Facci verso lo stop, ma i meloniani frenano. E RaiNews è un caso: “Censura su La Russa jr”. Il direttore: “Polemiche da pennivendoli”
di Giovanna VitaleIl direttore di Rainews, Paolo Petrecca
ROMA – Giornalisti costretti a farsi megafono del governo, a nascondere gli scandali della maggioranza, a silenziare le opposizioni. Nuovi volti arruolati per rappresentare il sovranismo catodico a dispetto (o forse in ragione) di esternazioni sessiste e razziste. Non finisce di stupire TeleMeloni, l’emittente di Stato occupata dalla destra che, per cambiare la narrazione del Paese, ha deciso di piegare l’informazione ai propri interessi di parte.
L’esempio più lampante è il caso Facci, l’editorialista di Libero cui non è stata (ancora) disdetta la striscia quotidiana prima del Tg2, nonostante il suo commento volgare e misogino sulla vittima del presunto stupro consumato da La Russa jr. Ebbene, nel Cda in programma ieri l’ad Roberto Sergio ha preso tempo. «Non è mia abitudine decidere sulla base di campagne politiche strumentali e emozionali», ha attaccato il capo-azienda, utilizzando guarda caso le stesse parole — «Racconto strumentale inventato per fare polemica» — twittate poco pri…
ROMA – Giornalisti costretti a farsi megafono del governo, a nascondere gli scandali della maggioranza, a silenziare le opposizioni. Nuovi volti arruolati per rappresentare il sovranismo catodico a dispetto (o forse in ragione) di esternazioni sessiste e razziste. Non finisce di stupire TeleMeloni, l’emittente di Stato occupata dalla destra che, per cambiare la narrazione del Paese, ha deciso di piegare l’informazione ai propri interessi di parte.
L’esempio più lampante è il caso Facci, l’editorialista di Libero cui non è stata (ancora) disdetta la striscia quotidiana prima del Tg2, nonostante il suo commento volgare e misogino sulla vittima del presunto stupro consumato da La Russa jr. Ebbene, nel Cda in programma ieri l’ad Roberto Sergio ha preso tempo. «Non è mia abitudine decidere sulla base di campagne politiche strumentali e emozionali», ha attaccato il capo-azienda, utilizzando guarda caso le stesse parole — «Racconto strumentale inventato per fare polemica» — twittate poco prima dal ministro Crosetto. «Non mi faccio trascinare da nessuno, motivo per il quale comunicherò la decisione presa assumendone la piena responsabilità, e comunque in tempi brevi», ha aggiunto stizzito l’ad. Per poi zittire in malo modo i consiglieri Francesca Bria e Riccardo Laganà che avevano provato a chiedere se gli scritti sessisti del giornalista — in passato sospeso dall’Ordine per le sue tesi contro l’Islam e di recente colpito da un ammonimento per stalking — fossero in linea con il contratto di servizio. Richiamato pure dalla presidente Marinella Soldi. Che, da paladina delle donne, ha tenuto a marcare le distanze: «Facci è un giornalista di fama, che della provocazione intellettuale ha fatto una cifra stilistica. Ma la provocazione intellettuale nell’ambito del servizio pubblico deve sposarsi ad una trattazione della notizia rispettosa di tutti i soggetti coinvolti, nei contenuti e nel linguaggio». Tanto più «di fronte a vicende delicate, in mano alla magistratura, con il coinvolgimento di soggetti giovani e addirittura istituzionali, un giornalista che vuole operare nel servizio pubblico (e non solo) dovrebbe astenersi da commenti ed espressioni che si prestano a strumentalizzazioni e polemiche». La prova del braccio di ferro in corso fra chi, dentro la Rai, vorrebbe stopparne il reclutamento (come Sergio, che potrebbe comunicarlo entro 48 ore) e chi invece, il dg Giampaolo Rossi, è determinato a procedere.
Alla fine, però, solo Bria (in quota Pd) e il rappresentante dei dipendenti Laganà votano contro i piani di produzione. Tutti gli altri, incluso il grillino Alessandro Di Majo — a conferma della trattativa intavolata da Conte per strappare poltrone di pregio — si esprimono a favore. «La decisione era da prendere oggi», protesta Bria: «Non capisco su cosa debba ancora riflettere l’ad, visto che è stato chiaramente un errore pensare di contrattualizzare una persona non nuova a irrispettose provocazioni». Duro anche Laganà: «Non si può pensare di ridurre a questioni di contrasto o di strumentalizzazione politica tematiche di indubbia gravità».
Una bufera appesantita dal comunicato di fuoco contro Paolo Petrecca, meloniano di ferro, accusato dal Cdr di RaiNews di censurare i redattori. Nel mirino, l’amputazione di un articolo di cronaca su La Russa jr, al punto che l’autrice «ha deciso di ritirare la firma», rivela il sindacato interno, perché «il testo è stato stravolto rispetto alla versione da lei scritta (sono stati eliminati ampi stralci)». Secondo il Cdr «le modifiche, che consistevano nel togliere i riferimenti alle polemiche, sarebbero state richieste dal direttore con la motivazione che non si trattava “di una notizia”. Posizione inaccettabile». Non solo: quando sono stati chiesti lumi, «il direttore ha preferito scrivere alla collega e non rispondere al Cdr». Come se si trattasse di una questione personale e non della violazione del diritto-dovere a offrire «una informazione libera e completa». Ma non finisce qui. Il Cdr ha anche segnalato «l’assoluto sbilanciamento degli ospiti in diverse trasmissioni» e un caso «clamoroso: la rassegna stampa di sabato sera nel corso della quale il conduttore ha espressamente preso posizione sullo scontro governo-magistratura». Naturalmente a favore del primo, evocando una sorta di complotto dei giudici. «Attacchi per motivi ideologici» li ha però definiti Petrecca in Vigilanza: «Speculazioni strumentali riportate da qualche giornale composto spesso da pennivendoli». Peccato che a denunciarlo siano stati i suoi cronisti.