Open, la Consulta dà ragione a Renzi: le chat usate dai pm dovevano essere autorizzate dal Senato. Il leader Iv: “Trionfo del diritto”
di Liana MilellaIl leader di Iv, Matteo Renzi
(ansa)ROMA - Matteo Renzi aveva ragione. I pm di Firenze non potevano utilizzare le chat nell’inchiesta Open senza chiedere prima l’autorizzazione del Senato. In questo caso, scrive la Corte, valgono le stesse regole imposte per la corrispondenza. A scriverlo, nella sentenza del giudice Franco Modugno, è la Corte costituzionale. Che l’ha annunciata con un comunicato. E non era dunque una “illazione“ quella pubblicata da Repubblica il 6 giugno che ipotizzava proprio una decisione di questo tipo. Le chat - sequestrate nei cellulari degli imprenditori Ugo Vincenzo Manes e Marco Carrai - al contrario erano state usate dai pm fiorentini Luca Turco e Antonino Nastasi, guidati all’epoca dall’ex procuratore Giuseppe Creazzo, senza chiedere “prima” il permesso della Camera di appartenenza.
A stretto giro il tweet di Renzi: “La Corte ha accolto il nostro ricorso, dandoci ragione e ha annullato alcuni provvedimenti dei pm di Firenze. Verrà il giorno in cui la classe dirigente del Paese rifletterà sere…
ROMA - Matteo Renzi aveva ragione. I pm di Firenze non potevano utilizzare le chat nell’inchiesta Open senza chiedere prima l’autorizzazione del Senato. In questo caso, scrive la Corte, valgono le stesse regole imposte per la corrispondenza. A scriverlo, nella sentenza del giudice Franco Modugno, è la Corte costituzionale. Che l’ha annunciata con un comunicato. E non era dunque una “illazione“ quella pubblicata da Repubblica il 6 giugno che ipotizzava proprio una decisione di questo tipo. Le chat - sequestrate nei cellulari degli imprenditori Ugo Vincenzo Manes e Marco Carrai - al contrario erano state usate dai pm fiorentini Luca Turco e Antonino Nastasi, guidati all’epoca dall’ex procuratore Giuseppe Creazzo, senza chiedere “prima” il permesso della Camera di appartenenza.
A stretto giro il tweet di Renzi: “La Corte ha accolto il nostro ricorso, dandoci ragione e ha annullato alcuni provvedimenti dei pm di Firenze. Verrà il giorno in cui la classe dirigente del Paese rifletterà serenamente su questa indagine assurda, nata contro di me, contro le persone che mi stanno vicine e soprattutto contro i fatti. Verrà quel giorno ma non è questo. Oggi è solo il giorno del trionfo del diritto”. A seguire un ulteriore attacco ai pm fiorentini Turco e Nastasi: “Le loro indagini sono state bocciate per cinque volte dalla Cassazione e adesso anche dalla Consulta. Io sostenevo che il loro comportamento violasse la legge e anche la nostra Costituzione”.
Davanti alla Corte costituzionale si divide dunque il destino del leader di Italia viva Matteo Renzi, sotto inchiesta per finanziamento illecito per aver ricevuto fondi dalla fondazione Open, e di uno dei suoi più stretti fedelissimi, il magistrato Cosimo Maria Ferri. Quest’ultimo, deputato non rieletto in questa legislatura e in procinto di lasciare la magistratura ordinaria per quella tributaria. Entrambi erano alle prese con intercettazioni e chat fatte partire dai magistrati, di Firenze nel primo caso, di Perugia nel secondo. Ebbene il destino è diverso. La settimana scorsa la Consulta ha reso pubblica la sentenza con cui stabiliva che la Camera dei deputati aveva avuto torto nel bloccare l’uso delle intercettazioni intercorse tra Luca Palamara e Ferri nel 2019 all’hotel Champagne dove trattavano la nomina del procuratore di Roma. Adesso una nuova sentenza affronta il caso Renzi. E da ragione al senatore di Rignano. Perché la Corte condivide la decisione del Senato di considerare sbagliato l’utilizzo che era stato fatto di alcune chat dai magistrati di Firenze che indagavano sul caso Open senza chiedere alcuna autorizzazione proprio al Senato.
Da segnalare che, per entrambi i casi, il giudice relatore era all’inizio Franco Modugno. Che firma adesso la sentenza Renzi, ma non ha firmato invece quella di Ferri, depositata infatti con l’autografo del giudice Stefano Petitti. Un cambio che, quando avviene, alla Consulta è il chiaro segno di un dissenso tra gli alti giudici in fase di decisione che si manifesta, appunto, con un cambio del giudice relatore e poi estensore della decisione stessa.
Ma torniamo a Renzi e alla nota con cui la Corte ufficializza adesso la decisione, a sentenza scritta. “La Procura - recita il comunicato stampa - non poteva acquisire, senza preventiva autorizzazione del Senato, messaggi di posta elettronica e whatsapp del parlamentare, o a lui diretti, conservati in dispositivi elettronici appartenenti a terzi, oggetto di provvedimenti di sequestro nell’ambito di un procedimento penale a carico dello stesso parlamentare e di terzi”.
Era esattamente questa la tesi prevalsa al Senato, prima nella giunta per le autorizzazioni e poi confermata dall’emiciclo che un anno fa aveva votato la relazione della senatrice di Forza Italia Fiammetta Modena. Tesi contestata dall’allora senatore Piero Grasso che, citando all’opposto sentenze della Cassazione, sosteneva che i messaggi via whatsapp non necessitavano di un’autorizzazione come per le intercettazioni.
La tesi della Consulta è invece la stessa della maggioranza del Senato. “Tali messaggi sono stati ritenuti riconducibili alla nozione di corrispondenza, costituzionalmente rilevante e la cui tutela non si esaurisce, come invece sostenuto dalla procura, con la ricezione del messaggio da parte del destinatario, ma perdura fin tanto che esso conservi carattere di attualità e interesse per gli interlocutori”. La Corte entra anche nel merito tecnico della decisione quando scrive che “gli organi investigativi sono abilitati a disporre il sequestro di contenitori di dati informatici appartenenti a terzi, quali smartphone, computer o tablet, ma quando riscontrino la presenza in essi di messaggi intercorsi con un parlamentare, debbono sospenderne l'estrazione dalla memoria del dispositivo e chiedere l'autorizzazione della Camera di appartenenza per poterli coinvolgere nel sequestro”. E precisa ancora che la procedura deve essere seguita “a prescindere da ogni valutazione circa il carattere occasionale o mirato dell'acquisizione dei messaggi stessi”.
La Corte ha bocciato invece la parte del ricorso del Senato in cui veniva contestata anche l’acquisizione da parte della procura, senza autorizzazione, dell'estratto del conto corrente personale di Renzi, sostenendo che “non era stato spedito dalla banca al parlamentare, ma allegato a segnalazioni di operazioni bancarie provenienti da uffici della Banca d’Italia”.