✕

La destra alla crociata negazionista: “Fa caldo? Siamo in estate”

Claudio Borghi, senatore della Lega 

 
In Italia, come anche in Europa e negli Usa, il discorso pubblico di chi confuta la scienza si affida alla banalizzazione dell’allarme
2 minuti di lettura

MILANO — Negare il problema, come primissima opzione, deresponsabilizzando singoli e collettività. Isolare un dato parziale e circostanziato e costruirci sopra una narrazione che smonti l’urgente necessità di un cambiamento. Infine evocare presunti burattinai dietro alla “minaccia” del riscaldamento globale, pazienza se molto spesso è proprio la bolla negazionista quella ad essere finanziata dal mondo dei combustibili fossili.

Il discorso pubblico della destra — italiana, europea, americana — segue da anni lo stesso identico filone e anche in questi giorni di temperature fuori controllo lo schema non cambia. «D’estate fa caldo, non c’è nessun motivo di creare allarmismo — dice Claudio Borghi, parlamentare della Lega — alcuni ghiacciai si sciolgono, ma questo rientra nella storia del mondo».

Ecco, se il consenso scientifico attorno all’emergenza climatica e alle sue cause (cioè le emissioni sempre crescenti di gas serra e ad altri fattori riconducibili alle attività umane) si attesta a…

MILANO — Negare il problema, come primissima opzione, deresponsabilizzando singoli e collettività. Isolare un dato parziale e circostanziato e costruirci sopra una narrazione che smonti l’urgente necessità di un cambiamento. Infine evocare presunti burattinai dietro alla “minaccia” del riscaldamento globale, pazienza se molto spesso è proprio la bolla negazionista quella ad essere finanziata dal mondo dei combustibili fossili.

Il discorso pubblico della destra — italiana, europea, americana — segue da anni lo stesso identico filone e anche in questi giorni di temperature fuori controllo lo schema non cambia. «D’estate fa caldo, non c’è nessun motivo di creare allarmismo — dice Claudio Borghi, parlamentare della Lega — alcuni ghiacciai si sciolgono, ma questo rientra nella storia del mondo».

Ecco, se il consenso scientifico attorno all’emergenza climatica e alle sue cause (cioè le emissioni sempre crescenti di gas serra e ad altri fattori riconducibili alle attività umane) si attesta attorno al 98% delle pubblicazioni, quel restante 2% trova nel mondo conservatore mondiale un fedele e anche astuto megafono. Perché non ci sono solo personaggi come ad esempio Lucio Malan, capogruppo al Senato di FdI e in passato promotore di convegni dal titolo tipo “Non c’è un’emergenza climatica”, che sembrano voler negare l’evidenza e quindi vengono presi poco sul serio. Ce ne sono tanti altri che invece utilizzano il fortunatissimo oppositivo: non nego che ci sia un problema ma, sulla falsariga del “non sono razzista ma”. «Ho due figli, figurati se non voglio l’aria più pulita, ma serve pragmatismo», ragiona l’eurodeputata Silvia Sardone. Definisce la sinistra «gretina» e, proprio come Matteo Salvini, vede nella Cina la grande profittatrice della cosiddetta ideologia green. L’appello generale della destra su questi temi, incredibile ribaltamento, è comunque al realismo: «I negazionisti hanno adottato una nuova strategia comunicativa, costruendo una narrazione del “noi contro loro” basata sulla creazione di due ruoli polarizzanti: realisti e allarmisti. Sfruttando la connotazione negativa del termine “allarmista”, i negazionisti del cambiamento climatico screditano un legittimo avvertimento scientifico, e associandosi, invece, al termine “realista”, ribadiscono un elemento fondante del negazionismo climatico.

In questo scenario contorto, i negazionisti sembrano essere fondati, razionali, organizzati», scrive Stella Levantesi nel suo I bugiardi del clima (Laterza). Così non a caso Francesco Giubilei, campioncino nostrano del pensiero conservatore, twitta picchi di calore degli anni passati aggiungendo «basta toni apocalittici sul cambiamento climatico», quest’ultima un’espressione coniata oltre 20 anni fa da Frank Luntz, stratega comunicativo dei repubblicani Usa, molto più morbida e rassicurante di “riscaldamento globale”. Sempre non a caso Carlo Fidanza, big meloniano a Bruxelles, dice che «i cambiamenti climatici ci sono sempre stati nel corso dei millenni e vanno affrontati senza toni apocalittici. La transizione ecologica è un obiettivo condiviso, che noi mettiamo in pratica a tutti i livelli di governo nei quali siamo impegnati. Sono le modalità dettate da Bruxelles che non ci convincono: target irrealistici da raggiungere in tempi troppo ravvicinati; nessun rispetto del principio di neutralità tecnologica: l’elettrico tutto e subito e l’ostilità al biocarburante condannano intere filiere industriali; mancanza di reciprocità e nuova dipendenza dalla Cina. A queste condizioni la transizione green diventa insostenibile».

L’ultimo tassello del battage teso a minimizzare il problema che trova ampi spazi nella stampa d’area — in primis La Verità, ma anche Libero, Giornale, Foglio —, è far intendere che l’attualità fatta di un clima impazzito non rappresenti l’epilogo di un allarme ormai trentennale e condiviso dalla comunità scientifica. No, è una manovra delle élite contro il popolo. I nomi tirati in ballo sono sempre gli stessi, buoni anche per le teorie complottiste su pandemia, sostituzione etnica, euro: da Bill Gates a George Soros (il banchiere ebreo, anzi mondialista…).

Soluzioni per combattere la disinformazione? Il consiglio della storica della scienza Naomi Oreskes è questo: «Quando si ha a che fare con la fabbricazione di dubbi, non si può rispondere al fuoco col fuoco. Bisogna spostare i termini del dibattito; e un modo per farlo è mettere in luce le motivazioni ideologiche ed economiche che spingono a negare la scienza, per dimostrare che quelle obiezioni non sono scientifiche, ma politiche»

Leggi i commenti