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La battaglia con Scholz sul Patto di stabilità dietro ai timori di Meloni. E rispunta il sì al Mes

Giorgia Meloni

 (ansa)
Il braccio di ferro della premier e la paura che la Germania e i paesi del Nord insistano col rigore sui conti e si oppongano al congelamento del patto. “Serve un’altra intesa”
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CEGLIE MESSAPICA - C’è una priorità che è ormai questione di sopravvivenza, per il governo di Giorgia Meloni: evitare che torni in vigore il vecchio Patto di stabilità. Uno scenario “insostenibile”, così lo considera la premier nei ragionamenti privati e nei contatti con il Tesoro. Una “gabbia” che annullerebbe i margini politici dell’esecutivo. Serve piuttosto un’intesa tra i Ventisette e con Bruxelles, in assenza della quale non sarebbero più gestibili le spese emergenziali dettate dalla crisi energetica e dall’economia di guerra.

Meloni fa i conti con il problema in questo scorcio di fine estate. E sa di doversi attivare presto sul fronte negoziale perché le ultime indiscrezioni non hanno certo rassicurato Palazzo Chigi. Come è noto, Berlino ha bocciato la proposta di riforma della Commissione europea. In assenza di un nuovo accordo sulle regole entro fine anno, Olaf Scholz e i leader nordici “frugali” premeranno per il ritorno in vigore dell’antico regime di austerità. Questa…

CEGLIE MESSAPICA - C’è una priorità che è ormai questione di sopravvivenza, per il governo di Giorgia Meloni: evitare che torni in vigore il vecchio Patto di stabilità. Uno scenario “insostenibile”, così lo considera la premier nei ragionamenti privati e nei contatti con il Tesoro. Una “gabbia” che annullerebbe i margini politici dell’esecutivo. Serve piuttosto un’intesa tra i Ventisette e con Bruxelles, in assenza della quale non sarebbero più gestibili le spese emergenziali dettate dalla crisi energetica e dall’economia di guerra.

Meloni fa i conti con il problema in questo scorcio di fine estate. E sa di doversi attivare presto sul fronte negoziale perché le ultime indiscrezioni non hanno certo rassicurato Palazzo Chigi. Come è noto, Berlino ha bocciato la proposta di riforma della Commissione europea. In assenza di un nuovo accordo sulle regole entro fine anno, Olaf Scholz e i leader nordici “frugali” premeranno per il ritorno in vigore dell’antico regime di austerità. Questa è la sensazione diplomatica che deprime Roma, dunque: i rigoristi non permetteranno alcun “congelamento” del Patto, come quello deciso durante gli anni della pandemia e della crisi in Ucraina. Non bloccheranno l’orologio dell’austerità, in modo da garantire altri dodici mesi di tempo per trattare. Si tratterebbe di un ritorno al passato che spiega le riflessioni allarmate consegnate al Meeting di Rimini prima da Giancarlo Giorgetti, poi ieri da Raffaele Fitto. Entrambi incarnano la linea della leader, entrambi hanno chiari i rischi di un potenziale salto nel buio.

Chiusa nella masseria Beneficio, Meloni si espone ufficialmente solo per concedere un’intervista personale a Chi. Nessun servizio fotografico dall’interno della location, attenta a non alimentare l’immagine di una premier in vacanza in un momento difficile per il Paese, ma solo una grande istantanea di repertorio dal tetto del suo ufficio della Camera. Al settimanale concede però un’incursione in una privacy altrimenti difesa con ostinazione tra gli ulivi della Valle d’Itria, valorizzando molto una riflessione: come conciliare il ruolo di premier e madre, una novità per l’Italia. Come ogni giorno, però, la realtà supera la quiete dei muretti a secco della struttura.

Davanti alla platea di Cl, Fitto non fa altro che fotografare quanto è ormai chiaro al vertice dell’esecutivo e del ministero dell’Economia. Esistono solo tre strade possibili sul Patto di Stabilità. La migliore – forse anche la più comoda – sarebbe come detto quella di congelare per un altro anno le regole, in modo da lasciare massimi margini di flessibilità di bilancio. Ma i governi di Germania e i rigoristi del Nord difficilmente accetteranno di esporsi alle critiche di favorire i Paesi mediterranei dall’alto debito a pochissimi mesi dal voto delle Europee. Questo risulta alla premier, così si spiega – letto in controluce – il grido di preoccupazione lanciato lunedì da Giorgetti.

Da questa consapevolezza deriva la seconda opzione: il ritorno ai vincoli del vecchio Patto. Un incubo da evitare, perché sottrarrebbe ogni residuo margine politico ad un governo già in difficoltà per un Pil che non rispetta le attese e una manovra che si preannuncia magra. Resta la terza via di Meloni, l’unica possibile: stringere un accordo a Bruxelles, favorire un compromesso europeo.

A metà settembre è in agenda un’importante riunione dell’Ecofin. Già allora si capirà se esistono concreti margini per un nuovo patto. L’Italia lo cercherà, anche a costo di sacrificare una fetta di ambizioni che hanno accompagnato gli ultimi mesi di mediazione con Bruxelles. Meloni ha infatti ribadito in più di un’occasione che alcuni nodi saranno sciolti soltanto all’interno di un pacchetto complessivo: il Pnrr, la questione dei potenziali 19 miliardi del Repower Eu, la scomoda (per la destra) ratifica del Mes. E, soprattutto, la flessibilità richiesta proprio sul nuovo Patto: la leader propone che gli investimenti su digitale e green vengano scorporati, ma la Germania frena con decisione. Ecco, proprio la necessità di raggiungere un’intesa sulle regole di bilancio riduce il potere contrattuale di Roma sugli altri dossier. Non è una novità, perché sconta la debolezza strutturale delle finanze pubbliche italiane. Resta comunque un ostacolo che la presidente del Consiglio avrebbe volentieri evitato, a pochi mesi dalle Europee.

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