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Migranti, il no a Meloni degli amici sovranisti spezza il sogno Ppe-Destra. A rischio il patto sull’asilo

Giorgia Meloni a Bruxelles

 (ansa)

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l nuovo accordo sull’immigrazione al voto del Parlamento Ue non prima del 2024. E il crinale è scivoloso
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BRUXELLES – “Ci posso provare io”. Quando ieri mattina nella sala dell’hotel Amigo a Bruxelles dove si serve la colazione, Giorgia Meloni si è proposta come mediatrice con gli “amici sovranisti”, la risposta di Scholz, Macron e Rutte, è stata immediata. Le hanno subito aperto la porta: “Certo, fai pure”. I tre leader, francese tedesco e olandese, sapevano che si trattava di una missione impossibile. Ma soprattutto erano consapevoli che la presidente del Consiglio italiana si sarebbe trovata in un cul de sac con una scritta piuttosto chiara: “Fine dell’Internazionale sovranista”. E tramonto dell’agognata intesa con i Popolari europei.

In effetti la fallita mediazione di Meloni con Polonia e Ungheria sta producendo due effetti: uno politico ed uno tecnico-legislativo. Il primo riguarda l’esplosione dell’alleanza delle destre in Europa. Soprattutto l’impossibilità di traghettare il fronte Conservatore nel campo praticabile delle Istituzioni europee. In quello dove si giocano le…

BRUXELLES – “Ci posso provare io”. Quando ieri mattina nella sala dell’hotel Amigo a Bruxelles dove si serve la colazione, Giorgia Meloni si è proposta come mediatrice con gli “amici sovranisti”, la risposta di Scholz, Macron e Rutte, è stata immediata. Le hanno subito aperto la porta: “Certo, fai pure”. I tre leader, francese tedesco e olandese, sapevano che si trattava di una missione impossibile. Ma soprattutto erano consapevoli che la presidente del Consiglio italiana si sarebbe trovata in un cul de sac con una scritta piuttosto chiara: “Fine dell’Internazionale sovranista”. E tramonto dell’agognata intesa con i Popolari europei.

In effetti la fallita mediazione di Meloni con Polonia e Ungheria sta producendo due effetti: uno politico ed uno tecnico-legislativo. Il primo riguarda l’esplosione dell’alleanza delle destre in Europa. Soprattutto l’impossibilità di traghettare il fronte Conservatore nel campo praticabile delle Istituzioni europee. In quello dove si giocano le partite del vero potere europeo. In particolare in vista delle elezioni del prossimo anno.

Da tempo, infatti, Fratelli d’Italia ha cercato di prospettare una improbabile nuova maggioranza nel Parlamento di Strasburgo con il Ppe. Fino a ieri era solo propaganda: non ci sono infatti i numeri perché Popolari e Conservatori possano conquistare il controllo dell’Eurocamera dopo il voto di giugno 2024. Ma dopo il “niet” di Orban e Morawiecki al nuovo Patto per l’Asilo e i Migranti, anche quella prospettiva teorica sta crollando come un castello di carte. Basta ascoltare i commenti dei vertici Popolari per capire le conseguenze di questo fallimento: “Giorgia Meloni è incastrata con degli alleati Ue che stanno distruggendo tutti i progressi che lei ha fatto in tema di migrazione. I problemi in casa sono il peggior tipo di problem”.

Insomma: una alleanza con i Conservatori diventa molto più difficile. La premier aveva capito che la sua mediazione poteva essere il viatico migliore per rendere “potabile” la destra dall’anno prossimo e per costruirsi l’immagine di una leader in grado di edificare progetti politici innovativi. Ora è esattamente il contrario. E la battuta con cui il premier polacco l’ha salutata conferma quanto la bussola europea di Fratelli d’Italia si sia ormai inceppata: “Auguro buona fortuna a Giorgia. Siamo d’accordo che non siamo d’accordo. Ai miei amici italiani dico buona fortuna per l’attuazione di questo Patto sui migranti. Non credo che questa sia una soluzione perché non è una risposta alle cause profonde, ma non sono qui per commentare le prerogative e le analisi del governo italiano”. Del resto anche in Polonia si vota, il prossimo autunno. E lo scontro tra la destra e i popolari di Tusk è al fulmicotone. Morawiecki non può accedere alla strada vagheggiata dalla premier italiana.

Poi c’è il secondo fattore. Che, per certi versi, è ancora più preoccupante per la squadra meloniana. Dopo tutti gli sforzi compiuti in queste ore, il risultato è che il Nuovo Patto sui Migranti non diventerà legge prima del prossimo anno. L’intesa siglata dal Consiglio Ue dei ministri degli Interni, infatti, dovrà essere approvata dal Parlamento europeo. Quando? Non prima del 2024. Prevedibilmente a febbraio. Ossia quando la probabile crisi migratoria estiva avrà già provocato tutti possibili danni e a pochi mesi dalla fine della legislatura. Quella di febbraio, infatti, sarà l’ultima seduta plenaria dell’Eurocamera in grado di discutere e votare qualcosa di concreto. Poi si chiuderanno di fatto i battenti per la campagna elettorale. Basterà quindi un piccolo incidente procedurale per far saltare l’intero pacchetto. Del resto nella fantomatica sede del Trilogo (un organismo informale che riunisce i rappresentanti della Commissione, del Consiglio e del Parlamento europeo al fine di trovare un sintesi sui testi legislativi) riunitosi il 13 giugno scorso, qualche problema è già emerso.

Insomma l’accordo, anche alla luce delle tante difficoltà incontrate, si muove su un crinale scivolosissimo. Non solo. Qualcuno, soprattutto le delegazioni del Nord Europa, ieri dopo la fine del Consiglio europeo, ricordavano che c’è un precedente molto pericoloso che può ripetersi: l’altolà al provvedimento che prevedeva lo stop alle auto a benzina e diesel dal 2035. Testo votato dal Parlamento europeo e subito dopo bloccato dal Coreper (il Comitato che riunisce gli ambasciatori dei 27). In quel caso era la Germania a chiedere modifiche nonostante fossero stati esperiti tutti i passaggi formali. E il blocco durò diverse settimane fino a quando Berlino non ha ottenuto le modifiche richieste. Una situazione che per molti potrebbe ripetersi il prossimo anno sui migranti.

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