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Notarstefano (Azione cattolica): “Lo Stato aiuti a rendere il lavoro dignitoso. Il mercato da solo non ce la fa”

Intervista al presidente dell’associazione: “Il salario minimo può essere una risposta. Anche il Papa crede che serva cambiare il modello di sviluppo”
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«Il salario minimo è una misura che risponde alla grande questione sociale della crescita dei lavoratori poveri». Parola di Giuseppe Notarstefano, presidente nazionale di Azione cattolica, economista siciliano. «Le statistiche sono allarmanti, c’è una evidenza empirica che ci dice che c’è una difficoltà nella capacità regolativa del mercato a distribuire ai lavoratori parte del valore aggiunto».

La contrattazione non basta?

«Dai meccanismi di contrattazione sono esclusi moltissimi lavoratori, pensiamo ai settori dell’agricoltura e dei servizi alla persona. Il salario minimo non sostituisce la contrattazione ma affronta la questione che in altri settori produttivi viene efficacemente affrontata dalla negoziazione».

Nelle mense della Caritas negli ultimi anni sono aumentati i poveri e si sono presentati “nuovi poveri”, immigrati ma anche italiani: qual è la ricetta della Chiesa?

«È una evidenza che si è aggravata negli ultimi anni, in particolare dopo la pandemia, ma i rapporti della Ca…

«Il salario minimo è una misura che risponde alla grande questione sociale della crescita dei lavoratori poveri». Parola di Giuseppe Notarstefano, presidente nazionale di Azione cattolica, economista siciliano. «Le statistiche sono allarmanti, c’è una evidenza empirica che ci dice che c’è una difficoltà nella capacità regolativa del mercato a distribuire ai lavoratori parte del valore aggiunto».

La contrattazione non basta?

«Dai meccanismi di contrattazione sono esclusi moltissimi lavoratori, pensiamo ai settori dell’agricoltura e dei servizi alla persona. Il salario minimo non sostituisce la contrattazione ma affronta la questione che in altri settori produttivi viene efficacemente affrontata dalla negoziazione».

Nelle mense della Caritas negli ultimi anni sono aumentati i poveri e si sono presentati “nuovi poveri”, immigrati ma anche italiani: qual è la ricetta della Chiesa?

«È una evidenza che si è aggravata negli ultimi anni, in particolare dopo la pandemia, ma i rapporti della Caritas da molti anni documentano la crescita dei working poor, l’allargamento della vulnerabilità sociale che porta alla povertà. La Chiesa è in prima linea nell’emergenza, la Caritas ma anche il mondo delle parrocchie. Ma c’è anche un cambio di passo che papa Francesco col suo magistero ci ha aiutato a fare, ossia l’esigenza di cambiare il paradigma relativo al modello di sviluppo. Bisogna rimettere il lavoro al centro dell’attenzione. Gli economisti, ma anche la dottrina sociale della Chiesa, usano la categoria del decent work, il lavoro dignitoso».

Un salario minimo non rischia di erodere il principio di sussidiarietà e spingere al lavoro nero?

«Questa era la nostra obiezione al reddito di cittadinanza. Altro è il reddito di inclusione sociale (Reis) che avevamo proposto come associazioni del terzo settore. Alla luce del pensiero sociale della Chiesa pensiamo che occorrerebbe valorizzare un modello di welfare più circolare, più sussidiario, dove lo Stato deve intervenire per rispondere quando la povertà si fa grave, senza per questo escludere gli altri attori sociali. Si tratta di mettere insieme il meglio di quello che lo Stato può fare, di quello che la società può fare, e di quello che il mercato sa e può fare».

Un salario minimo può aiutare, oltre al singolo, anche le famiglie, al cuore delle preoccupazioni del magistero?

«Sì, penso all’impatto dell’attuale incremento dei prezzi per le famiglie, alla difficoltà a mantenere uno stile di vita dignitoso. Credo che soprattutto dove c’è una unica fonte di reddito una misura come questa rappresenterebbe un sostegno importante, in particolare in alcune aree del paese».

Il Sud è da sempre una preoccupazione del cattolicesimo italiano: cosa direbbe oggi un suo predecessore alla guida di Azione cattolica, il salentino Aldo Moro?

«Rispondo con un documento della Conferenza episcopale italiana di alcune decine di anni fa: questo paese si salverà solo se lo farà insieme. Il problema del sud non è solo di ordine redistributivo, occorre attivare un modello di sviluppo capace di creare occupazione, un’economia più resiliente. Come indica la tradizione del meridionalismo italiano, investire nel sud significa investire nelle persone. Le persone non sono solo numeri: tenere presenti i loro volti credo possa aiutare a realizzare quella concretezza che spesso viene invocata. E il salario minimo è un fattore che rimette a tema l’esigenza di immaginare l’economia a servizio delle persone». 

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