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La resa del governo sul Pnrr: dopo due alluvioni, il balletto dei rinvii sulla lotta al dissesto

A febbraio la Corte dei conti segnalava ritardi, ora nel Piano nazionale di ripresa e resilienza restano solo fondi per le emergenze
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ROMA — Sul tavolo del contrasto al dissesto idrogeologico non c’è niente di concreto. Chiacchiere, tante. Annunci, quanti se ne vuole: l’ultimo è della premier Meloni che alla vigilia della partenza per gli Stati Uniti ha detto che è in preparazione un grande piano nazionale (l’ennesimo) per sistemare corsi d’acqua, frane, argini e quant’altro c’è di fragile nel nostro territorio. Ma la realtà, portata a galla dalle scadenze del Pnrr che hanno costretto il ministro Fitto a spostare frettolosamente un miliardo e mezzo di euro dalla difesa del suolo ad altri capitoli di spesa perché rischiavamo di perderli, è che da quando si è insediato il governo Meloni, nonostante le due alluvioni (Ischia e la Romagna), non ha predisposto niente per portare avanti le opere da realizzare.

Per capire cosa è accaduto bisogna tornare al governo Draghi che, di fronte alla difficoltà (costante storica per il nostro Paese) di mettere a terra i fondi stanziati negli anni per i progetti di consolidamento del …

ROMA — Sul tavolo del contrasto al dissesto idrogeologico non c’è niente di concreto. Chiacchiere, tante. Annunci, quanti se ne vuole: l’ultimo è della premier Meloni che alla vigilia della partenza per gli Stati Uniti ha detto che è in preparazione un grande piano nazionale (l’ennesimo) per sistemare corsi d’acqua, frane, argini e quant’altro c’è di fragile nel nostro territorio. Ma la realtà, portata a galla dalle scadenze del Pnrr che hanno costretto il ministro Fitto a spostare frettolosamente un miliardo e mezzo di euro dalla difesa del suolo ad altri capitoli di spesa perché rischiavamo di perderli, è che da quando si è insediato il governo Meloni, nonostante le due alluvioni (Ischia e la Romagna), non ha predisposto niente per portare avanti le opere da realizzare.

Per capire cosa è accaduto bisogna tornare al governo Draghi che, di fronte alla difficoltà (costante storica per il nostro Paese) di mettere a terra i fondi stanziati negli anni per i progetti di consolidamento del territorio, decide di destinare 8 miliardi nel Pnrr alla voce “dissesto idrogeologico”. Sono i soldi ricavati dal bilancio dello Stato già nel 2016-2017, quando a Palazzo Chigi si era insediata la Struttura di missione diretta da Erasmo De Angelis che aveva messo insieme le migliaia di lavori necessari per l’Italia. Struttura che il governo Conte I, una volta nominato, aveva immediatamente chiuso.

Il ragionamento dei tecnici di Chigi che stavano disegnando il Pnrr si basava su circostanze ormai note. Abbiamo migliaia di progetti sparsi per la penisola per opere necessarie per “curare” il nostro territorio, che però raramente riescono a essere cantierizzate perché gli uffici tecnici degli enti locali vanno in difficoltà. I dati dell’Ispra spiegano tutto ciò che c’è da dire sul tema: negli ultimi venti anni su 25 mila lavori per il dissesto, e 10 miliardi circa di euro spesi, i cantieri ultimati sono 7 mila. Negli altri casi si è in fase progettuale, si aspettano autorizzazioni o, peggio, i soldi si sono persi per strada. Emblematico è il caso di Ischia: nonostante avessero i fondi per rinsaldare il costone di Casamicciola crollato lo scorso anno, il piccolo comune dell’isola non è stato capace di utilizzare il denaro.

“Il Pnrr ci dava la possibilità di centralizzare gli appalti, mettendo a disposizione dei comuni il know how di Invitalia come stazione appaltante, e nello stesso tempo di avere cronoprogrammi tassativi”, ragiona oggi uno degli ex componenti della cabina di regia. Caduto il governo Draghi, però, l’approccio è cambiato. E la gestione dei fondi è passata ai ministeri.

Nello specifico per il dissesto idrogeologico alla fine, dopo uno sfrondamento del 30 per cento deciso ai tempi di Draghi e altri tagli fatti dal governo Meloni, sono rimaste poste per 2,49 miliardi. Di cui 1,15 già assegnate per le emergenze, cioè la ricostruzione di infrastrutture danneggiate da alluvioni e frane. Il resto dei soldi — a disposizione del ministero dell’Ambiente — è per la prevenzione. O meglio, dovrebbe essere: i progetti non sono neanche alla fase esecutiva, non si è pronti ad aprire i cantieri. E a dirlo è la Corte dei Conti.

A febbraio di quest’anno a Palazzo Chigi arriva una relazione intitolata “Misure per la gestione del rischio di alluvione per la riduzione del rischio idrogeologico”. In cui, pur nel linguaggio tecnico e burocratico dei magistrati contabili, la Corte dei Conti fa suonare il campanello d’allarme. “Rilevato che i progetti inseriti non erano in grado di garantire, nemmeno nominalmente, il raggiungimento del target finale di ridurre di almeno un milione e mezzo il numero di persone esposte a rischi di alluvione e a rischi idrologici diretti, il Ministero riprendeva l’interlocuzione con le Regioni e le Province autonome, per verificare se vi fossero le condizioni per integrare l’elenco con ulteriori interventi, e con l’Ispra, per approfondire le modalità di computo dell’indicatore (numero di persone a rischio) e valutare congiuntamente eventuali interventi correttivi”.

Si è perso troppo tempo, dunque: quei soldi rischiano di essere tagliati da Bruxelles. Da qui, ieri, la scelta del ministro Fitto di eliminarli dal Pnrr e spostarli su altre voci. E ora che si fa? La premier annuncia un piano nazionale, che però già adesso non convince gli ambientalisti. “Si perderà altro tempo — spiega Angelo Bonelli, deputato dei Verdi — Si cercheranno dei nuovi fondi per immaginare progetti che poi non si potranno realizzare, perché il punto rimane il solito, e cioè che mancano gli uffici tecnici in grado di gestirli. Ma saranno tutti pronti a piangere davanti alla prossima, evitabile, catastrofe”. 

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