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Mattarella, il gelo di Meloni. E all’ombra del Colle Crosetto si rafforza

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La premier imbarazzata ignora le parole del Capo dello Stato e impone il silenzio per evitare collisioni con il Colle
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ROMA — Fosse rimasta in silenzio, si sarebbe notato di meno. E invece a metà pomeriggio Giorgia Meloni posta una foto sorridente dalla scrivania di Palazzo Chigi. “Ci tengo a ringraziare gli abitanti di Ceglie Messapica e tutti gli amici pugliesi per l’ospitalità di questi giorni – scrive – Ora al lavoro per ricostruire l’Italia”. Rievoca il piacevole soggiorno in Valle d’Itria, ma ignora le parole di Sergio Mattarella. Come il resto del centrodestra, d’altra parte. Mutismo imbarazzato, comunicati stampa scritti e poi strappati, indifferenza e disagio collettivo. È la stessa strategia scelta dalla presidente del Consiglio nei giorni successivi al caso del generale Vannacci: sette giorni, polemiche nazionali e internazionali, neanche una sillaba da chi guida l’esecutivo.

Anche al Colle, probabilmente, aspettavano un cenno di Palazzo Chigi su quella vicenda. Certo è che non è arrivato. Eppure, big della maggioranza difendevano sui giornali Vannacci e il suo libro, bombardando il mi…

ROMA — Fosse rimasta in silenzio, si sarebbe notato di meno. E invece a metà pomeriggio Giorgia Meloni posta una foto sorridente dalla scrivania di Palazzo Chigi. “Ci tengo a ringraziare gli abitanti di Ceglie Messapica e tutti gli amici pugliesi per l’ospitalità di questi giorni – scrive – Ora al lavoro per ricostruire l’Italia”. Rievoca il piacevole soggiorno in Valle d’Itria, ma ignora le parole di Sergio Mattarella. Come il resto del centrodestra, d’altra parte. Mutismo imbarazzato, comunicati stampa scritti e poi strappati, indifferenza e disagio collettivo. È la stessa strategia scelta dalla presidente del Consiglio nei giorni successivi al caso del generale Vannacci: sette giorni, polemiche nazionali e internazionali, neanche una sillaba da chi guida l’esecutivo.

Anche al Colle, probabilmente, aspettavano un cenno di Palazzo Chigi su quella vicenda. Certo è che non è arrivato. Eppure, big della maggioranza difendevano sui giornali Vannacci e il suo libro, bombardando il ministro della Difesa che aveva osato avviare un provvedimento disciplinare. Alla fine, è toccato al Capo dello Stato dire quello che andava detto, indicando al Paese i principi di tolleranza e rispetto della diversità sanciti dalla Costituzione su cui si deve fondare la civile convivenza. Rafforzando di fatto proprio Crosetto (ieri rimasto in silenzio). Isolato per giorni in casa, sostenuto solo dal plauso delle opposizioni, incassa parole di implicito sostegno.

Per capire l’aria che tira, basta raccogliere i sospiri che arrivano in queste ore dalle parti del Quirinale. Nessuna citazione esplicita di Vannacci, sia chiaro, ma la voglia di condannare il rumore sollevato di recente da “panflettisti nostalgici che invocano il diritto all’odio”. Di fronte a tutto questo, Meloni ha scelto comunque di tacere. E ha lasciato che suoi fedelissimi del calibro di Giovanni Donzelli – ma anche il vicepremier Matteo Salvini – prendessero nel frattempo le parti del generale. Troppo.

Per comprendere la portata destabilizzatrice del libro del generale bisogna riferire un paio di dettagli. Il primo: quando il ministro avvia la procedura che porta alla rimozione di Vannacci dal suo incarico, Meloni non gradisce. Giudica l’azione troppo severa (quando in realtà il titolare della Difesa si muove scegliendo un atteggiamento più “garantista” di quanto chiesto a caldo dal vertice delle Forze armate). Dopo alcuni giorni, dentro Fratelli d’Italia diventa però chiaro il vero rischio dello scandalo: i “nemici” a destra del partito, guidati da Gianni Alemanno, sono decisi a cavalcare la crociata del generale. Viene innescata la retromarcia, brusca. Non è abbastanza, però, per spingere la presidente del Consiglio a esporsi, difendendo il titolare della Difesa da attacchi che intanto arrivavano anche da Matteo Salvini, ricevuto soltanto poche ore prima nella masseria Beneficio.

Il secondo dettaglio, segnalato prontamente a Meloni, mostra forse ancora meglio la frattura esistenziale che attraversa la destra di governo. Il 24 agosto il Giornale pubblica un articolo dal titolo eloquente: “La svolta di Crosetto, riserva della Repubblica”. Il quotidiano sostiene che il suo profilo “bipartisan” lo rende per il futuro candidato naturale anche alla poltrona del Colle. Nel sottolinearlo, però, il Giornale evidenzia implicitamente anche il peso dei silenzi di Meloni di fronte al libro dello scandalo.

Silenzi imbarazzati, come detto. Scelti anche per evitare una collisione diretta con il Quirinale. La premier, infatti, sa di dover mantenere comunque un rapporto costruttivo con il Capo dello Stato, nei prossimi mesi. Anche per questo, ieri, ha chiesto ai vertici del partito di tenersi alla larga dalle polemiche. In autunno alcuni provvedimenti chiave sono destinati a finire sulla scrivania del Colle. Non sono soltanto la manovra e un nuovo provvedimento sulla giustizia ad allarmare, ma anche la nuova imminente stretta sull’immigrazione. Il testo sarebbe dovuto arrivare già nel Consiglio dei ministri del 28 agosto, ma ieri si è capito che l’appuntamento è rimandato. Senza contare che anche il partito inizia a soffrire il peso delle correnti. La nomina di Arianna Meloni ha riacceso tensioni coperte fino ad oggi dalla vittoria elettorale E ha rilanciato la sfida dei rampelliani. Al Senato sono tre. Non pochi, se si considera che proprio a Palazzo Madama alcuni azzurri inquieti – e in ottimi rapporti con Salvini – progettano di far ballare già nei prossimi mesi Palazzo Chigi.

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