ROMA — Il paradosso che fa infuriare Palazzo Chigi si chiama Matteo Salvini. È stato lui a scegliere il ministro dell’Interno. Ed è sempre lui ad avere in mano la Guardia Costiera. Ciononostante, ha lanciato nelle ultime ore un’offensiva sul nodo dei migranti con un obiettivo politico chiaro: Giorgia Meloni. A lei chiede decreti sicurezza durissimi, anche a costo di provocare uno scontro con il Quirinale che la presidente del Consiglio vuole a tutti i costi evitare. E sempre a lei guarda, quando rilancia sull’emergenza sbarchi immaginando di colpirla nel consenso. La leader soffre questa situazione. Invita i suoi a mantenere la calma. E nel frattempo si sfoga con i fedelissimi, usando per l’alleato un concetto già scelto per la vicenda del generale Vannacci: «Slealtà».
Oggi si torna a fare sul serio. È convocato il primo consiglio dei ministri dopo la ripresa. Quasi certamente prenderà la parola Matteo Piantedosi. Parlerà di “emergenza”, perché lo scorso week end a Lampedusa e su…
ROMA — Il paradosso che fa infuriare Palazzo Chigi si chiama Matteo Salvini. È stato lui a scegliere il ministro dell’Interno. Ed è sempre lui ad avere in mano la Guardia Costiera. Ciononostante, ha lanciato nelle ultime ore un’offensiva sul nodo dei migranti con un obiettivo politico chiaro: Giorgia Meloni. A lei chiede decreti sicurezza durissimi, anche a costo di provocare uno scontro con il Quirinale che la presidente del Consiglio vuole a tutti i costi evitare. E sempre a lei guarda, quando rilancia sull’emergenza sbarchi immaginando di colpirla nel consenso. La leader soffre questa situazione. Invita i suoi a mantenere la calma. E nel frattempo si sfoga con i fedelissimi, usando per l’alleato un concetto già scelto per la vicenda del generale Vannacci: «Slealtà».
Oggi si torna a fare sul serio. È convocato il primo consiglio dei ministri dopo la ripresa. Quasi certamente prenderà la parola Matteo Piantedosi. Parlerà di “emergenza”, perché lo scorso week end a Lampedusa e sul resto delle coste italiane è stato il peggiore da molti mesi. E perché l’esecutivo ha già sancito, appunto, lo stato d’emergenza. Fotograferà una situazione al limite. Porterà i numeri del 2023 e prometterà una stretta con nuovi decreti sicurezza a settembre e una nuova battaglia in Europa. A quel punto, dovrebbe prendere la parola Meloni. Non negherà la necessità di “un segnale”, quello appunto dei nuovi provvedimenti restrittivi, necessari per offrire all’opinione pubblica di destra delusa e preoccupata qualcosa di concreto. Subito dopo, però, insisterà sulla linea già stabilita da mesi. Dialogo con i Paesi del Nord Africa, a partire da Tunisia e Libia, non escludendo nuove missioni a Tunisi e Tripoli. Tra le iniziative valutate in queste ore, poi, c’è anche una mossa diplomatica: un contatto con la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen e, forse, una nuova missiva per segnalare la “gravità” della situazione e la necessità di un’azione concordata con i partner per contenere le partenze.
La verità è che Meloni — che parlerà di migranti anche nella prossima missione ad Atene, slittata a giovedì prossimo — si trova alle prese con un problema enorme. Ogni slogan o promessa del passato, resi eterni dai social, le ritornano indietro con la stessa forza, ammaccandone l’immagine. Al momento, i sondaggi di Palazzo Chigi non segnalano clamorose flessioni di consenso, perché di norma questo tema è cavalcato dalle destre e subìto dalla sinistra. Ma i consulenti della premier hanno già segnalato un rischio, nel medio periodo: un fallimento nella gestione del fenomeno potrebbe generare un crollo di fiducia sulle capacità della leader di portare avanti l’azione del governo anche in altri campi. C’è un dettaglio che preoccupa. Da quattro settimane sui social si fa largo una campagna contro Meloni proprio su migranti e benzina, che porta avanti essenzialmente un concetto: «Fallimento». Un messaggio che ha iniziato a fare breccia anche nella galassia digitale vicina a FdI.
Nessuno, d’altra parte, può negare il problema. Semmai, c’è qualcuno che pensa di cavalcarlo. Il primo è come detto Salvini, che ha iniziato a premere per interventi più radicali. Ritiene di doversi mostrare aggressivo sul dossier, schiacciando Meloni su una posizione scomoda.
La posizione più delicata è però quella di Piantedosi. Il ministro voluto dal leader leghista porterà il pacchetto di nuove norme a settembre. L’indicazione arrivata da Alfredo Mantovano, che ha lavorato quasi tutta l’estate a Roma, è di fare attenzione a non sfidare nuovamente il giudizio del Colle. Su alcuni principi costituzionali e sulle garanzie stabilite dai trattati internazionali, infatti, il Quirinale non farà sconti. E Meloni si è impegnata con il Capo dello Stato a evitare strappi.
«L’Europa deve intervenire», ha chiesto ieri da Lampedusa il ministro Adolfo Urso. A dire il vero, la riforma sul diritto d’asilo non è detto che veda la luce prima della fine della legislatura europea, ormai agli sgoccioli. In ogni caso, non servirebbe a risolvere il problema degli sbarchi. Sarà un tema di campagna elettorale delle Europee. E potrebbe favorire le destre, soprattutto quella francese di Marine Le Pen. Forse quella spagnola. Difficile che aiuti invece l’ala sovranista e conservatrice in Italia: a governare — senza riuscire a gestire il dossier e anzi accumulando numeri che non si vedevano da anni — è proprio la destra di Meloni.