Sergio Silva: “Ero il re delle fiction. In Rai la Dc mi lasciò libero. La destra? Non sa fare tv”
di Concetto VecchioSergio Silva, 92 anni, nella sua casa a Roma (foto Concetto Vecchio)
In pochi conoscono il suo nome, tutti hanno visto le sue serie tv: La Piovra, Montalbano, Un medico in famiglia. Sergio Silva, 92 anni, è stato il dio della fiction, un potentissimo Rai.
Michele Placido l’ha reso famoso lei?
“Sì, l’avevo fatto debuttare nel Picciotto, un film di Alberto Negrin, nel ’73. Era giovane, un po’ bambolotto”.
E lo fa diventare il commissario Cattani della Piovra?
“Lo scelsi senza esitazione per quel ruolo”.
Come nacque La Piovra?
“Pensavo a un film sulla mafia in Sicilia, un incrocio tra la storia del commissario Boris Giuliano, ucciso nel ’79, e lo scandalo Tandoy, il poliziotto assassinato ad Agrigento, un delitto passionale che coinvolse la Dc”.
Sono i primissimi anni Ottanta. Lei intuisce che la mafia può tirare televisivamente?
“Sì, ma in quel momento le mie ambizioni erano limitate, volevo solo fare un buon film”.
Che ruolo ricopriva in Rai?
“Ero capo dei programmi speciali, un incarico molto vago. Chiamai lo sceneggiatore Nicola Badalucco e …
In pochi conoscono il suo nome, tutti hanno visto le sue serie tv: La Piovra, Montalbano, Un medico in famiglia. Sergio Silva, 92 anni, è stato il dio della fiction, un potentissimo Rai.
Michele Placido l’ha reso famoso lei?
“Sì, l’avevo fatto debuttare nel Picciotto, un film di Alberto Negrin, nel ’73. Era giovane, un po’ bambolotto”.
E lo fa diventare il commissario Cattani della Piovra?
“Lo scelsi senza esitazione per quel ruolo”.
Come nacque La Piovra?
“Pensavo a un film sulla mafia in Sicilia, un incrocio tra la storia del commissario Boris Giuliano, ucciso nel ’79, e lo scandalo Tandoy, il poliziotto assassinato ad Agrigento, un delitto passionale che coinvolse la Dc”.
Sono i primissimi anni Ottanta. Lei intuisce che la mafia può tirare televisivamente?
“Sì, ma in quel momento le mie ambizioni erano limitate, volevo solo fare un buon film”.
Che ruolo ricopriva in Rai?
“Ero capo dei programmi speciali, un incarico molto vago. Chiamai lo sceneggiatore Nicola Badalucco e gli chiesi di scrivere un testo che unisse i due elementi. Quel che lessi però non mi convinse. Scoprii che aveva riadattato un testo che aveva già nel cassetto”.
Glielo bocciò?
“Per forza. La mia compagna, Giovanna Genovese, funzionaria in Rai, mi disse di provare con Ennio De Concini, che aveva scritto Storia d’amore e di amicizia”.
De Concini fu all’altezza?
“Era una penna straordinaria. Io ci misi l’inchiostro, e lui scrisse”.
Quando va in onda la prima puntata?
“Nel marzo 1984. Sei episodi, l’ultimo visto da 15 milioni di telespettatori. Un successo spettacolare. Credo sia la serie tv italiana più venduta al mondo, la guardarono persino in Uzbekistan”.
È diventato ricco?
“Magari. Ero solo un dirigente Rai, vivevo di stipendio”.
La Piovra rivela una mafia imprenditoriale. La Dc la lasciò fare?
“La Sicilia era un feudo di Andreotti, nel resto del Paese governava De Mita, che controllava anche viale Mazzini. Ai demitiani in fondo non dispiaceva vedere un po’ strapazzato il bacino elettorale di Andreotti”.
E gli andreottiani lasciavano correre?
“Un giorno mi chiamò il direttore di Rai Uno, Giuseppe Rossini. Un andreottiano ex missino, Raffaele Delfino, era su tutte le furie perché in un frammento della serie si vedeva un politico, raffigurato come il
mandante di un omicidio, uscire da un ufficio nella disponibilità di Andreotti”.
Avevate girato davanti all’ufficio di Andreotti?
“Dissi a Rossini che era impossibile, “non siamo così scemi”. Poi salii sul taxi e mi recai nel luogo delle riprese e in effetti era di pertinenza di Andreotti. Chiesi al tassista di portarmi subito in via Teulada. Entrai, mi feci dare il rullo andato in onda, e feci tagliare la scena incriminata”.
Glielo permisero?
“Oggi sarebbe impensabile. Feci tagliare anche le altre scene dove figurava questo ufficio di Andreotti. Quindi all’indomani tornai da Rossini e gli dissi che si erano sbagliati, che non era vero niente”.
Le credettero?
“In fondo non conveniva a nessuno sollevare uno scandalo”.
La Dc non faceva pressioni?
“Io facevo quel c…che volevo”
Non era democristiano?
“No, votavo radicale”.
Però aveva fatto la Cattolica.
“Sì, con De Mita, Andreatta, Misasi, Bianco. De Mita leggeva solo Guido Dorso e Croce. Io facevo il giornalino universitario, un giorno mi mandò a chiamare padre Gemelli, il rettore, e mi rimproverò: ‘È un bel giornale, ma non è cattolico. Perché?’”.
Com’è entrato in Rai?
“Per concorso, nel 1954”.
C’era Umberto Eco?
“Lui in realtà era stato assunto quale giovane brillante dell’Azione cattolica”.
Com’era Eco?
“Spiritoso, ma insopportabile”.
In che famiglia è cresciuto?
“Mio padre faceva il servo della gleba, a Piacenza, l’unico dei fratelli non emigrato in Argentina. Non era andato oltre la seconda elementare, ma sul comodino aveva La vita di Garibaldi e La Divina commedia”.
Quindi poverissima.
“Mamma era figlia di piccoli proprietari terrieri. Dopo la guerra papà fece due lavori: vendeva olio di giorno, girando con la bici, e il custode di notte. Era un lavoratore pazzesco e nel giro di poco divenne proprietario terriero e costruttore edile, passando ad un’agiatezza insperata”.
L’Italia del boom.
“Mi mandava a sciare con i figli dei borghesi”.
Lei ha scoperto anche Luca Zingaretti?
“Sì, l’avevo visto recitare in uno degli ultimi episodi della Piovra e mi convinsi che era l’attore giusto per interpretare il commissario Montalbano”.
Cosa la colpì?
“La sua fisicità. In quella serie interpretava uno stupratore, ma non capivi mai se era seduzione o violenza. Emanava un fascino sexy, sarebbe piaciuto alle donne: era il mio obiettivo”.
Come nacque la serie tv Montalbano?
“Da tempo ero stufo della Piovra, della Sicilia nera che aveva rivelato la mafia impastata con la politica. Ne volevo una più solare, più femminile”.
Conosceva Camilleri?
“Confesso che quando stava in Rai l’avevo snobbato, non avevo colto il suo talento”.
Non aveva letto i suoi libri?
“No, nemmeno. Un giorno il produttore Carlo Degli Esposti mi mandò i primi due, usciti per Sellerio, li aveva divorati e subito opzionati, e mi pregava di leggerli”.
Lo fece?
“Non ne avevo voglia. Pregai Giovanna, che nel frattempo era diventata mia moglie, di farlo per me. A lettura ultimata mi disse: ‘Ti conviene studiarli’. Cosa che feci, e nel giro di un giorno chiamai Degli Esposti, che misi subito sotto contratto, avviando la produzione della serie”.
Un colpaccio mondiale.
“Sì, perché assicurai alla Rai i diritti delle stagioni successive. Grande merito ebbe anche Max Gusberti, il consulente della Palomar, e già mio vice”.
Conosceva Zingaretti?
“Non personalmente. Anni dopo ci incrociammo a una premiazione, e lui mi chiese: ‘Ma è vero che fu lei a scegliermi?’”
E con Camilleri?
“Mai incontrato”.
Mai?
“Capitammo a una cerimonia. Lui mi passò davanti e non disse niente. Nemmeno io. Pensavo che dovesse essere lui a fare il primo passo”.
Era molto duro sul lavoro?
“Sì, un invasato. Tolsi la sceneggiatura della Piovra a De Concini, che era mio amico, perché non mi convinceva più, e chiamai, grazie a Giovanna che conosceva tutti, Stefano Rulli e Sandro Petraglia. Intuii che Placido era stufo del ruolo, e allora suggerii di farlo morire, cosa che avvenne alla fine della quarta stagione”.
Non si riconosce più in quella durezza?
“No. Ma all’epoca mi sentivo un padreterno. Facevo quello che volevo in Rai, giusto o sbagliato”.
Oggi cosa guarda in tv?
“Solo Geo, e poi il Tg3 delle 19”.
E basta?
“Sì, non guardo nient’altro. Ho smesso di seguire il Tg1 dalla direzione Minzolini”.
Perché?
“È una tv che non vuole dare fastidio a nessuno”.
Ma lei l’ha fatta per 65 anni.
“Sì, ma questa non mi parla più”.
La destra ora vuole mettere becco anche nelle fiction.
“Quante cazzate, da incompetenti”.
Rischiano flop?
“È facile, in questi casi. Si va verso il peggio”.
Lei però produsse Io e il Duce.
“Sì, dal libro di Giordano Bruno Guerri: la storia di Galeazzo Ciano e di Edda Mussolini. Ma era fiction storica, non ideologica”.
La Rai sarà privatizzata?
“Prima o poi sì. Il duopolio Rai-Mediaset regge perché la prima ha il canone, se la si privatizzasse crollerebbe pure Mediaset”.
Com’è nato Un medico in famiglia?
“Mandai a sue spese il produttore Carlo Bixio in Spagna a studiare le soap opera che spopolavano sul mercato spagnolo. Tornò con tre cassette. Ne scelsi una che poi riadattammo come Un medico in famiglia”.
Con Lino Banfi?
“Lo chiamò Bixio, ma s’intromise la Lux di Bernabei che lo aveva opzionato per Don Matteo. Mi opposi. In compenso avviai la produzione di Don Matteo con Terence Hill protagonista: una scelta apparentemente insensata, ma che si rivelò un colpo di genio”.
È vero che disse di no a Berlusconi?
“Mi telefonava a casa, per convincermi a lavorare con lui. Mia moglie ne era scandalizzata”.
E come finì?
“Per curiosità andai a trovarlo a palazzo Grazioli. Gli dissi che non avrei lavorato per lui, ma gli proposi di finanziare una mia società di produzione”.
Berlusconi rifiutò?
“Mentre parlavamo di questi nostri progetti lui ricevette una telefonata che gli comunicava la clamorosa decisione dei pretori sulle frequenze Fininvest, poi annullate dagli immediati decreti di Craxi”.
Non si assentò dopo la telefonata?
“No, ne fece altre, chiamando pure alcuni importanti direttori di giornali, dicendo loro che tutto si sarebbe risolto rapidamente. E così fu, grazie a Craxi”.
Non la sedusse?
“Gli dissi che io vi avrei messo il cervello, e lui i soldi. Chiesi il 51 per cento. Tempo dopo l’avvocato Dotti mi mandò un prospetto di contratto, dove io figuravo socio al dieci per cento. Lo stracciai. Berlusconi era così”.
Cosa resterà di Berlusconi?
(Lungo silenzio). “Penso che sappiamo davvero pochissimo di lui, e difficilmente la verità emergerà”.
Qual è, fra i tanti, un lavoro di cui va orgoglioso?
“Una grande inchiesta sulla bomba atomica, negli anni Sessanta. Intervistammo anche Oppenheimer”.
Le persone della Rai che ha più stimato?
“Pier Emilio Gennarini, Angelo Romanò, Fabiano Fabiani. Tutti cattolici di grande qualità, che sono stati la vera fortuna di Ettore Bernabei”.
Insomma, lei sostiene di avere avuto una libertà che oggi in Rai si sognano?
“Nessuno mi ha mai detto cosa fare. Ma io stavo anche attento a non provocare. Ai tempi della Piovra, minimizzavo, dicevo che era solo spettacolo, senza implicazioni politiche”.
Il vero potere si dissimula?
“Il mio modello è sempre stato Amedeo Biavati, un’ala velocissima, che negli anni della mia infanzia giocava nel Bologna. Stava sempre sul filo del fuorigioco, da cui poi scattava per fare gol”.
Sua moglie non c’è più?
“Sì, è morta dieci anni fa”.
Cosa fa la sera?
“Leggo, e innaffio i fiori”.