Il difficile bivio di Meloni in vista delle Europee: costretta a scegliere tra ombre nere e Ppe
di Emanuele LauriaGiorgia Meloni
ROMA – Dovunque si volti, in questo periodo, Giorgia Meloni vede ombre nere. Spuntano dall’interno del suo partito, popolato da estremisti che chiedono di riscrivere la storia del Paese, o vengono dalla destra d’oltreconfine, portati per mano da Matteo Salvini. L’atteggiamento della premier è sempre lo stesso: non vedere, far finta di nulla. Continuare a lavorare per un progetto moderato senza tagli netti con gli impresentabili. La questione delle alleanze internazionali si è già trasformata in una bomba sulla coalizione che sorregge la leader di FdI. Salvini teorizza un centrodestra unito in Europa ma chiede di non mettere veti sui suoi scomodi compagni di viaggio a Bruxelles: il Rassemblement national di Marine Le Pen e l’ultradestra tedesca di Alternative fur Deutschland. “Come si fa a rinunciare ai loro voti?”, ha detto a Cervia il capo della Lega. Meloni, invece, lavora per un altro obiettivo, molto difficile: far sedere allo stesso tavolo la propria famiglia, quella dei Con…
ROMA – Dovunque si volti, in questo periodo, Giorgia Meloni vede ombre nere. Spuntano dall’interno del suo partito, popolato da estremisti che chiedono di riscrivere la storia del Paese, o vengono dalla destra d’oltreconfine, portati per mano da Matteo Salvini. L’atteggiamento della premier è sempre lo stesso: non vedere, far finta di nulla. Continuare a lavorare per un progetto moderato senza tagli netti con gli impresentabili. La questione delle alleanze internazionali si è già trasformata in una bomba sulla coalizione che sorregge la leader di FdI. Salvini teorizza un centrodestra unito in Europa ma chiede di non mettere veti sui suoi scomodi compagni di viaggio a Bruxelles: il Rassemblement national di Marine Le Pen e l’ultradestra tedesca di Alternative fur Deutschland. “Come si fa a rinunciare ai loro voti?”, ha detto a Cervia il capo della Lega. Meloni, invece, lavora per un altro obiettivo, molto difficile: far sedere allo stesso tavolo la propria famiglia, quella dei Conservatori, con i Popolari, con i liberali di Macron che nei voti parlamentari su Green e immigrazione non si sono mostrati di recente così distanti. Mano tesa anche alla Lega, certo, ma senza i suoi attuali imbarazzanti alleati nel gruppo di Id. I numeri? Un sondaggio del sito Politico dice che uno schieramento di questo tipo, in assenza dei socialisti con i quali viene escluso ogni dialogo, potrebbe sì avere una maggioranza, ma molto risicata.
Certo è che la premier non può permettersi di guidare un governo che sta dentro un consesso internazionale che condanna e sanziona l’invasione russa dell’Ucraina e allo stesso tempo imbarcare sulla propria zattera europea forze politiche (in primis Afd) sfacciatamente filo-putiniane. Partner con cui Meloni avrebbe peraltro qualche impaccio nel portare avanti davanti alla commissione europea dossier importanti per il nostro Paese, a cominciare dal Pnrr. Questo concetto, gli esponenti di FdI, lo sottolineano con forza. E rende perfettamente la forma del cul de sac in cui si è infilata una Meloni che aspira a essere il punto di riferimento della destra europea.
“Siamo pragmatici: prima si vota e poi si decidono le alleanze”, fanno sapere fonti di FdI a Bruxelles. Il sistema elettorale, d’altronde, è proporzionale, non obbliga nessuno a dichiarare le intese prima delle urne. Ma qualcuno, nel partito, si chiede pure se la tattica del rinvio sia quella giusta, specie davanti a un Salvini che invita il centrodestra all’unità ma allo stesso tempo – rimarcano i meloniani – cerca con le sue dichiarazioni di rosicchiare voti nella destra più radicale e meno istituzionale. In una campagna elettorale che, nella veste di ministro alle Infrastrutture, lo vedrà in giro per l’Italia a inaugurare opere pubbliche. E che minaccia di complicare in autunno la trattativa tutta interna alla destra di governo su temi come il Mes e la manovra, su cui la premier dovrà tenere un atteggiamento più dialogante con Bruxelles, mentre l’alleato potrà permettersi di alzare i toni.
E c’è una seconda grande incognita: la tenuta del patto in cantiere fra Ppe e Conservatori. Weber, presidente dei popolari e grande amico del segretario forzista Antonio Tajani, ha aperto a Giorgia Meloni ma è sempre più osteggiato dal premier polacco Mateusz Morawiecki, che nel suo Paese è in piena campagna elettorale. E il Pis, il partito di Morawiecki che non esita a lanciare bordate contro la commissione, è il maggior azionista dell’Ecr. In sostanza, di qui al 15 ottobre (data delle consultazioni in Polonia), l’inquilina di Chigi potrebbe trovarsi a scegliere fra Weber e Morawiecki. Il bivio di Varsavia. Altro che alleanza. Il tutto in uno scenario che, dopo il voto in Spagna, potrebbe vedere calare in un altro Paese europeo non di secondaria importanza il vento della destra, come ha detto ieri a Repubblica il forzista Giorgio Mulé. Le insidie sono tante, per la presidente del Consiglio che sul tema delle alleanze finora non si è esposta. Ma c’è chi scommette (o teme) che le tensioni interne alla maggioranza, dopo la pausa estiva, diventeranno lacerazioni vere e proprie.