Meloni da Morawiecki. Lo schiaffo di Varsavia su migranti e alleanze
dal nostro inviato Tommaso CiriacoGiorgia Meloni e Mateusz Morawiecki
VARSAVIA - Cento bandiere ucraine si aggirano attorno al castello reale di Varsavia. Sono ovunque, una ogni venti metri. Avvolgono giovani polacchi dalla testa ai piedi. Ti fermano e chiedono: “Parli inglese?”. Spunta un salvadanaio: un obolo per Kiev. Centottanta chilometri più ad Est, Mosca si prepara a schierare le armi tattiche nucleari cedute in comodato d’uso al regime bielorusso. Sui muri, i manifesti di un dissidente cinese con Xi e Putin intenti a spolpare un braccio umano. In tv, conservatori e popolari si bastonano accusandosi di intelligenza con il nemico russo.
Ecco dove atterra al mattino Giorgia Meloni: di fronte alla saracinesca d’Europa, nel bel mezzo del duello finale tra i soci polacchi dei Conservatori e dei Popolari, che si scontreranno nelle politiche d’autunno. Lì dove il sogno politico della premier - unire il centrodestra a Bruxelles - si brucia in nome di vecchi e nuovi rancori.
È il suo progetto per il 2024, in modo da influenzare la prossima Commi…
VARSAVIA - Cento bandiere ucraine si aggirano attorno al castello reale di Varsavia. Sono ovunque, una ogni venti metri. Avvolgono giovani polacchi dalla testa ai piedi. Ti fermano e chiedono: “Parli inglese?”. Spunta un salvadanaio: un obolo per Kiev. Centottanta chilometri più ad Est, Mosca si prepara a schierare le armi tattiche nucleari cedute in comodato d’uso al regime bielorusso. Sui muri, i manifesti di un dissidente cinese con Xi e Putin intenti a spolpare un braccio umano. In tv, conservatori e popolari si bastonano accusandosi di intelligenza con il nemico russo.
Ecco dove atterra al mattino Giorgia Meloni: di fronte alla saracinesca d’Europa, nel bel mezzo del duello finale tra i soci polacchi dei Conservatori e dei Popolari, che si scontreranno nelle politiche d’autunno. Lì dove il sogno politico della premier - unire il centrodestra a Bruxelles - si brucia in nome di vecchi e nuovi rancori.
È il suo progetto per il 2024, in modo da influenzare la prossima Commissione. La “rivoluzione conservatrice”, la chiama il co-presidente dell’Ecr Nicola Procaccini. Ma è anche il “problema polacco”. Il popolare Donald Tusk spera infatti di ribaltare alle elezioni il vantaggio del premier conservatore Mateusz Morawiecki, che guida il Pis e prova intanto a eliminarlo con una commissione d’inchiesta che certifichi legami russi nel suo passato.
Buche lungo il cammino, che Meloni prova a schivare. La prima tappa è nella cornice neoclassica del Palazzo dei Bagni di Varsavia, giardino all’inglese e vista su un laghetto artificiale. La riceve Morawiecki, l’alleato che pochi giorni fa ha bruciato le conclusioni del Consiglio europeo sul patto d’asilo, nonostante la mediazione della leader. Oggi però c’è da mostrare sintonia. “Non ci dividerete”, promette in una dichiarazione ai cronisti (di conferenze stampa, ovviamente, non se ne parla). Il polacco ricambia - “con Giorgia basta un’occhiata, c’è una visione comune” - lei rilancia ancora: “Basta guardarci negli occhi”. E però, non basta dirsi d’accordo sul concetto di sigillare i confini esterni, perché gli irregolari vanno gestititi anche quando entrano in Europa. E sul punto Morawiecki non cede. “Vogliamo essere padroni nel nostro Stato, la sovranità polacca non può essere intaccata da istituzioni sovranazionali come la Commissione. Organizzeremo un referendum”.
Vuole tenere la conta nel giorno delle politiche. Meloni non può sconfessarlo. “Sono ammirata da come dimostri forza nel difendere l’interesse nazionale della Polonia. E comunque non c’è divisione”. Eppure, il polacco non si placa. E nella sala interdetta alla stampa dell’hotel Sofitel, che ospita il convegno Ecr, respinge la mano tesa della premier: "Il patto sull’asilo non è né al servizio della Polonia, né dell’Italia”. Come a dire: ti sei battuta per qualcosa che ti danneggia (glielo dice anche il dem Peppe Provenzano, “ma i patrioti non volevano difendere l’interesse nazionale?”).
E insomma, l’equilibrismo è faticoso. Anche perché quando si parla di politica va pure peggio. Il piano della presidente del Consiglio è sancire un’alleanza tra Ppe e Conservatori, con tanto di programma comune. A Varsavia non ci pensano neanche: un bel problema, per FdI. Finora, infatti, il Pis è stato il partner di maggioranza dell’Ecr. Adesso i sondaggi promettono un sorpasso meloniano per il 2024 (28 seggi contro 22). Resta il fatto che insieme rappresenteranno il 60% di tutti i seggi del gruppo. Senza polacchi, crolla l’impalcatura dell’alleanza col Ppe. E d’altra parte, qui combatte anche il popolare Tusk: amico di Manfred Weber, a sua volta amico di Meloni, con cui progetta l’intesa tra conservatori e popolari. Peccato che Morawiecki non sia esattamente un estimatore del popolare tedesco. “La Polonia ha due problemi - ha detto di recente - A Est: il gruppo Wagner. A Ovest: il gruppo Weber”.
È questa la brezzolina frizzante che spira in Polonia e spinge Morawiecki ad attaccare Tusk pure davanti a Meloni: che “vergogna”, dice, aver accettato “paghe da un euro l’ora per i lavoratori” e aver ridotto le garanzie sanitarie per gli anziani. La premier non può far altro che evitare di citare il Ppe, limitandosi a tratteggiare un’intesa impronunciabile: “Dobbiamo essere aperti, collaborare e avvicinare tutti i partiti simili ai nostri”. È la linea anticipata da Guido Crosetto su Repubblica.
La tratta Roma-Varsavia è l’unica che Meloni ha già percorso due volte, da quanto governa. Miracoli dell’atlantismo. Ma no, a volte non basta uno sguardo per capirsi.