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L’affondo di Schlein: “Destra patriarcale, così La Russa mina la credibilità di tutte le donne”

Elly Schlein

 (fotogramma)
La segretaria del Pd contro le parole usate dal numero uno di Palazzo Madama per difendere il figlio Leonardo Apache accusato di violenza sessuale: “Il presidente del Senato opera una inversione di ruoli: la presunta vittima diventa colpevole”
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ROMA – Qui in ballo non c’è la difesa di un padre che prova a scagionare il figlio da un’accusa infamante: violenza sessuale. No. La questione è un’altra, per Elly Schlein. Ben più grave e inquietante. È il tentativo di intimidazione ai danni di una giovane donna che — con “un’inversione dei ruoli tipici di una certa cultura patriarcale”, — da presunta vittima diventa colpevole, inattendibile in quanto “drogata”, poco credibile perché ha tardato a denunciare.

Sentenza inappellabile emessa dalla seconda carica dello Stato, abusando della sua funzione, alla fine di un processo sommario celebrato fra le pareti domestiche dopo aver “interrogato” il figlio, e soltanto lui, senza “mai avanzare un dubbio” e men che meno accennare all’enormità del fatto contestato. Per di più “nel silenzio assoluto” della presidente del Consiglio — “proprio lei, una donna” — che non ha sentito l’urgenza né di sconfessare il suo colonnello, né di mostrare un segno di solidarietà nei confronti della ragazz…

ROMA – Qui in ballo non c’è la difesa di un padre che prova a scagionare il figlio da un’accusa infamante: violenza sessuale. No. La questione è un’altra, per Elly Schlein. Ben più grave e inquietante. È il tentativo di intimidazione ai danni di una giovane donna che — con “un’inversione dei ruoli tipici di una certa cultura patriarcale”, — da presunta vittima diventa colpevole, inattendibile in quanto “drogata”, poco credibile perché ha tardato a denunciare.

Sentenza inappellabile emessa dalla seconda carica dello Stato, abusando della sua funzione, alla fine di un processo sommario celebrato fra le pareti domestiche dopo aver “interrogato” il figlio, e soltanto lui, senza “mai avanzare un dubbio” e men che meno accennare all’enormità del fatto contestato. Per di più “nel silenzio assoluto” della presidente del Consiglio — “proprio lei, una donna” — che non ha sentito l’urgenza né di sconfessare il suo colonnello, né di mostrare un segno di solidarietà nei confronti della ragazza. “D’altra parte”, ragiona sconsolata la segretaria del Pd, “nulla di diverso possiamo aspettarci quando hai una premier che attacca a testa bassa la magistratura e definisce le tasse ‘pizzo di Stato”’, quando hai un presidente del Senato per il quale i nazisti di via Rasella erano una banda di musicanti, quando hai un ministro che che parla di sostituzione etnica. Questi non si rendono conto di che cosa significhi rappresentare le istituzioni”.

Riflessioni sparse che frullano in testa alla leader dem allorché, alle nove della sera, arriva trafelata alla Città dell’altra Economia dopo un’intera giornata trascorsa in Sicilia. Sul palco di Testaccio Estate la aspetta Chiara Valerio. Devono discutere di cultura e democrazia, ma è la cronaca — il caso di Leonardo Apache La Russa, rampollo di Ignazio — a deviare la scaletta. Prima, però, Schlein si concede una pausa sigaretta (elettronica) e si abbandona a qualche considerazione, poi ripresa nella conversazione con la scrittrice. “Vorrei sapere dov’è Giorgia Meloni e perché non esce dal silenzio assumendosi le sue responsabilità”, attacca. “Vorrei sapere cosa ne pensa di un presidente del Senato che avalla l’idea che le donne che denunciano più tardi non meritino di essere credute”.

Quando, in giro per Enna, le fanno leggere la nota con cui l’inquilino di Palazzo Madama assolve il terzogenito, gettando ombre pesanti sulla 22enne che si dice abusata, la segretaria del Pd resta di sasso. A sorprendere è la protervia di chi, in virtù del potere esercitato, pretende di ergersi a giudice, distribuire colpe, affibbiare patenti di vizi o di virtù. Dinnanzi alla quale è necessario reagire. “Al di là delle responsabilità del figlio, che sta alla magistratura chiarire”, insiste Schlein, “è disgustoso sentire dalla seconda carica dello Stato parole che ancora una volta vogliono minare la credibilità delle donne che denunciano una violenza sessuale a seconda di quanto tempo ci mettono, o sull’eventuale assunzione di alcol o droghe, come se ciò facesse presumere automaticamente il loro consenso»”.

È questo il punto, per l’inquilina del Nazareno. L’affaire La Russa svela una cultura maschilista per cui l’uomo, predatore per definizione, ha sempre ragione: se c’è stato sesso, è sempre consenziente, o comunque è lei ad aver provocato. “È la consueta idea del ‘se la sono cercata’. Un processo che ha un nome preciso: vittimizzazione secondaria”, prosegue.”Ma se è grave quando viene dai media, da esponenti politici o persino da alcune sentenze, lo è ancora di più se a farla è il presidente del Senato, l’istituzione più alta dopo il presidente della Repubblica. Un’inaccettabile legittimazione del pregiudizio sessista”. È difatti “per parole come queste” se tante donne scelgono di tacere, anziché rivolgersi alle forze dell’ordine: “Per paura di non essere credute”, prosegue Schlein. Un problema, fra l’altro, sul quale “anche il Parlamento europeo ha deciso di intervenire: la prossima settimana andrà al voto una direttiva sulla lotta alla violenza contro le donne che alza fino a 20 anni il tempo entro il quale si può denunciare”.

Tutti comportamenti rivelatori di “una profonda inadeguatezza”, che la presidente del Consiglio continua a coprire anziché combattere. E che la segretaria dem è determinata a stanare. Così, dopo aver chiesto conto di La Russa, “vorrei sapere cosa ne pensa Giorgia Meloni della ministra Santanchè che ha affermato pubblicamente in aula di non essere indagata quando invece lo era”, allarga il tiro. “Cosa pensa del ministro Nordio che ha detto che le informazioni rivelate dal sottosegretario Delmastro non erano riservate quando si scopre che erano riservate. Stanno passando il segno”, conclude. E prima o poi il Paese se ne accorgerà. 

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