Il generale Roberto Vannacci ha fatto un’affermazione imprecisa quando ha detto: “L’italiano da 8mila anni è identificato con la pelle bianca. Se vede una persona dalla pelle scura non pensa ad un italiano”. Non è del tutto vero, sicuramente non è vero da ottomila anni anche perché c’è bianco e bianco. Come per i detersivi dove si lotta per il “più bianco”, il nord Europa ha una diversa idea di ‘bianco’ dell’Europa mediterranea di cui facciamo parte. In particolare, dall’Italia centrale, Roma compresa, in giù la prevalente sfumatura di colore della carnagione ha poco in comune con quella di uno scandinavo. Vero che oggi queste differenze sono parecchio attenuate. Con l’arrivo di una certa agiatezza nella seconda metà del Novecento, gli italiani hanno cominciato a mangiare meglio, a fare sport, sono diventati più alti, se posso dirlo più belli, forse anche un po’ più bianchi. Lo dico per venire incontro al generale. Ma non è sempre così e soprattutto non è stato sempre così.
Vorrei ric…
Il generale Roberto Vannacci ha fatto un’affermazione imprecisa quando ha detto: “L’italiano da 8mila anni è identificato con la pelle bianca. Se vede una persona dalla pelle scura non pensa ad un italiano”. Non è del tutto vero, sicuramente non è vero da ottomila anni anche perché c’è bianco e bianco. Come per i detersivi dove si lotta per il “più bianco”, il nord Europa ha una diversa idea di ‘bianco’ dell’Europa mediterranea di cui facciamo parte. In particolare, dall’Italia centrale, Roma compresa, in giù la prevalente sfumatura di colore della carnagione ha poco in comune con quella di uno scandinavo. Vero che oggi queste differenze sono parecchio attenuate. Con l’arrivo di una certa agiatezza nella seconda metà del Novecento, gli italiani hanno cominciato a mangiare meglio, a fare sport, sono diventati più alti, se posso dirlo più belli, forse anche un po’ più bianchi. Lo dico per venire incontro al generale. Ma non è sempre così e soprattutto non è stato sempre così.
Vorrei ricordare un episodio avvenuto nel 1922 nello Stato americano dell’Alabama quando si celebrò un processo d’appello intitolato “Rollins versus Alabama”. Un certo Jim Rollins, nero di pelle, era stato condannato in primo grado per il reato di miscegenation vale a dire ‘mescolanza di razze’, delitto molto grave soprattutto nel sud degli Stati Uniti. L’accusa era, per la precisione, di aver avuto rapporti sessuali con una donna bianca. In secondo grado Rollins riuscì a farsi assolvere dimostrando che la ragazza era italiana, per la precisione siciliana. Dunque, argomentò l’avvocato “non si poteva assolutamente dedurre che ella fosse bianca”. Il giudice gli dette ragione.
Ho udito più volte rappresentanti a vario titolo di organizzazioni di destra affermare che l’ostilità affiorante verso gli attuali immigrati deriva soprattutto dalla estraneità delle loro ‘culture’. Diverso, si sostiene in genere, il caso dei nostri emigranti che appartenevano alla stessa ‘cultura’ (bianca, occidentale – immagino che si voglia dire) dei paesi nei quali sbarcavano. Nemmeno questo è vero, anzi le cronache giornalistiche e la pubblicistica sull’argomento dimostrano esattamente il contrario. Anche perché, almeno per quanto riguarda l’Italia meridionale, la zappa sui piedi ce l’eravamo data un po’ da soli. La Giunta parlamentare d’inchiesta sulla Sicilia (1876) asseriva nella relazione finale che quella regione: “s’avvicina forse più di qualunque altra parte d’Europa alle infuocate arene della Nubia; in Sicilia vi è sangue caldo, volontà imperiosa, commozione d’animo rapida e violenta”.
Non a caso sono le stesse caratteristiche, o difetti, lamentate nei confronti dei nostri migranti dalla stampa dei paesi che li accoglieva. L’antipatia (in qualche caso odio) verso gli italiani viene principalmente da questa sensazione di estraneità. La vicina Svizzera o la lontana Australia, quando l’emigrazione italiana aveva dimensioni notevoli, hanno sempre reagito allo stesso modo e con una preoccupante somiglianza di giudizi. In sintesi: gli italiani non si lavano, puzzano d’aglio, si addensano anche in dieci in una stanza, usano in modo indecente il gabinetto, rubano, chiedono l’elemosina in modo insistente, suonano rudimentali strumenti accompagnandosi a scimmie o topi ammaestrati, sfruttano i bambini per suscitare pietà quando non li spingono a prostituirsi.
Sono giudizi vecchi, lo so benissimo, ormai largamente superati, vale però la pena di ricordarli alla ricerca di un auspicabile equilibrio. Impressiona molto leggere sulle vecchie cronache del New York Times un giudizio di questo tipo: “Il viso olivastro sotto il cappello nero floscio dell’uomo, il volto dalla fronte bassa e gli occhi di Madonna della contadina italiana sono ormai diventati spettacolo comune nelle nostre città”.
Questi sono gli italiani come li raccontavano e li vedevano. Le cronache alimentano le fantasie e da queste nasce l’immaginario destinato a persistere. A distanza di tanti anni l’immagine dell’Italia e degli italiani è filtrata, più spesso di quanto tutti noi vorremmo, attraverso gli stereotipi formatisi all’inizio del XX secolo. Il generale Vannacci parlava di un’atleta nera che gareggia con la maglia azzurra, personalmente ritengo una fortuna che in questo paese devitalizzato, dalle culle vuote, ci siano giovani energici, a tenere alti i nostri colori. Se potessi raccomanderei al generale Vannacci maggiore cautela nei giudizi, le cose sono più complicate di come egli tende a rappresentarle.