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Morto Arnaldo Forlani: l’ex segretario Dc aveva 97 anni

ANSA (ansa)
Si è spento nella sua abitazione di Roma uno degli ultimi protagonisti della Prima Repubblica: restano nell’immaginario le scene del suo interrogatorio al processo Mani Pulite
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ROMA - Con Arnaldo Forlani muore oggi, a 97 anni, uno degli ultimi protagonisti della Democrazia cristiana e della Prima Repubblica. Se il suo volto, i capelli imbiancati, il viso lungo, l’eloquio pacato perfino dimesso è quello immortalato da decine di tribune elettorali sotto i riflettori Rai anni Ottanta, i fotogrammi che suo malgrado lo inchiodano a quel pezzo di storia italiana ci riportano all’interrogatorio del 17 dicembre 1993 al Tribunale di Milano. Pubblico ministero Antonio Di Pietro, processo è al finanziere Sergio Cusani. Capelli ancor più imbiancati, gli occhialoni larghi quadrati, la camicia azzurra sotto abito blu, il tono se possibile ancor più contrito. In quella difesa, in quella voce e nell’espressione del volto di Forlani – al di là delle responsabilità in quella vicenda – c’è la sintesi perfetta del tramonto di un’intera epoca.

«Non mi sono mai occupato dei finanziamenti al partito. Non ho mai saputo che alcuni contributi fossero stati ricevuti in violazione…

ROMA - Con Arnaldo Forlani muore oggi, a 97 anni, uno degli ultimi protagonisti della Democrazia cristiana e della Prima Repubblica. Se il suo volto, i capelli imbiancati, il viso lungo, l’eloquio pacato perfino dimesso è quello immortalato da decine di tribune elettorali sotto i riflettori Rai anni Ottanta, i fotogrammi che suo malgrado lo inchiodano a quel pezzo di storia italiana ci riportano all’interrogatorio del 17 dicembre 1993 al Tribunale di Milano. Pubblico ministero Antonio Di Pietro, processo è al finanziere Sergio Cusani. Capelli ancor più imbiancati, gli occhialoni larghi quadrati, la camicia azzurra sotto abito blu, il tono se possibile ancor più contrito. In quella difesa, in quella voce e nell’espressione del volto di Forlani – al di là delle responsabilità in quella vicenda – c’è la sintesi perfetta del tramonto di un’intera epoca.

«Non mi sono mai occupato dei finanziamenti al partito. Non ho mai saputo che alcuni contributi fossero stati ricevuti in violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti. L’ho appreso leggendo i giornali e quando lei mi ha inviato l'informazione di garanzia». Parlava lui ma parlava un’intera classe dirigente, così anche Bettino Craxi e tanti altri.

Forlani ha attraversato in prima fila tutti gli ultimi trent’anni della Prima Repubblica. Classe 1925, pesarese, coriaceo e ostinato nei suoi silenzi, come può esserlo una mezzala della Vis Pesaro, squadra della sua città nella quale militò in serie C. Sarà ricordato per essere stato presidente e vicepresidente del Consiglio, ministro degli Esteri, della Difesa, segretario Dc dall’89 al ’92. Si diceva Forlani e si pensava alle mitologiche e decisive correnti della Balena Bianca. Del resto Forlani nel partito mette piede quasi mezzo secolo prima. Nel 1954 entra già a far parte della direzione Dc, un anno dopo dirige la sezione Propaganda e Stampa. La sua scalata nazionale tuttavia comincia nel 1959 quando si schiera con Amintore Fanfani e la sua corrente diventandone uno degli esponenti di primo piano nel congresso nazionale di Firenze del 1959. Sarebbe stato il trampolino, tre anni dopo eletto vicesegretario nazionale, restandolo per tutti gli anni Sessanta al fianco di tre segretari che nel frattempo si succedono: Moro, Rumor, Piccoli. Poi una sequenza di incarichi ministeriali negli anni Settanta che lo consolidano come uomo di governo e di potere, oltre che di correnti e di partito.

Fino allo snodo del congresso del 1976, quando Forlani sfida nella corsa alla segreteria Benigno Zaccagnini, sostenuto dai dorotei di Piccoli e Bisaglia, dagli andreottiani e dai fanfaniani, con l’obiettivo di rappresentare quell’area che mai avrebbe stretto una intesa o un qualche rapporto di governo con il Partito Comunista. Forlani perde, per pochi voti. La storia del partito prende un’altra strada. L’aspirante segretario viene nominato ministro degli Esteri nel terzo governo Andreotti.

Tramontano dopo la tragedia Moro i governi e le formule di solidarietà nazionale, è il 1980 e lui è tra gli artefici del successo di Flaminio Piccoli, neo segretario. Segue una sfilza di incarichi di governo e di partito, fino alla vittoria del congresso del 1989 e la conquista della tolda di comando della Dc, che manterrà fino al game over del 1992, col tramonto del partito e della Prima Repubblica.

Tutto sta già terremotando, eppure la candidatura di Forlani alla presidenza della Repubblica, quell’anno, nei giorni che precedono la strage Falcone, balla per davvero: si spegne solo al quinto e al sesto scrutinio, mancando il bersaglio per 39 e 29 voti. Forlani si dimette da segretario, viene coinvolto nel processo per la maxi tangente Enimont, in cui viene condannato in via definitiva a due anni e quattro mesi per finanziamento illecito, evitando il carcere con l’affidamento ai servizi sociali alla Caritas di Roma.

A differenza di altri protagonisti di quegli anni Forlani da quel momento si eclissa, sporadiche interviste e uscite pubbliche. Fino alla notizia dell’uscita di scena definitiva di queste ore, quando Forlani si è spento nella sua casa di Roma.

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