Hanno tutti ragione | L'esultanza dello zio fascistone per il ritorno dei generali
di Stefano CappelliniL’uomo in divisa che riporta legge e ordine, il generale, il generalissimo, il caudillo, sempre in bilico tra fanfare retoriche e commedia all’italiana, molto italiana, in questo caso poi con un cognome – Vannacci – che pare uscito dalla penna di Sonego o di Age e Scarpelli. Senti come appoggia bene? Generale Vannacci. Bisogna essere molto giovani, o molto svogliati, per non capire quali farfalle smuova nella pancia dell’elettorato tricolore ultradestro la suggestione del graduato in divisa che rimette tutti al loro posto – gay e capelloni, donne in carriera e radical chic, comunisti fantomatici e ultimi comunisti ufficiali, non fosse che tra questi ultimi c’è chi ha solidarizzato con Vannacci – facendo quel che gli smidollati politici, compresi quelli in teoria sulla stessa linea, non hanno il coraggio di fare. Come fece all’epoca Lui, del resto. C’è una eco di tutto un piccolo mondo antico, in questa fiammata popolare per l’autore del Mondo al contrario, un titolo che è una per…
L’uomo in divisa che riporta legge e ordine, il generale, il generalissimo, il caudillo, sempre in bilico tra fanfare retoriche e commedia all’italiana, molto italiana, in questo caso poi con un cognome – Vannacci – che pare uscito dalla penna di Sonego o di Age e Scarpelli. Senti come appoggia bene? Generale Vannacci. Bisogna essere molto giovani, o molto svogliati, per non capire quali farfalle smuova nella pancia dell’elettorato tricolore ultradestro la suggestione del graduato in divisa che rimette tutti al loro posto – gay e capelloni, donne in carriera e radical chic, comunisti fantomatici e ultimi comunisti ufficiali, non fosse che tra questi ultimi c’è chi ha solidarizzato con Vannacci – facendo quel che gli smidollati politici, compresi quelli in teoria sulla stessa linea, non hanno il coraggio di fare. Come fece all’epoca Lui, del resto. C’è una eco di tutto un piccolo mondo antico, in questa fiammata popolare per l’autore del Mondo al contrario, un titolo che è una perfetta variazione ginnasiale di dove andremo a finire signora mia, qui sono tutti impazziti, ci deve essere qualcosa nell’aria. L’anima più profonda della reazione che mentre briga e impiccia ama cullare il sogno del ritorno allo Strapaese, al matrimonio un uomo e una donna, una donna e un uomo, al canarino sopra la finestra e alle signore che al supermercato non accettano l’offerta di due fustini di detersivo al posto del Dash, segno soprattutto che la spesa sono tornate a farla loro. Un’Italia convinta che non si possa dire la verità perché i poteri forti la conculcano e la censurano, che non crede né alla mediazione della politica né al teatrino della democrazia parlamentare: l’uomo forte ci vuole!
Tanto che Giorgia Meloni, cresciuta in un partito che di generali reazionari ne ha candidati orgogliosamente più d’uno, compreso quel generale dei carabinieri che pensò il golpe Solo, Giovanni De Lorenzo, o Vito Miceli, capo dei Servizi e piduista, si è ben guardata dallo scomunicare Vannacci o dal dare una parola di conforto al ministro della Difesa Guido Crosetto, impeccabile nella sconfessione del generale ma vittima di una clamorosa legge del contrappasso. Dopo aver passato anni a negare la presenza di un solido nucleo di nostalgici in Fratelli d’Italia, talvolta anche a dispetto dell’evidenza, con l’argomento che erano tutti casi isolati, Crosetto sta scoprendo di essere forse lui, il caso isolato in FdI. Meloni tace, e mica solo perché potrebbe condividere a grandi linee un buon 80 per cento dei pensierini presunti scomodi di Vannacci. La presidente del Consiglio sa che sconfessarlo è strappare una pagina dell’album di famiglia, è come mettere un dito nell’occhio allo “zio fascistone”, categoria antropologica che con lucida autoironia Luciano Lanna e Filippo Rossi avevano tratteggiato in un fortunato volume di qualche anno fa: Fascisti immaginari. All’epoca l’aggettivo aveva una sua plausibilità, oggi appare decisamente ottimista. Diverso se Vannacci dovesse scendere in politica con un suo movimento, o se accettasse una candidatura in diretta concorrenza con Fratelli d’Italia, allora forse potrebbe cominciare un altro film. L’importante è non parlare di guerra, in tal caso i problemi sorgerebbero anche prima di eventuali scelte elettorali sgradite del generale, perché la sensazione fondata è che sull’Ucraina il mondo al contrario del generale e dei suoi sodali nell’esercito tenga fede al titolo e presenti il conflitto come piace agli ammiratori italiani di Putin: una vicenda dove, appunto, le responsabilità sono rovesciate e i russi difendono i valori e l’identità smarriti dall’Europa mollacciona.
Tornano i generali, dunque, e allo zio fascistone non par vero. Non rischia nemmeno di essere satireggiato come quando c’erano Luigi Zampa o Mario Monicelli, con il suo strepitoso Vogliamo i colonnelli sull’incombente colpo di Stato nell’Italia dei Sessanta e Settanta (“I nostri giovani facciano come in Grecia”, diceva il leader del Movimento sociale Giorgio Almirante). In una delle scene più esilaranti del film i militari golpisti arrivano in taxi alla storica sede Rai di via Teulada a Roma e, quando il tassista urla “chi paga?”, uno dei generali anticipa di cinquant’anni la mossa di Meloni sui turisti scrocconi in Albania: “Paga l’Italia!”.