumenti e non vuole usare questi dispositivi in futuro. Ma la ratifica del Trattato consentirà che il maggior potere del Mes sia messo a disposizione di altri Paesi che potrebbero, invece, decidere di avvalersene in futuro». E lo stesso Donohoe ha di fatto rimproverato l’Italia per le critiche alla Bce: «Se non si alzano i tassi cresce la povertà». E ormai tutti hanno capito che Roma intende brandire l’arma del Fondo-Salva-Stati per trattare condizioni il più possibile vantaggiose nella riforma del Patto di Stabilità in relazione alle procedure di rientro dal debito. Soluzioni ieri bocciate di nuovo a Berlino dalla Corte dei Conti tedesca.

Ma l’emarginazione di Meloni si coglieva anche in un altro aspetto: i migranti. Schiacciata da destra e da sinistra. Anche alcuni dei tradizionali “amici” della destra italiana, come il premier polacco Morawiecki, hanno infatti sferrato l’attacco contestando l’accordo sul nuovo Patto per l’Asilo e i Migranti. «È in corso un attacco all’Europa. I confini dell’Europa — ha ripetuto — non sono sicuri. È in gioco la sicurezza degli abitanti del nostro continente». Esattamente il contrario di quanto sostenuto dal Cancelliere tedesco: «Abbiamo tutti la responsabilità di garantire che le persone in difficoltà non anneghino. È sempre stata la mia posizione, ma anche quella dell’Ue e il grande compito che ci attende è prendere molto sul serio gli obblighi umanitari che abbiamo». Per Meloni la strada sembra sempre più in salita.

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