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Salario minimo, l’apertura di Meloni: “Sì al confronto ma con prudenza”

(reuters)
La premier coglie l’appello di Calenda: disposta a ragionare purché la misura non diventi “un adeguamento al ribasso dei compensi”
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Giorgia Meloni apre al dialogo sul salario minimo garantito. Non è un consenso alla proposta dell’opposizione ma un sì, che finora non si era manifestato, al confronto. La premier fa sapere di essere stata sempre “laica” sul salario minimo.

Il suo timore è che questa misura divenga un «parametro sostitutivo» e non “aggiuntivo”, in poche parole produca adeguamenti dei compensi al ribasso. Ma la presidente del Consiglio intende approfondire la materia nei prossimi giorni, come finora – si apprende – non è riuscita a fare.

C’è insomma una novità sostanziale rispetto al muro finora eretto dalla maggioranza: “Ho trovato molto garbato l’appello di Carlo Calenda – afferma la premier – e siccome penso che sia giusto aprire al confronto quando c’è un’opposizione non pregiudiziale non escludo di rispondere”. I tempi sono da definire, anche perché Meloni deve ancora consultarsi con i suoi. Ma potrebbe essere una svolta. O perlomeno un nuovo capitolo dall’esito non scontato.

Era stato il leader d…

Giorgia Meloni apre al dialogo sul salario minimo garantito. Non è un consenso alla proposta dell’opposizione ma un sì, che finora non si era manifestato, al confronto. La premier fa sapere di essere stata sempre “laica” sul salario minimo.

Il suo timore è che questa misura divenga un «parametro sostitutivo» e non “aggiuntivo”, in poche parole produca adeguamenti dei compensi al ribasso. Ma la presidente del Consiglio intende approfondire la materia nei prossimi giorni, come finora – si apprende – non è riuscita a fare.

C’è insomma una novità sostanziale rispetto al muro finora eretto dalla maggioranza: “Ho trovato molto garbato l’appello di Carlo Calenda – afferma la premier – e siccome penso che sia giusto aprire al confronto quando c’è un’opposizione non pregiudiziale non escludo di rispondere”. I tempi sono da definire, anche perché Meloni deve ancora consultarsi con i suoi. Ma potrebbe essere una svolta. O perlomeno un nuovo capitolo dall’esito non scontato.

Era stato il leader di Azione Calenda a scrivere a Meloni, il primo di luglio, subito dopo l’accordo fra le opposizioni (tutti tranne Matteo Renzi). L’ex ministro ha chiesto alla premier, via WhatsApp, di ricevere le minoranze, che avevano faticosamente trovato la quadra su una paga minima di 9 euro l’ora, anti-sfruttamento. Appello ribadito due giorni fa davanti alle telecamere di Sky: “Noi abbiamo detto che voteremo l’abolizione dell’abuso d’ufficio. Abbiamo votato la delega fiscale perché era uguale a quella di Mario Draghi. Abbiamo sostenuto alcune cose, tipo il fatto di abolire i controlli concomitanti della Corte dei Conti. Non siamo mai stati pregiudiziali. Oggi dico a Giorgia Meloni, e glielo chiedo davvero, di ricevere le opposizioni, di farsi illustrare la proposta di salario minimo e di controproporre, per affrontare questo problema, la loro proposta che in questo momento noi non conosciamo”.

Per giorni, dalla presidente del Consiglio non sono arrivate risposte. Mentre sia FdI che FI, con la ministra del Lavoro, Marina Elvira Calderone, spingevano per chiudere la pratica in fretta, cassando la proposta di legge, perché “il salario minimo non serve”, facendo sponda con la Cisl, mentre la Cgil sposa la causa del campo largo. Addirittura il ministro degli Esteri, neo-segretario di Forza Italia, Antonio Tajani, ha bollato il progetto come “sovietico”, mentre la maggioranza tutta ha presentato, una settimana fa, un emendamento soppressivo della proposta di legge, per chiudere i giochi in estate, senza alimentare troppo il dibattito pubblico. Il voto sull’emendamento soppressivo era atteso martedì scorso in commissione Lavoro. Le opposizioni però sono riuscite a tergiversare: interventi fiume (ha preso la parola anche la segretaria del Pd Elly Schlein) e voto in commissione rimandato a martedì prossimo, il 25 luglio. Poi la palla passerà all’Aula. Sempre che l’apertura di Meloni non imprima una sterzata in senso contrario, più dialogante, anche nel merito, non solo nel metodo.

Un passaggio che, intanto, si registra nel giorno in cui a destare le polemiche sono le parole di Nello Musumeci, ministro di FdI: “Secondo Schlein il salario minimo garantito è una risposta alla mafia? Credo che la risposta sia il lavoro. Basta con questo assistenzialismo”, afferma Musumeci parlando da Palermo, a margine di un’iniziativa sulla mafia organizzata da Fratelli d’Italia. Insorgono le opposizioni: Pd e M5S su tutti. Elly Schlein – chiamata in causa direttamente dall’esponente di governo – risponde così: “Io non so in che paese viva Musumeci, nel nostro ci sono tre milioni e mezzo di lavoratrici e lavoratori poveri. Sono passati da “prima gli italiani” a “prima gli sfruttatori” evidentemente”. La leader dem parla dal Nazareno: “Vorrei che si rileggesse la Costituzione e l’articolo 36 perché non si possono tenere insieme lavoro e povero nella stessa frase. Questo è quello che vuole fare una destra che pensa che il lavoro sia un favore mentre noi siamo convinti che il lavoro sia un diritto in una Repubblica fondata sul lavoro”.

Anche in casa 5 Stelle si registra una certa irritazione. “Parole a vanvera”, attacca Giuseppe Conte. “I ministri di Giorgia Meloni – dice l’ex premier – non sanno nemmeno che chi chiede il salario minimo lavora da mattina a sera: non chiede di essere assistito, ma semplicemente pretende di essere pagato il giusto, non 3 o 4 euro l’ora”.

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