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Hanno tutti ragione | Lettera a un partito mai nato, l'ultima chance del Pd

Elly Schlein

 
In un libro di Carmine Fotia la crisi e le possibilità di resurrezione dei dem, ormai assediati da ambigui neocentristi e canaglie rossobrune Questo è il numero di venerdì 7 luglio 2023 della newsletter 'Hanno tutti ragione', firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui
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Il Partito democratico è forse l'unico al mondo che può vantare una fiorente pubblicistica funeraria già dal suo esordio. Fondato nel 2007, appena un paio d'anni dopo il Pd poteva vantare una dozzina di libri che ne raccontavano o auspicavano, spesso entrambe le cose, la morte in culla. Figurarsi quanto la bibliografia si sia arricchita negli anni successivi, quando a pochi e marginali successi si sono aggiunte sconfitte epocali come quelle alle elezioni politiche del 2018 e del 2022. Per questo si segnala come una eccezione quasi assoluta il libro di Carmine Fotia, “Lettera a un partito mai nato. Il Pd e i rischi per la democrazia italiana”.

Intendiamoci: il saggio molto personale di Fotia - ex giornalista del Manifesto, già direttore di Italia Radio, vicina all’allora Partito democratico della sinistra, e quindi vicedirettore del Tg di La7 – non tace nulla dei disastri e dei colpevoli inciampi del Pd. Mancano però del tutto l’accanimento e il compiaciuto dileggio che spesso sono gli…

Il Partito democratico è forse l'unico al mondo che può vantare una fiorente pubblicistica funeraria già dal suo esordio. Fondato nel 2007, appena un paio d'anni dopo il Pd poteva vantare una dozzina di libri che ne raccontavano o auspicavano, spesso entrambe le cose, la morte in culla. Figurarsi quanto la bibliografia si sia arricchita negli anni successivi, quando a pochi e marginali successi si sono aggiunte sconfitte epocali come quelle alle elezioni politiche del 2018 e del 2022. Per questo si segnala come una eccezione quasi assoluta il libro di Carmine Fotia, “Lettera a un partito mai nato. Il Pd e i rischi per la democrazia italiana”.

Intendiamoci: il saggio molto personale di Fotia - ex giornalista del Manifesto, già direttore di Italia Radio, vicina all’allora Partito democratico della sinistra, e quindi vicedirettore del Tg di La7 – non tace nulla dei disastri e dei colpevoli inciampi del Pd. Mancano però del tutto l’accanimento e il compiaciuto dileggio che spesso sono gli ingredienti più comuni nei libri sui dem, specie quando a firmarli sono studiosi o giornalisti di area. Al contrario, il lavoro di Fotia è un piccolo atto d’amore, costruito sulla sincera convinzione che un partito plurale e forte della sinistra di governo sia un pilastro della democrazia italiana e che la sua implosione, auspicata in pari misura da un neocentrismo ambiguo e da una canagliesca e truce compagnia di rossobruni assortiti, non porterebbe alla nascita di una sinistra pura e senza compromessi, bensì al dilagare della destra sovranista e a una ancora più comoda orbanizzazione del sistema politico italiano.

Senza inutili dissertazioni accademiche, Fotia preferisce raccontare, per argomentare, e per questo alcune tra le pagine meglio riuscite sono quelle dove il senso politico esce dalla testimonianza di cronaca, come quando l’autore racconta la sua deprimente esperienza del 17 dicembre scorso, il giorno in cui involontariamente si confrontano due manifestazioni di piazza, quella per il decennale di Fratelli d’Italia a piazza del Popolo e quella contro la legge finanziaria organizzata dal Pd a piazza Santi Apostoli. La piazza dei vincitori e quella dei vinti, insomma, dove si può toccare con mano l’ascesa di “Giorgia” e la fatica dei dem di mettere insieme un’adunata di popolo che non sia solo un ritrovo di quadri, dirigenti locali, professionisti delle burocrazie pubbliche e poche decine di militanti solitamente over 60. Un partito non proprio senza popolo, ma con un popolo disperso, deluso e chissà se recuperabile, una formazione “la cui discussione interna ricorda quelle risse da osteria che si risolvevano con la lama della santa smacola, come nei film di Luigi Magni e Sergio Corbucci”.

Come rimuovere i boss delle tessere al Sud? Come il potere delle cordate e delle correnti? L’elezione di Elly Schlein è la svolta o l’ultimo disperato tentativo di rigenerazione? Può dirsi esaurita una funzione, un partito per la sinistra di governo, che forse non è nemmeno mai stata svolta? A queste domande non c’è risposta certa, porgerle con onestà è l’unico modo di provare a immaginare una uscita.

Su due questioni Fotia ha, a mio giudizio, assoluta ragione: quando descrive il rischio altissimo di costruire un’alternativa alla destra fondata sul rapporto con il M5S guidato dal “Conte-Fregoli”, come lo chiama l’autore, e quando fotografa le incrostazioni di becero e pregiudiziale antiamericanismo, tra le cause principali che hanno spinto una parte dell’opinione pubblica di sinistra a ripudiare non la guerra, quanto la sacrosanta resistenza dell'Ucraina, che il Pd ha invece fin qui appoggiato senza remore con una delle poche decisioni di cui certo non avrà da pentirsi davanti alla storia.

Su questo aspetto vale la pena leggere le pagine in cui Fotia racconta il suo incontro-intervista con un vecchio Bettino Craxi a Hammamet, pochi mesi prima della morte del leader socialista. Tra i temi toccati c’è anche l’installazione degli euromissili a Comiso nel 1983, che provocò grandi manifestazioni di piazza nel Paese. Craxi fa notare a Fotia che molti dei manifestanti non erano per la pace, erano cioè contro i missili della Nato ma non contro quelli sovietici puntati sull’Europa. Craxi ricorda anche quanto Mosca si spese dagli anni Settanta in poi per finanziare un movimento “per la pace a senso unico” che poco aveva a che fare, aggiunge il leader del Psi, "con chi non voleva i missili né da una parte né dall’altra, tra i quali c’ero anche io”. Di quel “pacifismo a senso unico” è rimasta ampia traccia nella sinistra italiana e la soddisfazione di Mosca è che spesso non è nemmeno più necessario foraggiarlo.

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