Hanno tutti ragione | Ventidue anni senza Carlo Giuliani. Ma oggi il mondo no global è un incubo
di Stefano CappelliniSono passati ventidue anni dallo sparo che uccise Carlo Giuliani, in piazza Alimonda, durante gli scontri per il G8 di Genova. Un dolore che ha segnato una generazione. Furono terribili quei giorni di luglio del 2001, funestati anche da quella che resta forse la più grave violazione dello Stato di diritto in un Paese occidentale nel secondo dopoguerra, la macelleria poliziesca alla scuola Diaz, una vergogna per cui nessuno ha pagato, e poi le torture alla caserma dei carabinieri di Bolzaneto, dove l’allora vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini si intratteneva negli uffici mentre in altre stanze dell’edificio i manifestanti e più ancora le manifestanti venivano insultati, pestati e in qualche caso seviziati. Oggetto del trattamento non erano i black bloc che avevano devastato Genova, non che questo avrebbe reso tollerabili gli abusi, erano ragazze e ragazzi colpevoli di essere a Genova a manifestare, militanti o simpatizzanti di quello che allora si definiva movimento No global.…
Sono passati ventidue anni dallo sparo che uccise Carlo Giuliani, in piazza Alimonda, durante gli scontri per il G8 di Genova. Un dolore che ha segnato una generazione. Furono terribili quei giorni di luglio del 2001, funestati anche da quella che resta forse la più grave violazione dello Stato di diritto in un Paese occidentale nel secondo dopoguerra, la macelleria poliziesca alla scuola Diaz, una vergogna per cui nessuno ha pagato, e poi le torture alla caserma dei carabinieri di Bolzaneto, dove l’allora vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini si intratteneva negli uffici mentre in altre stanze dell’edificio i manifestanti e più ancora le manifestanti venivano insultati, pestati e in qualche caso seviziati. Oggetto del trattamento non erano i black bloc che avevano devastato Genova, non che questo avrebbe reso tollerabili gli abusi, erano ragazze e ragazzi colpevoli di essere a Genova a manifestare, militanti o simpatizzanti di quello che allora si definiva movimento No global.
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Cosa fu il movimento No Global non è facile dire a un ventenne di oggi. C’erano dentro soggetti molti diversi, cattolici, pacifisti, comunisti, boy scout, reduci dei Settanta, anticapitalisti e terzo settore, ecologisti e squatter, suore e anarco-insurrezionalisti. Cominciò tutto a Seattle nel 1997, con la rivolta di strada contro il vertice del Wto, l’organizzazione mondiale del commercio e si esaurì in meno di un decennio, una mobilitazione travolta da guerre, terrorismo, crisi economiche e riflussi esistenziali. La difficoltà nel trovare una definizione assoluta e indiscutibile di quel movimento sta nel tempo trascorso velocemente, un ventennio che ha cambiato la realtà e le nostre vite come un secolo, ma pure nell’imbarazzo che oggi provoca quella dizione ufficiale, no global, che all’epoca era indizio di una collocazione politica chiara e oggi suona terribilmente ambigua. Anzi, sembra significare tutt’altro tanto che, se nel 2023 un esponente della destra sovranista – americana, francese o italiana – vuol pronunciare la peggiore accusa contro un avversario, gli dice così: globalista.
È successo che la critica alla globalizzazione, partita dalla parola d’ordine “un altro mondo è possibile”, è diventata patrimonio quasi esclusivo di nazionalisti e sovranisti. Un’appropriazione indebita? Uno scippo culturale? Sarebbe rassicurante rispondersi così. Ma la verità è che in quel magma del 2001 c’erano tante istanze giuste e lungimiranti al pari di equivoci e ottusità che non hanno tardato a diventare un arsenale a disposizione della peggiore reazione. “Avevamo ragione noi”, dicono a ogni anniversario molti reduci del 2001, rivendicando che il corso degli eventi abbia confermato le tesi del movimento. Questo è sicuramente vero su molti temi: l’emergenza climatica, la sicurezza alimentare, i guasti della finanziarizzazione dell’economia sono argomenti che quella generazione cominciò a studiare, ruminare nel dibattito pubblico, imporre nell’agenda politica e non solo in senso oppositivo. Si sforzò di produrre proposte, piste concrete per invertire la tendenza. Ma spesso quegli sforzi erano affiancati, e più spesso impastati, da letture ideologiche e dogmatiche, che rifiutavano di vedere gli aspetti positivi della globalizzazione, che aveva spinto i nazionalismi al momento più basso della loro storia, migliorato le condizioni economiche di molte zone del pianeta, oltre che tirato fuori un intero continente, il Sudamerica, da tre decenni di fascismo imperante o incipiente. La globalizzazione portava con sé squilibri e ingiustizie gravissime, andava certo regolata e governata più di quanto si sforzasse di fare all’epoca la sinistra riformista europea, inebriata da numeri e percentuali che sarebbero presto svaporate, ma era un fenomeno progressista e aperto. Non vedeva o non voleva vedere, quel movimento, che il contrario di globalizzazione è autarchia, nazione, protezionismo, identità o peggio identitarismo.
Naomi Klein, una delle ideologhe dei social forum, ha riconosciuto che uno dei limiti di quella mobilitazione fu la facilità con cui usava il no nei suoi slogan. Anche qui con uno slittamento semantico che in Italia ha conosciuto la deriva più inquietante: no tav, no triv, no 5G, no vax. È cresciuta con costanza la quota di paranoia contenuta in molte battaglie figlie non degeneri di quell’epoca, spesso un misto di delirio complottista e ribellismo qualunquista. È sulla bacheca del sito di Indymedia, nato in seno al movimento strumento di controinformazione, che ha cominciato a prendere piede l’espressione mainstream, per designare un Sistema di potere mediatico e politico, sempre lì che con post e video hanno cominciato a farsi largo le teorie alternative sull’11 settembre, gli anatemi antisemiti su Soros e la finanza ebraica, le dietrologie fantasy sul gruppo Bilderberg e i suoi membri, antesignane delle teorie rettiliane e di molti cavalli di battaglia dell’estrema destra internazionale, da QAnon a Forza Nuova. Si esaurì in quel tunnel buio e fuligginoso l’alternativa destra/sinistra per lasciare spazio a quella élite/popolo, in pratica il caposaldo della narrazione populista. Stava nei libri di Toni Negri e Noam Chomsky il fondamento di una lettura tanto intellettualistica quanto sbracata del nuovo ordine mondiale, che vedeva nel crollo del blocco sovietico la perdita di un argine al dominio americano, esattamente il tipo di rimpianto che oggi alimenta il filoputinismo dichiarato o dissimulato.
Restano, a dispetto tutto, le molte giuste intuizioni di quei giovani in piazza. Non sapremo mai cosa avrebbe detto Carlo, ragazzo, di queste vicende. Gli è stata sottratta la possibilità di crescere, e cambiare idea, o rafforzarla, o smetterla, come è diritto nella vita di ognuno. Sappiamo però che c’è stato un momento simbolico in cui è stato chiaro che il tempo aveva compiuto il più maligno degli sfregi al movimento e fu nel 2019, quando pochi epigoni delle moltitudini di Seattle e Genova scesero in piazza per contestare il G7 di Biarritz, in Francia, insensibili all’evidenza che all’interno del palazzo ci fosse il più no global di tutti loro messi insieme: Donald Trump.