ROMA - C’è chi lo ha ribattezzato “il ribaltone di Sangiuliano”. Avverrà alla chetichella, la settimana prossima, quando approderà in aula il decreto Pubblica amministrazione che va convertito in legge prima della pausa estiva: è in quel preciso istante che il governo depositerà un emendamento al testo base, ora al Mef per la bollinatura, destinato a riformare l’organizzazione del dicastero della Cultura. L’escamotage individuato dall’inquilino del Collegio romano, già direttore del Tg2, per fare indirettamente decadere tutti gli attuali dirigenti generali e poi sostituirli — moltiplicando le poltrone — con nuove figure apicali scelte personalmente dal ministro con il solo passaggio in Cdm, senza dover per forza pescare dai ruoli dirigenziali della P.A. né ricorrere all’interpello.
Gente dunque gradita alla politica, nonostante gli incarichi da ricoprire siano di natura amministrativa. Una forzatura. Simile a quella adottata per spazzare via i vertici del Centro sperimentale di Cinema…
ROMA - C’è chi lo ha ribattezzato “il ribaltone di Sangiuliano”. Avverrà alla chetichella, la settimana prossima, quando approderà in aula il decreto Pubblica amministrazione che va convertito in legge prima della pausa estiva: è in quel preciso istante che il governo depositerà un emendamento al testo base, ora al Mef per la bollinatura, destinato a riformare l’organizzazione del dicastero della Cultura. L’escamotage individuato dall’inquilino del Collegio romano, già direttore del Tg2, per fare indirettamente decadere tutti gli attuali dirigenti generali e poi sostituirli — moltiplicando le poltrone — con nuove figure apicali scelte personalmente dal ministro con il solo passaggio in Cdm, senza dover per forza pescare dai ruoli dirigenziali della P.A. né ricorrere all’interpello.
Gente dunque gradita alla politica, nonostante gli incarichi da ricoprire siano di natura amministrativa. Una forzatura. Simile a quella adottata per spazzare via i vertici del Centro sperimentale di Cinematografia. Mutatis mutandis quanto Palazzo Chigi ha fatto con Inps e Inail, commissariati solo per poter rimuovere i presidenti nominati dai predecessori.
La questione è molto tecnica, ma merita di essere spiegata. Di prassi sono due le modalità con cui si procede alla revisione delle strutture ministeriali: per legge o attraverso regolamenti organizzativi in forma di decreti del presidente della Repubblica o del presidente del Consiglio. Escludendo la legge, che ha paletti molto rigidi, viene in genere preferito il regolamento. Che però deve seguire un iter ben codificato: approvazione in Cdm, parere del Consiglio di Stato, ritorno in Cdm, parere delle competenti commissioni parlamentari, registrazione della Corte dei Conti. Insomma, serve almeno un anno per completare tutti i passaggi.
Ma evidentemente Gennaro Sangiuliano non vuol perdere troppo tempo per piazzare i suoi uomini alla testa degli uffici più strategici. E quindi cosa fa? Per liberarli, infila la modifica dell’organizzazione in un emendamento al decreto P.A., da presentare in extremis, confidando nella distrazione delle opposizioni. Un blitz che gli consentirà di bypassare commissioni parlamentari e magistrature, allontanando tutti gli attuali dirigenti entro pochi mesi.
La riforma prevede infatti di sopprimere la figura del segretario generale per resuscitare i capi dipartimento, così come aveva deciso nel 2004 l’allora ministro Rocco Buttiglione. Uno schema rivelatosi presto fallimentare — mancava una figura di coordinamento e i dipartimenti non comunicavano fra di loro — al punto che appena due anni dopo Francesco Rutelli lo cambiò per stabilire gli assetti che hanno fin qui resistito per oltre tre lustri.
Ebbene ora, con la modifica al decreto legge 75/2023, Sangiuliano vuol tornare all’antico: cioè ai dipartimenti, aumentati da 3 a 5 rispetto a Buttiglione, sotto cui insisteranno le 11 direzioni generali (Cinema, Spettacolo, Musei, Archivi, Biblioteche…) oggi coordinate dal solo segretario generale. Risultato? Verrà ripristinata un’organizzazione che già non ha funzionato e incrementati i posti, politicizzando incarichi che viceversa dovrebbero restare nell’orbita della P.A. I capi dipartimento vengono difatti nominati dal Cdm, ma su proposta del ministro, senza interpello. E ai prescelti (che in teoria potranno essere tutti esterni) basteranno i requisiti minimi prescritti per legge. Una lettura tuttavia contestata da fonti del Collegio romano, secondo cui «l’obiettivo è avere una gestione più agile ed efficiente, mentre la maggior parte dei dirigenti apicali verrà presa dall’interno».
A ogni modo, grazie a questo meccanismo, al ministero della Cultura entreranno molte più figure fiduciarie, oltre a quelle già previste per gli uffici di diretta collaborazione, controllate di fatto dal capo di gabinetto. Il governo non avrà quindi solo il potere di scegliersi direttamente i cinque massimi vertici del dicastero, ma di supervisionarne pure l’operato. Con buona pace della separazione tra indirizzo politico e indirizzo amministrativo che è una regola aurea delle istituzioni repubblicane. Almeno sinora.