Il segnale di Mattarella che fa scudo ai magistrati e oggi vedrà Meloni
dal nostro inviato Tommaso CiriacoSi parleranno oggi alle 17, poche ore dopo il rientro di Giorgia Meloni da Vilnius. L’occasione è il Consiglio supremo di difesa, che servirà ad aggiornare Sergio Mattarella sull’esito del vertice della Nato. Ma è evidente che l’appuntamento permetterà al capo dello Stato e alla premier di trattare a margine della riunione anche il dossier più caldo, quello della giustizia. Capace da giorni di far scontrare i poteri dello Stato. È un passaggio cruciale, anche per scongiurare il rischio che il Colle non firmi la legge sull’abuso d’ufficio, una volta approvata dalle Camere. Scenario possibile, se la maggioranza non valuterà le criticità sollevate da giuristi e esperti di diritto europeo.
Nel frattempo, una circostanza sembra dire più di mille moniti: proprio ieri il presidente della Repubblica ha incontrato al Quirinale la prima presidente e il procuratore generale della Corte di Cassazione, Margherita Cassano e Luigi Salvato. Ha comunicato ufficialmente la riunione. E ha lanciato un se…
Si parleranno oggi alle 17, poche ore dopo il rientro di Giorgia Meloni da Vilnius. L’occasione è il Consiglio supremo di difesa, che servirà ad aggiornare Sergio Mattarella sull’esito del vertice della Nato. Ma è evidente che l’appuntamento permetterà al capo dello Stato e alla premier di trattare a margine della riunione anche il dossier più caldo, quello della giustizia. Capace da giorni di far scontrare i poteri dello Stato. È un passaggio cruciale, anche per scongiurare il rischio che il Colle non firmi la legge sull’abuso d’ufficio, una volta approvata dalle Camere. Scenario possibile, se la maggioranza non valuterà le criticità sollevate da giuristi e esperti di diritto europeo.
Nel frattempo, una circostanza sembra dire più di mille moniti: proprio ieri il presidente della Repubblica ha incontrato al Quirinale la prima presidente e il procuratore generale della Corte di Cassazione, Margherita Cassano e Luigi Salvato. Ha comunicato ufficialmente la riunione. E ha lanciato un segnale che non è sfuggito a Palazzo Chigi.
È stato il capo dello Stato a convocare i due alti magistrati. A sorpresa, perché nessuno era a conoscenza della mossa del presidente. Resa pubblica tra l’altro dopo l’intervento di Meloni da Vilnius, come a chiudere anche dal punto di vista mediatico una giornata in cui l’esecutivo ha di nuovo scelto un approccio conflittuale con la magistratura. Nulla di ufficiale trapela, se non la significativa durata della riunione: quaranta minuti. Ma è evidente che il colloquio può essere facilmente interpretato come un segnale di attenzione e, soprattutto, di legittimazione della magistratura in un momento in cui il governo mostra un atteggiamento ostile verso i giudici.
Ecco, in questo clima si muove Meloni tentando da Vilnius un’operazione che non sembra sortire gli effetti sperati. Alla vigilia, la presidente del Consiglio accetta di parlare in conferenza stampa anche per lanciare segnali distensivi che possano essere apprezzati dal capo dello Stato: nessun conflitto con le toghe, solo la volontà di realizzare il programma elettorale senza intenti punitivi verso la magistratura. E però, l’unico paletto che la leader fissa con i suoi prima di salire sul podio anticipa quello che succederà: chi pensa di costringermi a mollare i miei dirigenti, indebolendo così me e il mio governo - è il senso delle sue riflessioni - commette un errore di valutazione.
Ecco, la necessità di difendere alcuni dei suoi big prevale su ogni altra motivazione. È la necessità politica di non mostrarsi debole, la volontà di reagire con una strategia che risponde a una sola categoria: il contrattacco. Si spiega così il nuovo, clamoroso affondo contro il gip di Roma, colpevole di aver scelto la strada dell’imputazione coatta per il sottosegretario Andrea Delmastro. E lo stesso vale per la rivendicazione della nota attribuita a “fonti” di Palazzo Chigi con cui l’esecutivo ha messo le toghe nel mirino. Due passaggi delicati. Che rischiano di provocare un ulteriore irrigidimento del Colle.
E d’altra parte, prima ancora di ragionare di riforme future, Meloni deve fare i conti con le criticità del disegno di legge appena approvato dall’esecutivo sull’abuso d’ufficio e sulle intercettazioni. Mattarella ha atteso di tornare in Italia dalla missione in Sudamerica per valutare il testo e per garantire la firma necessaria per trasmetterlo alle Camere. A differenza dei decreti legge – che sono immediatamente in vigore – è raro che un ddl riceva la bocciatura del Colle in questa fase dell’iter legislativo. E infatti il capo dello Stato firmerà.
È altrettanto vero, però, che i dubbi del Quirinale – in particolare quelli che riguardano l’abolizione dell’abuso d’ufficio, potenzialmente in contraddizione con le indicazioni europee che spingono a rafforzare questa norma – dovranno essere sanati in Parlamento. Anche perché proprio in queste ore la Camera deve dare il parere sulla direttiva continentale che contiene appunto l’abuso d’ufficio. L’alternativa sembra essere quella di esporre il testo al giudizio negativo del presidente prima della promulgazione.
Scenari che allarmano Meloni, ma che non la frenano. E che non scoraggiano il Guardasigilli Carlo Nordio. Il ministro, a sera, riserva al capo dello Stato un passaggio controverso: “Mi inchino agli orientamenti del Quirinale. Trattandosi di un ddl, il transito al Colle è atto dovuto: non è un decreto legge che debba avere il placet”. E, a rafforzare la sfida: “Abolire l’abuso d’ufficio era l’unica soluzione possibile”. Una linea che annuncia burrasca.