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Santanchè show al Senato nel gelo della maggioranza. Mozione di sfiducia M5S

Daniela Santanchè in Senato

 (fotogramma)
La ministra non risponde sui punti oscuri, fa allusioni e attacca: “Io vittima di una campagna d’odio”. La Russa presiede, dagli alleati solo due flebili applausi. Schlein: “Voteremo per farla dimettere”
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ROMA - “Qui in ballo c’è il mio onoreee”, strascica la sua indignazione Daniela Santanchè. Quaranta minuti di smorfie, minacce, velate allusioni (“le critiche più feroci sono arrivate da chi prenota nei miei locali”). Continui consulti con la sua compagna di banco, Maria Elisabetta Casellati, che tiene in mano un foglio, forse una copia del discorso. Ogni tanto si sporge verso il ministro Piantedosi, che dice cose spiritose, infatti per un momento ridono, poi Santanchè sgrana gli occhi, alza il sopracciglio, si mette gli occhiali per vedere meglio chi sta parlando in aula, tutta la sua autodifesa è in tono rivendicatorio, un bagno di vittimismo, (“non mi sono mai appropriata di nulla che non mi appartiene!”), di vanterie (“ho scritto pagine di successo!”). Si capisce che lo scandalo più grande per lei è il processo a cui deve sottostare qui nell’aula del Senato, al punto che un senatore mite di sinistra, Tino Magni, le dice, “sono solo un operaio, ma certo lei mostra una certa arrogan…

ROMA - “Qui in ballo c’è il mio onoreee”, strascica la sua indignazione Daniela Santanchè. Quaranta minuti di smorfie, minacce, velate allusioni (“le critiche più feroci sono arrivate da chi prenota nei miei locali”). Continui consulti con la sua compagna di banco, Maria Elisabetta Casellati, che tiene in mano un foglio, forse una copia del discorso. Ogni tanto si sporge verso il ministro Piantedosi, che dice cose spiritose, infatti per un momento ridono, poi Santanchè sgrana gli occhi, alza il sopracciglio, si mette gli occhiali per vedere meglio chi sta parlando in aula, tutta la sua autodifesa è in tono rivendicatorio, un bagno di vittimismo, (“non mi sono mai appropriata di nulla che non mi appartiene!”), di vanterie (“ho scritto pagine di successo!”). Si capisce che lo scandalo più grande per lei è il processo a cui deve sottostare qui nell’aula del Senato, al punto che un senatore mite di sinistra, Tino Magni, le dice, “sono solo un operaio, ma certo lei mostra una certa arroganza”. E Santanchè a Casellati: "Ma hai sentito questo?”.

Il Daniela Santanché show, “vi parlo da imprenditrice”, l’informativa sul caso Visibilia sollevato da Report, va in scena nel gelo della sua stessa maggioranza che le tributa appena due applausi, pure tiepidi. Ed è questo il dato politico.

Ignazio La Russa presiede. Ha ammesso di avere firmato una diffida del suo studio legale per conto di una società di Santanchè, e quindi qualcuno pensava che si astenesse. Macché. La Russa troneggia sul punto più alto dell’aula, sotto lo striscione tricolore, messo lì per i 75 anni della Costituzione, e che fa tanto Italia mundial. I primi dieci minuti la ministra li trascorre per attaccare il Domani che ha scritto che è indagata. Mugugni a sinistra. Suona la fanfara sulla “campagna d’odio, oggi è toccato a me, domani potrebbe capitare a qualsiasi cittadino”, ottenendo il primo dei due battimani. Manda messaggi obliqui. “La persona che mi accusa non è un piccolo risparmiatore ma una sorta di finanziere che risiede alle Bahamas”.

Il governo è quasi al completo, Meloni è a Varsavia, irritata per la presunta fuga di notizie, ora pensa di accelerare la riforma della giustizia. Certo un avviso di garanzia cambierebbe tutto, aprirebbe una riflessione sulle dimissioni. Lollobrigida arriva in ritardo. Santanchè è accusata di non avere pagato il Tfr ai dipendenti, (in tribuna ci sono Monica Lasagna, ex Ki Group, che aspetta 44mila euro, Raffaella Caputo 38mila, Ennio Cecchinato, 64mila); e di avere intascato i contributi Covid. Ammette che ripianerà i debiti. “Ho fatto ricorso a strumenti messi a disposizione di tutte le imprese. Il mio progetto di ristrutturazione è molto più virtuoso di quello di altri nelle stesse condizioni. Essere un imprenditore e anche un politico non significa che gli sia proibito fare ricorso alle leggi vigenti, non ho avuto favoritismi, ma nemmeno ci deve essere un’indebita penalizzazione ad personam”. Ma vuole il ringraziamento. “Ho messo a disposizione il mio patrimomio: per tutto ciò mi sarei quasi aspettata un plauso”.

E a un certo punto sembra di tornare al 2013, perché dai banchi dei Cinquestelle iniziano a battere le mani sugli scranni al grido di “dimissioni!, dimissioni!”, dopo che Stefano Patuanelli ha annunciato la mozione di sfiducia. Elly Schlein, ore dopo, dirà che il Pd la voterà. Potrà resistere? Il vero cimento, dicevano in tanti alla buvette, è la richiesta di rinvio a giudizio, attesa entro l’autunno, lì Fratelli d’Italia non la difenderebbe più. Ma i grillini non sono più quelli di una volta, e battono sui banchi con scarsa indignazione. La scena ha un che di straniante.

Il renziano Borghi e Misiani del Pd le ricordano il caso Idem, le cose al vetriolo che disse all’epoca per l’Imu non pagata; Borghi le elenca tutte le bombe giustizialiste scagliate contro Guidi, Boschi, Lupi, Bibbiano, Catiuscia Marini. Santanché ora guarda il cellulare. Patuanelli cita i suoi attacchi velenosi in tv ai precettori del reddito di cittadinanza. Poi arriva Alberto Balboni di Fratelli d’Italia e fa un filippica contro “i sedicenti organi d’informazione” (sedicienti?), e contro ”i giornali scandalistici”, (scandalistici?), concetto che ripete almeno tre volte. Un minuto prima della fine arriva Matteo Renzi e si mette a chiacchierare con Licia Ronzulli.

“Voglio difendere l’onore mio e di mio figlio”, ha detto Santanché. Giuseppe Conte, da bravo avvocato, a fine seduta ha chiesto: “L’azienda era gestita dal figlio?”. E Caputo: “Sì, ma lui per ogni cosa chiamava la mamma”.

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