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Risatine, noia e gelo. Al Senato la destra salva Santanchè, ma senza festeggiare

La mozione presentata dai 5S contro la titolare del Turismo respinta dalla maggioranza compatta. Il voto però spacca le opposizioni: Azione e Iv si astengono
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ROMA – Il fuoco è altrove. Qui oggi tutti sanno come andrà a finire. Infatti i colleghi circondano il ministro della Protezione civile, Nello Musumeci, e gli chiedono della Sicilia che brucia. Il Pd vorrebbe che ne riferisse in Aula, di Catania senza luce e di Palermo avvolta nei roghi, ma “Nello” da Militello in Val di Catania, lo stesso paese di Pippo Baudo, riferisce solo a Raffaele Fitto e Luca Ciriani. I due annuiscono gravi.

La ministra del Turismo Daniela Santanchè, in elegante gessato, è meno ingrugnata del solito. Sa che se la caverà. La mozione di sfiducia presentata dai Cinquestelle per i sesquipedali pasticci compiuti – secondo le accuse – da imprenditrice (Tfr non pagati, dipendenti fatti lavorare nonostante fossero in cassa integrazione, tasse evase) non passerà: le minoranze sono per giunta divise tra loro, con Iv e Azione decisi a non votarla.

Il finale quindi è già scritto, quando, alle dieci del mattino, il presidente del Senato, Ignazio La Russa, dopo aver appoggiat…

ROMA – Il fuoco è altrove. Qui oggi tutti sanno come andrà a finire. Infatti i colleghi circondano il ministro della Protezione civile, Nello Musumeci, e gli chiedono della Sicilia che brucia. Il Pd vorrebbe che ne riferisse in Aula, di Catania senza luce e di Palermo avvolta nei roghi, ma “Nello” da Militello in Val di Catania, lo stesso paese di Pippo Baudo, riferisce solo a Raffaele Fitto e Luca Ciriani. I due annuiscono gravi.

La ministra del Turismo Daniela Santanchè, in elegante gessato, è meno ingrugnata del solito. Sa che se la caverà. La mozione di sfiducia presentata dai Cinquestelle per i sesquipedali pasticci compiuti – secondo le accuse – da imprenditrice (Tfr non pagati, dipendenti fatti lavorare nonostante fossero in cassa integrazione, tasse evase) non passerà: le minoranze sono per giunta divise tra loro, con Iv e Azione decisi a non votarla.

Il finale quindi è già scritto, quando, alle dieci del mattino, il presidente del Senato, Ignazio La Russa, dopo aver appoggiato una copia di Libero (titolo di prima pagina: “La grandine è fascista”), sul proprio scranno, dichiara aperta la seduta. Sul palco del governo solo quattro ministri, ma di peso: Giorgetti che discute animatamente con Salvini, allargano entrambi le braccia, e Anna Maria Bernini che fa compagnia a “Daniela”.

Stefano Patuanelli (M5S) illustra il suo j’accuse tra i brusii. I senatori sui banchi sono distratti. Patuanelli riconosce che la mozione può ricompattare il governo, “ma non farla sarebbe stato ipocrita”. E siccome sa che è votata all’insuccesso, prova a fare affidamento nello stellone: in passato, dopo le mozioni di sfiducia respinte ai ministri Toninelli, Bonafede e Speranza, i governi sono poi caduti, dice. Santanchè e Bernini chiacchierano indifferenti alla rivelazione. Salvini e Giorgetti sono sprofondati nei loro smartphone. La Russa sembra divertito. Ogni tanto la ministra sotto accusa prende qualche appunto sul retro del discorso stampato. Il dibattito langue stancamente, col centrodestra che accusa il Pd di andar a rimorchio dei grillini: “Perderete altri votiiii”.

E poi ecco che, a diradare la noia, irrompe Ettore Antonio Licheri. Ha 59 anni, avvocato di Sassari. Teatrale. Provocatorio. Guascone. Cita Pulcinella e Pinocchio. “È sbagliata la scelta di rifugiarvi nella vostra casa delle libertà e sbarrare le finestre, siete stati eletti ma il popolo di elettori non è un salvacondotto per fare di tutto. Resta una ministra che allo Stato deve un milione e duecentomila tasse non pagate e resteranno i suoi dipendenti e fornitori rimasti per strada. E se volete continuare a ridere, ridete pure pagliacci!”.

Bum!

Quelli del centrodestra alzano gli occhi dai loro cellulari.

“Buffone!”

“Miserabile!”.

“Vergognati!”.

“Chiedi scusa!”.

Simpatico trambusto.

La Russa richiama Licheri all’ordine. Licheri risponde picche.

Senato, Licheri (M5S): "Ridete pure, pagliacci". In Aula la bagarre nella seduta su Santanchè

Poi Gnazio stile capo scout: “Dobbiamo imparare ad ascoltare!” Il dibattito esonda. Lucio Malan se la prende con la sinistra chic che sta a Capalbio, non c’entra niente, ma fa scena.

Balboni (Fratelli d’Italia) ai Cinquestelle: “Voi nella casta ci siete entrati molto bene!”. Poi spavaldo cita i sondaggi: “Noi cresciamo e il Pd cala”.

La Russa dà la parola a “Garnero Santanchè”.

È incredula che venga giudicata per “un’inchiesta pseudo giornalistica che non riguarda il mio operato di ministra. E non ho mai mentito. Ho sempre detto la verità”.

“Pseudo giornalismo? Qui in questa vicenda ci sono solo pseudo imprenditori”, le risponde Walter Verini, del Pd.

Dal centrodestra arrivano applausi timidissimi a “Garnero Santanchè”. Il termometro che misura l’effettivo affetto al netto dell’ipocrisia. L’unico che si alza per abbracciarla è l’ex ambasciatore Giuliomaria Terzi di Sant’Agata.

Ora sui banchi dei ministri sono in dieci. Meloni non c’è. Non ci sono nemmeno Calenda e Renzi. Enrico Borghi, il loro capogruppo, dice che questo del M5S è “un assist oggettivo al governo”, e che solo in un caso, Filippo Mancuso, ottobre 1995, venne accolta la mozione di sfiducia individuale. “La Lega ne presentò una contro Napolitano, e gli spianò la strada al Quirinale. Ci sottraiamo e non partecipiamo al voto”.

Si vota. I no alla mozione di sfiducia sono 111. I sì (Pd e M5S), 67. Il Terzo Polo non partecipa. Santanchè è salva. Un applauso da minimo sindacale saluta la vittoria.

Cinque minuti dopo Daniela Santanchè si presenta piena di vento in corridoio, rincorsa da un nugolo di giornalisti. Avanza come in un film di Sorrentino. “È una bellissima giornata”, dice. Poi alla buvette ordina platealmente un caffé.

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