FdI processa Nordio. E sull'abuso d’ufficio Meloni promette modifiche a Mattarella
di Tommaso CiriacoÈ il giorno della ritirata di Giorgia Meloni. Quanto tattica e utile soltanto a uscire dall’angolo, lo si capirà nei prossimi giorni. Un giovedì intenso iniziato con un contatto tra il Colle e Carlo Nordio, in cui il ministro offre al Quirinale una cauta disponibilità a ragionare di modifiche in Parlamento al disegno di legge sull’abuso d’ufficio. Proseguito con la sconfessione pubblica del Guardasigilli da parte di Palazzo Chigi. E terminato con il colloquio tra Sergio Mattarella e la Presidente del Consiglio. Di fronte al Capo dello Stato, Meloni deve prendere atto della richiesta di evitare guerre con i giudici e di attestarsi su toni compatibili con una fisiologia sana tra poteri dello Stato. E però, la leader consegna in qualche modo anche lo «stupore» per la gestione della Procura di Roma dell’inchiesta sul sottosegretario Andrea Delmastro. Con una partecipazione assai più “calda” alla vicenda di quella riservata invece al caso Santanché.
Si ritrovano per cinquanta minuti nello …
È il giorno della ritirata di Giorgia Meloni. Quanto tattica e utile soltanto a uscire dall’angolo, lo si capirà nei prossimi giorni. Un giovedì intenso iniziato con un contatto tra il Colle e Carlo Nordio, in cui il ministro offre al Quirinale una cauta disponibilità a ragionare di modifiche in Parlamento al disegno di legge sull’abuso d’ufficio. Proseguito con la sconfessione pubblica del Guardasigilli da parte di Palazzo Chigi. E terminato con il colloquio tra Sergio Mattarella e la Presidente del Consiglio. Di fronte al Capo dello Stato, Meloni deve prendere atto della richiesta di evitare guerre con i giudici e di attestarsi su toni compatibili con una fisiologia sana tra poteri dello Stato. E però, la leader consegna in qualche modo anche lo «stupore» per la gestione della Procura di Roma dell’inchiesta sul sottosegretario Andrea Delmastro. Con una partecipazione assai più “calda” alla vicenda di quella riservata invece al caso Santanché.
Si ritrovano per cinquanta minuti nello Studio della Vetrata. Da soli. Con la promessa di far filtrare poco o nulla, tanto che dal Colle si apprende soltanto che si è trattato di un incontro cordiale e costruttivo. E però molto si dicono, Sergio Mattarella e Giorgia Meloni. Parlano di Pnrr, ma soprattutto di giustizia. Il Capo dello Stato ha ricevuto soltanto poche ore prima i vertici della Cassazione, per inviare un messaggio di piena legittimazione della magistratura dopo gli attacchi da parte del governo. L’invito è dunque quello di evitare nuovi conflitti, che è anche precondizione affinché la moral suasion del Quirinale possa determinare un abbassamento generale dei toni. Pesano anche gli appunti tecnici sulle norme contenute nel provvedimento sull’abuso d’ufficio. Qualcosa cambierà, si impegna Meloni. Aprendo anche a un percorso di condivisione sulla separazione delle carriere (pure in questo caso, solo il tempo potrà dire se si tratta di posizionamento tattico o frenata sincera).
Ma non basta. Da giorni, la leader confida ai suoi il fastidio per l’imputazione coatta di Delmastro. Fino allo sfogo in conferenza stampa a Vilnius. È colpita dalla gestione della Procura e, soprattutto, dalla decisione del gip. E si concentra anche su Magistratura democratica. Sono tutte riflessioni che in qualche modo la presidente del Consiglio introduce nel colloquio. Dubbi che raccontano anche di una sindrome dell’assedio che domina ormai ai vertici dell’esecutivo. E che, al pari della nota con cui “fonti anonime” di palazzo Chigi hanno aperto la sfida contro la magistratura, non possono essere considerati un buon viatico da chi preme invece per una descalation.
Ma non è finita. Al Quirinale, la leader porta anche la linea lasciata trapelare sui giornali nei giorni precedenti. E dunque, ribadisce in sostanza la volontà di muoversi in autonomia — trapela da fonti di governo — senza lasciarsi condizionare dalle inchieste che investono alcuni membri dell’esecutivo. È, in sostanza, il senso di quel «non sono ricattabile» utilizzato sempre più spesso.
Nel frattempo, però, una rivolta contro Nordio scuote Fratelli d’Italia. Quando mercoledì scorso il responsabile di via Arenula pronuncia le contestate frasi sul concorso esterno, lo fa dal palco della festa romana di Fratelli d’Italia, organizzata da Fabio Rampelli. È una posizione che nega l’approccio dominante nella destra post missina. Il ministro non viene fischiato soltanto perché ha la prontezza di premettere che si tratta soltanto di un discorso di tecnica giuridica. Non basta, ovviamente, a placare il partito. E spinge Meloni alla bocciatura pubblica di Nordio.
È l’ennesimo capitolo di un rapporto complesso, che produce uno zig zag politico complesso da gestire. Dopo aver frenato il Guardasigilli, infatti, nel momento di massimo scontro Meloni ha sposato la linea barricadera del ministro contro i magistrati. Una cosa, però, non può accettare: che a una settimana dalla commemorazione di Paolo Borsellino Nordio metta in discussione il concorso esterno. E siccome le turbolenze nell’esecutivo suscitate dalle inchieste non le permettono una sconfessione diretta, delega il compito ad Alfredo Mantovano. Al ministro, informalmente, la leader chiede anche di smetterla una volta per tutte di ragionare in pubblico come giurista o cattedratico, sollevando ogni volta un polverone.
In questo caso, il polverone può addirittura trasformarsi in contestazione. Da giorni, la leader valutava se partecipare alla commemorazione di Borsellino a Palermo. In molti le consigliavano di assistere almeno alla fiaccolata, un evento in cui tradizionalmente pesano i giovani di destra. E, dunque, a basso rischio di fischi e proteste. Le tensioni con le toghe degli ultimi giorni, però, sembrano aver consolidato l’opzione di inviare soltanto un videomessaggio.