ROMA — Non si contano gli interventi di Giorgia Meloni, dai banchi dell’opposizione, in difesa delle toghe. Erano il suo idolo. E non si contano le sue richieste di dimissioni di altrettanti esponenti delle vecchie maggioranze finiti nelle inchieste. Ma ora la musica è cambiata. A 180 gradi è mutata la reazione. E lei ha detto ai suoi più stretti collaboratori: «Non pensino di farmi fare la fine di Silvio Berlusconi».
Proprio così. Nella giornata in cui il laccio del caso Santanchè si stringe con quello del caso Delmastro, che a sua volta trascina con sé un caso Nordio. Il Guardasigilli in Parlamento ha difeso il suo sottosegretario, arrivando a dire – lui, un ex pm – che le carte che maneggiava non erano segrete. Sulla segretezza, invece, non ha mai avuto dubbi, pur chiedendo l’archiviazione, il vertice della procura di Roma, che si è occupata del caso: il capo Franco Lo Voi e l’aggiunto Paolo Ielo.
Meloni alza lo scudo contro la magistratura, “colpevole“ di indagare i suoi minist…
ROMA — Non si contano gli interventi di Giorgia Meloni, dai banchi dell’opposizione, in difesa delle toghe. Erano il suo idolo. E non si contano le sue richieste di dimissioni di altrettanti esponenti delle vecchie maggioranze finiti nelle inchieste. Ma ora la musica è cambiata. A 180 gradi è mutata la reazione. E lei ha detto ai suoi più stretti collaboratori: «Non pensino di farmi fare la fine di Silvio Berlusconi».
Proprio così. Nella giornata in cui il laccio del caso Santanchè si stringe con quello del caso Delmastro, che a sua volta trascina con sé un caso Nordio. Il Guardasigilli in Parlamento ha difeso il suo sottosegretario, arrivando a dire – lui, un ex pm – che le carte che maneggiava non erano segrete. Sulla segretezza, invece, non ha mai avuto dubbi, pur chiedendo l’archiviazione, il vertice della procura di Roma, che si è occupata del caso: il capo Franco Lo Voi e l’aggiunto Paolo Ielo.
Meloni alza lo scudo contro la magistratura, “colpevole“ di indagare i suoi ministri. E certo non è una coincidenza se, nelle stesse ore, il vice presidente leghista del Csm, Fabio Pinelli, voti per la prima volta per eleggere un procuratore, quello di Firenze. Lui, avvocato di una parte coinvolta nel processo Open, non solo non si astiene, ma vota sapendo che il suo voto vale doppio. Non era mai accaduto. E questo capita mentre il fortino di Palazzo Chigi dice di sentirsi assediato dalle indagini.
Tant’è che Nordio e i suoi vogliono stringere il bavaglio sulle intercettazioni, come faceva Berlusconi, in modo che non escano mai più sui giornali, relegando nel segreto l’arrivo di un avviso di garanzia. Nordio stende una coltre di silenzio sulle indagini preliminari, mentre in Senato la maggioranza si appresta a colpire i giornalisti attraverso pene più severe sulla diffamazione. Per salvare il governo Meloni non esisterà più il diritto di cronaca.
Certo è che la premier, quando dice «non farò la fine di Berlusconi», s’avvia su una strada senza ritorno. Difendere a spada tratta i colleghi finiti nelle maglie della giustizia cambiando le regole dell’azione penale. A cominciare dalle intercettazioni, “fondamentali” sì, come dice Meloni, ma solo per i reati “gravissimi”, mafia e terrorismo, come teorizza Nordio. Via il parterre dei reati di corruzione, i più pericolosi per la politica, in cui è incappato il Cavaliere. E qui il cerchio si chiude e Meloni può dire che «non farà la sua fine». Se il Cavaliere, frenato da Giulia Bongiorno, non ha bloccato gli ascolti, Meloni, attraverso Nordio, non farà lo stesso errore. Su questo Palazzo Chigi non ha dubbi.
Ma tra Delmastro e Santanchè la partita messa peggio è quella della ministra del Turismo. E allora eccoci al piano B, già approntato. Intanto la premier non ha per nulla gradito la sua arringa in Senato. Una ministra che «giura sul suo onore di non sapere di essere indagata» e che invece lo era già da novembre, come scritto da Repubblica. Ma Meloni non ha gradito soprattutto la difesa nel merito della ministra: dalla sua dichiarazione di “estraneità” alla gestione della Ki Group, salvo poi la smentita arrivata dagli ex dipendenti, alla difesa del suo lavoro in Visibilia dove ha messo a garanzia dei creditori anche gli incassi del Twiga, lo stabilimento balneare del quale ha ceduto le quote a marito e amico, con lei che da ministra si sta occupando però del rinnovo delle concessioni.
La linea Meloni detta ai fedelissimi è chiara: FdI non ha intenzione di cedere la delega e se le cose dovessero precipitare, con una chiusura indagini e rinvio a giudizio di Santanchè o se dovessero emergere altre notizie, la delega la prenderebbe lei stessa. E poi potrebbe cederla, ma a un volto del suo partito o a un esponente di Forza Italia, «commissariato» dai meloniani (un leghista, come invece vorrebbe Matteo Salvini, non è nei radar). D’altronde FdI da anni investe sul turismo e ha costruito una rete di rapporti che non vuole disperdere e che fa perno su Gianluca Caramanna, deputato e consulente sia di Santanchè sia di tutti gli assessori regionali al Turismo di FdI. È l’uomo chiave per il partito e per il dopo Santanchè avrà un ruolo, se non da ministro da superconsulente. Una cosa è certa: che già si parli così in concreto di tali ipotesi fa capire che Meloni si prepara ad affrontare un “dopo”. Insomma, al di là degli slogan sulla «magistratura politicizzata», sulla ministra del Turismo anche lei inizia a nutrire più di un dubbio.